Berlino: Art& Food

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Berlino: Art& Food

Berlino: Art& Food

l 26 giugno del 1963 – nel momento peggiore della Guerra Fredda – l’allora presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy coniò uno slogan che divenne celebre. Nel 2015, a oltre 50 anni dall’episodio, la frase andrebbe corretta in: ‘Vorremmo essere tutti berlinesi’. Le ragioni sono molte e di limpida evidenza. Qualche esempio? A Berlino circolano317 auto ogni mille abitanti, mentre a Roma sono 978; Berlino offre 482 chilometri di metropolitana contro i 41 della nostra capitale. Il verde pubblico? Mediamente il quadruplo di ogni città italiana.

Inoltre, possiamo aggiungere che i tre milioni e mezzo di berlinesi si godono un fiume, la Sprea (con tanto di bateau mouche in stile parigino…), che fino a pochi anni fa nessuno considerava, 180 musei e 150 teatri, un infinito numero di gallerie d’arte, club e locali per ogni target ed esigenza, ristoranti dove, mediamente, si spendono 20-30 euro al massimo per un pasto completo, una burocrazia snella e attrattiva, in particolare per giovani, stranieri e startup.

Cifre che spiegano altre cifre. Berlino nel 2014 ha accolto 11,9 milioni di turisti, a ogni secondo in città avviene un trasloco, nel 2013 (ultimo dato disponibile) i ‘nuovi residenti’ sono stati 170mila e solo un abitante su tre può essere considerato nativo.

Una tendenza che vede gli italiani in prima fila, perché ormai stiamo per diventare – dopo tedeschi e turchi – la terza forza etnica, come consistenza e anche per freschezza anagrafica.Ma la ‘nuova Berlino’ ha radici storiche. Metropoli colta, sofisticata e trasgressiva, aveva già un dna certificato ai tempi della repubblica di Weimar, quando – tra il 1918 e il 1933 – rivaleggiava con Parigi, Londra e New York grazie a Bertolt Brecht, Fritz Lang e Marlene Dietrich, ai suoi cabaret, agli show musicali e ai teatri che ospitavano star del mondo intero, compresa la ‘venere nera’ Joséphine Baker. Gli anni della rivoluzionaria Rosa Luxemburg e di fermenti artistici che solo il nazismo avrebbe bruscamente interrotto.

Ma, nell’immediato dopoguerra, la sfida divenne quella del confronto, con la città spezzata e due vetrine parallele: il meglio del realismo socialista, dove la torre tv di Alexanderplatz svettava su tutto (si doveva ‘vedere’ da ogni angolo dell’ovest, quello fu il progetto), contro le luci dell’Occidente, ammalianti, irresistibili e vitali… ma circondate.
In meno di dieci anni avvenne la ricostruzione ‘lampo’ più imponente d’Europa; perché Berlino partiva dal proprio ‘ground zero’, con il 70 per cento degli edifici abbattuti nel conflitto. Ecco, solo chi ha attraversato l’inferno per ridisegnare la propria città può prepararsi a ogni sfida senza il timore del nuovo. Mai. La ‘nuova Berlino’ è l’erede diretta di stagioni folli e mutanti,dove ha imparato a marciare svelta e decisa, senzaguardare in faccia nessuno. Come dopo l’unificazione.
Due città che diventano una e nuova, ancora più immensa, con le gru a fare da diadema alla sua corona.
Il colosso ‘post 90’ ignora l’ovest per reimmaginare l’est, diventa capitale ricreando il Reichstag con Norman Foster, cancella il muro (per poi pentirsene, ma la ‘memoria scomoda’ prevalse sulle potenzialità turistiche), raduna i migliori archistar del globo per edificare piazze, stazioni, musei, centri commerciali, hotel…
L’archeologia industriale diventa spazio per mercati, fucine di creatività, alloggi design, locali di intrattenimento e gallerie d’arte.
Quando ci sono tornato nel ’95, i confini non erano più percepibili: Berlino era diventata un magnete metropolitano che – attraverso uno sforzo urbanistico senza pari – mostrava i muscoli al mondo intero.

Ma i miei primi viaggi furono nell’82 e nell’87: un altro mondo, con passaggi macchinosi per varcare la frontiera e il muro che faceva da sipario tra due palcoscenici in contrapposizione. I ragazzi europei di allora (come me) sbucavano all’est di giorno per godersi il ‘fascino terribile’ dell’altra Europa: un cambio clandestino di dieci a uno che ti faceva ricchissimo (ma senza niente da comprare, al massimo il privilegio di scegliere le portate più costose in ristoranti frequentati da militari russi e diplomatici cinesi), nessuna vetrina, nessuna pubblicità, per strada le Trabant (puzzolenti vetture- fumetto color pastello, oggi prezioso oggetto di antiquariato), grandi magazzini con capi improbabili, soldati sovietici minacciosi, sfilate imponenti impavesate da bandiere rosse con falce e martello e ritorno obbligato dall’altra parte a mezzanotte, come nella fiaba di Cenerentola.

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2017-05-23T08:25:35+00:00