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Il contatto degli occhi col reale

di Carola Allemandi

Fotografia a Torino: nel tanto qualcosa manca

Torino, Estate 2022

«Vedere non significa far vedere»: prendo in prestito da Robert Delpire, uno dei più grandi editori di fotografia. Si può anche dire, più in generale, che se per il fotografo la missione sta nel contatto degli occhi col reale, quella di chi trasmette questa sapienza è tuttavia un’arte a pieno titolo. È ormai chiaro da qualche anno quanto Torino stia puntando sulla riscoperta della fotografia, forse per indole filologica nei confronti del cinema, protagonista indiscusso della città. A giugno sono terminate le mostre Capolavori della fotografia moderna 1900-1940 presso CAMERA e Vivian Maier Inedita a Palazzo Chiablese. Fino a settembre rimarranno invece La Fragile Meraviglia dedicata al reporter Paolo Pellegrin, presso la neonata sede di Gallerie d’Italia in Piazza San Carlo, il World Press Photo alla GAM e Pablo Picasso e Dora Maar in Pinacoteca Agnelli. Eventi e mostre che toccano, maneggiano, parlano di fotografia, insomma, non mancano, né mancheranno. In questo calderone, dopo due rapidi calcoli, sembra però essere assente un ingrediente. All’atto delle recenti visite presso Villa Bardini a Firenze per la mostra Fotografe! (un confronto tra le opere di donne fotografe presenti negli archivi Alinari con nomi di autrici contemporanee) e il MAST di Bologna per The MAST Collection. Un alfabeto visivo, dell’industria del lavoro e della tecnologia (una grande collettiva con più di 500 immagini di più di 200 autori), il più recente approccio alla divulgazione della fotografia potrebbe essere riassunto in due semplici rami: da un lato, pare vengano organizzate mostre monografiche su un autore o un’autrice arcinoti, o comunque già bene o male presenti nell’immaginario comune, dall’altro si organizzano mostre collettive lunghe e complesse, colme di immagini d’archivio o prese da qualche collezione, messe insieme sì per un fine di ricerca e di comunicazione fotografica, ma quasi sempre associato a un secondo fine che vede nella fotografia un mero strumento per appoggiare questa o quella propensione politica, tesi da dimostrare, idea da illustrare. Quello che manca, io credo, e forse qui parla in primo luogo una personale e sicuramente limitata radice professionale, è il puro spirito della ricerca: se fra tutto ciò che emerge da tale o talaltro archivio si riuscisse ad approfondire, scavare nella poetica di quell’autore che fra tutti, pur dimenticato, è doveroso riscoprire per ampliare il panorama storico o contemporaneo di una disciplina tanto battuta quanto poco davvero sviscerata, allora si otterrebbe una presa di coscienza – ma potrebbe essere sterile utopia – decisamente più strutturata dell’immagine fotografica.

Lo spunto di riflessione potrebbe essere letto come un invito a ritornare a una semplice e pragmatica tautologia: la fotografia è fotografia, e la bella fotografia è bene che emerga e si conosca per svariati come anche per nessun preciso motivo

Lo spunto di riflessione, in estrema sintesi, potrebbe essere letto come un invito a ritornare a una semplice e pragmatica tautologia: la fotografia è fotografia, e la bella fotografia è bene che emerga e si conosca per svariati come anche per nessun preciso motivo. Al Museo di Santa Giulia di Brescia abbiamo Edward Weston, non ricordo l’ultima volta che sia approdato a Torino. Nel 1995 Germano Celant curava una mostra di Joel-Peter Witkin al Castello di Rivoli, più o meno in quegli stessi anni a Torino esisteva l’Agorà, vero centro di cultura fotografica di cui è ormai rimasta solo traccia della leggenda. Mettiamola in un altro modo: quel respiro che dà l’interfacciarsi col nuovo di qualità, ripescato dalla storia o dal panorama più recente e portato finalmente al grado di caso istituzionale, è qualcosa di cui si può, più o meno frequentemente, sentire l’urgenza.


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