L’anima delle storie, buongiorno Massimo Gramellini

Senza alcun dubbio ‘il più amato dai torinesi’, che ogni giorno aspettano il suo ‘Buongiorno’ come startup su cui riflettere e commentare. Scrittore di formidabile successo, ci rivela il suo amore per Torino, Platone, il Toro e la spiritualità. Ci parla di un mondo dove sfide e ostacoli ci migliorano, mentre è bandita ogni nostalgia, perché solo guardando avanti si cresce.

Torinese con origini romagnole, 53 anni, vicedirettore de La Stampa, autore del bestseller ‘Fai bei sogni’ (oltre un milione di copie) e ai vertici delle vendite col recente ‘La magia di un buongiorno’, Massimo Gramellini ci riceve nel suo ufficio, metà libreria e metà ‘tempio granata’, con Cavour e Pulici in bella vista. Lontano da ogni possibile stereotipo, è un uomo ‘di prospettiva’, che ama interpretare il presente attraverso storia, libri e filosofia. Un concreto cultore di sfide che si vincono accettando (e affrontando) il ‘male’ che può migliorarci.

Cosa provi rivedendo 15 anni di Buongiorno riuniti in un solo volume? Dopo averli pensati uno ad uno, sul filo della cronaca e dell’immediato…

«Tanti fili si riannodano, si ricompongono, ma su tutto domina una sensazione che fa riflettere. Nonostante in 15 anni sia cambiato tutto – dalla rivoluzione tecnologica alla crisi economica – noi non cambiamo mai. Se vai a rileggerti un Buongiorno in cui parlavo di violenza negli stadi, scritto nel 2004, ti rendi conto che potrei ripubblicarlo domani mattina; quando ho iniziato c’erano ancora gli echi di Tangentopoli, e oggi? Alla fine l’italiano manifesta degli elementi che appaiono immutabili. D’altronde, sono riflessioni che fai leggendo anche testi molto antichi, il tempo passa ma siamo sempre noi».

Questo ci può salvare o ci danna?

«Tutte e due le cose. Gli italiani sono questo e bisogna accettarlo. Io dico sempre che abbiamo un pregio in più dei nostri difetti, ma lo dico anche per tirar su il morale. Non puoi chiedere a un italiano di essere organizzato, non diamo il meglio di noi nello strutturarci la vita giorno per giorno. Abbiamo il talento, la mossa del cavallo degli scacchisti. Noi sorprendiamo perché facciamo sempre qualcosa di diverso. Però, al contempo, abbiamo dei vizi fondamentali. Uno su tutti: l’assoluta mancanza di senso dello Stato. Per questo ci sono ragioni storiche: mentre altri paesi sono diventati Stato molto presto, noi ci siamo ‘incollati’ 150 anni fa, quindi non c’è il senso della comunità. Se a Londra getti un fazzolettino di carta per terra in un parco, immediatamente un inglese – anche un hooligan – ti dirà “Oh, tiralo su”. Perché il parco, proprio perché è di tutti, è anche suo. Per noi invece una cosa che è di tutti è di nessuno. In America un evasore fiscale è visto come un nemico della comunità, perché ruba i soldi a tutti. Da noi no, perché uno che ruba allo Stato non ruba a me, ruba allo Stato, che è un’entità astratta, magari anche nemica».

Anzi, qualche volta l’evasore passa per Robin Hood…

«Un eroe che ha saputo fregare il nemico comune che è lo Stato gabelliere. Noi abbiamo una storia di duemila anni in cui la nazione s’incarnava nel potere straniero che cercava di portarti via i soldi. Da qui arriva la nostra attitudine a pensare solo alla famiglia e nasce la mentalità mafiosa. Che cos’è la mafia? È un tuo Stato che ti crei contro lo Stato ufficiale. Una grande famiglia che ti aiuta a sopravvivere alla faccia dello e contro lo Stato invasore».

Di cosa vivrà Torino nei prossimi anni?

«Intanto il polo motoristico rimane, con la Fiat che c’è ancora e con tutte le sapienze e conoscenze costruite in questi decenni che sicuramente restano».

I giovani sono più cosmopoliti e tecnologici. Sovente hanno uno sguardo diverso. Possono cambiare le cose?

«Certo. Io penso che ogni generazione rappresenti un passo avanti, e questa mi sembra molto molto sensibile. A differenza della precedente, che, per intenderci, è quella di Renzi – figlia ancora degli anni del benessere e della tv di Berlusconi – questa è una generazione cresciuta già nel web e nella crisi. Per lei il posto fisso non è più una certezza. Il mondo sta cambiando e, probabilmente, questi ragazzi saranno pronti ad affrontarlo. Per un cinquantenne o un sessantenne che perde il lavoro è difficile non voltarsi indietro, non guardare con nostalgia a un passato che gli ha dato tanto ma non tornerà mai più. Facile trovare esempi: oggi un ingegnere indiano campa da Dio con 800 euro nel suo paese, lavora benissimo come un italiano e lo puoi avere anche a Nuova Delhi. Questo dimostra che è cambiato il mondo. Trent’anni fa chi usciva dal Politecnico non aveva rivali, la competizione al massimo era nazionale; oggi è globale, un dato che, naturalmente, porta al ribasso gli stipendi. Il vero equivoco è che un lavoratore è anche un consumatore. Le aziende che risparmiano sul lavoratore rischiano di perdere il consumatore, perché se guadagni meno come farai a comprare i beni che quelle aziende producono? Finora la risposta è stata “Vendendo i beni in tutto il mondo”. Ma, alla fine, questo porta al fallimento di tante imprese e ad accumulare la ricchezza in poche mani, cancellando il ceto medio. Storicamente, una società senza ceto medio è molto a rischio per la democrazia».