Prendi un gessetto, traccia il profilo di una porta sul muro, non dimenticare la maniglia, poi bussa tre volte.
Questa sequenza di azioni è una delle più iconiche della storia del cinema, non a caso tutti sanno che appena conclusa la procedura ci apparirà di fronte una vera porta che, una volta attraversata, conduce nell’aldilà; e nella più spiacevole delle possibilità in un bizzarro deserto molto pericoloso. Non siamo impazziti no, stiamo semplicemente citando Beetlejuice e una delle sue scene più famose, figlia dell’immaginario cult creato da Tim Burton nell’ormai lontano 1988, e tornato al cinema nel 2024 con il sequel Beetlejuice Beetlejuice, presentato a Venezia proprio quest’anno.
Le porte nell’immaginario di Tim Burton sono cruciali, ritornano costantemente e spesso aprono a mondi altri rispetto al nostro; giocando sul fatto che un elemento tanto presente nella nostra quotidianità possa trasformarsi in un qualcosa di così speciale.
Ma facciamo un passo indietro. Se parliamo di porte fa specie pensare che uno dei massimi leader mondiali nella loro produzione sia nato a qualche manciata di chilometri da Torino, e che oggi è diventato addirittura uno dei riferimenti globali del settore. Un gigante che esporta i suoi prodotti in tutto il mondo e la cui qualità viene riconosciuta ad ampissime latitudini. Il tutto a partire da Villanova d’Asti. Assurdo? Probabilmente in parte sì, però è la verità.
Fate un tentativo: guardatevi in tasca e vedete se sulle chiavi di casa vostra c’è scritto “Dierre”. Molto spesso è così.
Dierre Porte nasce nel 1975 da un sogno dei fratelli De Robertis, fortemente motivati a dare vita a un brand che coniugasse i valori (italianissimi) della casa e della famiglia. Un grande sogno in mano a una piccola azienda, potremmo riassumerlo così, che nel giro di 50 anni è diventato realtà, ma non solo, si è rinnovato, si è espanso a dismisura, ha conquistato il mondo senza rinunciare mai ai valori di base. Insomma, una bella case history di successo che oggi un pezzo alla volta sta passando nelle mani anche di una una nuova generazione della famiglia De Robertis (poniamo qui la promessa di una futura intervista ai volti più “nuovi” di Dierre, ma questa è un’altra storia…).
Torniamo dunque a Tim Burton. Cosa convince di questo sequel chiamato al non semplice compito di perseguire la via tracciata dal cult del 1988? Anzitutto che anche questo Beetlejuice è un capolavoro di buon cinema, tecnicamente parlando, e poi che riesce a citare il primo con affetto, senza essere ruffiano; portando in scena un film contemporaneo sì, ma carico delle vibes dei tardi anni ‘80, senza risultare mai forzato.
Ed era veramente la missione più complicata in mano a un gigante come Tim Burton, perché non è semplice trasportare il passato nel futuro, ed è ancora più complicato farlo con il peso dei successi e delle aspettative sulle spalle.
Ciò che stupisce di Dierre Porte è infatti la costanza, la caparbietà di credere (cinque decadi fa) che sarebbe stata la qualità la chiave di volta di una storia lunga mezzo secolo. Per questo guardare al riuscitissimo, nuovo capolavoro di Tim Burton ci ha fatto pensare alla saga di Dierre (analogia con le porte a parte), perché rendere il peso del tempo un elemento di vittoria non è davvero da tutti. Servono idee, coraggio e valori saldi.
In chiusura di questa strana comparazione, passiamo alle domande. Avete visto Beetlejuice Beetlejuice? Se non lo avete fatto, male (se non avete visto neanche il primo malissimo). Sapevate che uno dei brand di porte più importanti a livello mondiale è piemontese DOC?Magari sì. O magari semplicemente non ve ne siete mai accorti, però potete fare un tentativo: potete guardarvi in tasca e vedere se sulle chiavi di casa vostra c’è scritto “Dierre”. Molto spesso è così.
