#ChooseMarseille in #MyProvence

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#ChooseMarseille in #MyProvence

#ChooseMarseille in #MyProvence

#ChooseMarseille e #MyProvence, sono questi gli hashtag preferenziali di un viaggio che inizia nell’ombelico del mondo, l’approdo per eccellenza di genti, navi e mercanzie, per risalire verso l’antica capitale romana e terminare tra i viali e le fontane della città di Cézanne.
È un triangolo provenzale dove la tradizione ha ancora radici profonde, ma nel quale sono atterrate le architetture contemporanee di Norman Foster, Rudy Ricciotti e Frank Gehry.
Il percorso si può compiere in pochi giorni, ma questo è un lembo di storia umana che non si smetterebbe mai di ripercorrere, scoprendo sempre storie differenti, leggendo nuove pagine sfogliate dal mistral.

Fondata nel 600 aC dai focesi (che erano greci ma provenivano dalla Turchia), Marsiglia fu per oltre sei secoli una florida città stato; conquistata da Giulio Cesare, passò sotto il dominio romano per diventare, sovrano dopo sovrano, guerra dopo guerra, centro strategico per tutte le rotte mediterranee, umane e commerciali. Le ondate migratorie hanno composto e ricomposto uno scenario in perpetuo aggiornamento. Ondate in arrivo (italiani, spagnoli, armeni, ebrei, arabi, africani, vietnamiti), ma anche di ritorno, come quella dei pieds-noir, coloni fuggiti dall’Algeria. 800mila abitanti, e sette su dieci non sono di origine francese. Quasi una repubblica a parte. Per Dumas, Marsiglia era «il punto d’incontro di tutto il mondo».

«Marsiglia è il Mediterraneo, da sempre porto di sbarco di migranti, fuggitivi ed esiliati. Una città meticcia dove bisogna schierarsi e appassionarsi». «Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: “Ci sono.
È casa mia”»
. Poi, la bellezza diventa sentimento: «Marsiglia è città di luce e di vento… Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco»; e ancora: «Marsiglia si fa un baffo delle prospettive. È fatta di colline che scendono al mare, così cementificate che solo camminando e gironzolando per la città vi accorgerete che è un continuo salire, scendere, risalire»; e in alto «troneggia Notre-Dame de la Garde, la bonne mere (la buona madre) che di giorno brilla sotto il sole e di notte sotto i fari. Come un eterno cero». Volendola collocare, «Marsiglia non è una città provenzale e neppure europea. Marsiglia è mediterranea. Non è un posto di confine dell’Europa, è come il suo mare: un po’ africana e un po’ mediorientale, così come Beirut è un po’ europea». Perché, infine, «Parigi è un’attrazione, Marsiglia è un passaporto».

E, adesso, tre posti per capire Marsiglia, forse non i più noti in assoluto, ma certamente luoghi dove passato e presente raccontano l’anima della città. Il primo è cours Julien, nel quartiere La Plaine, uno dei più alti in città. Molti ci arrivano perdendosi, perché nel traffico marsigliese (dove anche i GPS hanno il loro da fare) una buona soluzione sembra spesso quella di salire. Diciamo subito che, a una prima occhiata, il posto non appare un gran che: una bella alberata, case vecchiotte e l’antiestetico ingresso di un parcheggio sotterraneo proprio nel mezzo. Ma poi, passeggiando, arrivano le sorprese: una rasoiata panoramica verso il porto offre la prospettiva ideale per vedere il cuore aperto della città, la vitalità della piazza (il nome cours è improprio) regala continui cambi di scenario, e poi ci sono i graffiti! Già, perché cours Julien è la New York marsigliese, qua i writer (bravissimi writer) si sono dati da fare ovunque: muri, portoni, serrande, anche finestre.

Ci sono piccole città dove la storia, l’arte, la passione e la creatività hanno contribuito a tessere la tela, offrendo anche spunti sorprendenti. Così Arles – che, se visitata fuori stagione, è una deliziosa quanto sonnolenta signora di provincia – merita di essere sfogliata nel suo passato come un libro, ma un libro d’avventure, uno di quelli dove capita sempre qualcosa. Da cosa vogliamo cominciare? Dal suo periodo romano?
Sei secoli di storia, e anche di splendore, di ostentazione architettonica del potere, per quella che divenne la capitale francese dell’impero, quando assunse il ruolo di Prefettura delle Gallie. Di quei fasti restano due testimonianze evidenti ancora utilizzate: l’anfiteatro e il teatro romano. Il primo, un’arena costruita per ospitare 20mila spettatori (oggi ne contiene 12mila), veniva utilizzato per combattimenti tra gladiatori e spettacoli circensi, abitualmente cruenti.
Tradizione che si è mantenuta, perché l’anfiteatro, la più antica plaza de toros al mondo, ospita una seguitissima stagione di corride. Le prossime si terranno durante la Feria d’Arles, a Pasqua, dal 30 marzo al 2 aprile, e alla Feria du Riz, l’8 e 9 settembre (per info e biglietti: www.arenes-arles.com). Anche il teatro è ancora perfettamente agibile e, durante l’estate, ospita eventi e concerti, con un festival dedicato al sud del mondo (luglio) e un altro alle tradizioni romane (agosto).
Ma forse l’evento culturalmente più significativo avviene durante i Rencontres de la photographie, con la proiezione su grande schermo delle opere dei maggiori interpreti internazionali. Già, perché Arles sta alla fotografia come Cannes al cinema. Nato nel 1969, il festival è il principale appuntamento mondiale del settore, con oltre 60 gallerie impegnate, centinaia di professionisti chiamati a esporre nella rassegna ufficiale e migliaia a contendersi gli spazi off durante un programma che si sviluppa dai primi di luglio a fine settembre.

2018-03-23T08:32:04+00:00