Intervista a Daniele Donati

//Intervista a Daniele Donati

Intervista a Daniele Donati

Parcolimpico, Una grande occasione di sviluppo per la città

Tutti ricorderanno la due giorni degli U2 a Torino: era il 2015, 28mila presenze, di cui l’80% proveniente da fuori Torino, e una spesa in servizi e consumi da parte del pubblico dei due concerti che superò i 5 milioni di euro. Questi i dati riportati dalla Fondazione Fitzcarraldo nell’ambito delle attività dell’Osservatorio Culturale del Piemonte. E poi ci furono Madonna, tanti altri concerti internazionali, fino ad arrivare allo sport e al recente passato, con i mondiali di volley maschile. Un avvicendarsi di grandi eventi, come si dice in gergo, di cui non si possono non apprezzare le ricadute economiche sul territorio. Un tema di cui Daniele Donati è testimone autorevole, considerando il suo vasto curriculum di esperienze nell’ambito della gestione di grandi impianti polifunzionali e grandi eventi, che dal Comitato organizzatore dei Giochi di Torino 2006 – TOROC lo ha portato all’attuale direzione generale di Parcolimpico. Lo intervistiamo durante l’allestimento del concerto di Marco Mengoni.

Sono dieci anni che Parcolimpico è stata rilevata da Live Nation, leader mondiale nella produzione e organizzazione di concerti e spettacoli. Può descrivere ai nostri lettori la realtà di cui stiamo parlando?

«Parcolimpico è la società che ha raccolto parte dell’eredità ‘strutturale’ dei Giochi olimpici invernali di Torino 2006, con l’obiettivo di gestire tale patrimonio immobiliare su un percorso di sostenibilità e autonomia economica e finanziaria nei confronti degli enti territoriali. In quest’ottica, Parcolimpico ricerca costantemente opportunità di pianificare e organizzare grandi spettacoli, così come manifestazioni sportive, culturali e sociali di rilevanza primaria, che diano visibilità ai nostri siti, ne garantiscano il funzionamento e, in parallelo, offrano benefici al nostro territorio, ai suoi abitanti e ai fruitori che raggiungono Torino da tutto il mondo per partecipare a questi eventi. La prima sfida è stata ed è legata all’ottimizzazione dei costi.

Spesso, ciò che era stato costruito per le Olimpiadi era pensato per vivere essenzialmente il tempo dell’evento; logiche di risparmio, parzializzazione, rigenerazione energetica avevano ricevuto una considerazione solo marginale. Nel momento in cui Parcolimpico è entrata a far parte del Gruppo Live Nation, la ricerca di equilibrio economico è iniziata necessariamente dalla riduzione dei costi, con lo sforzo parallelo di trovare soluzioni per potenziare la natura polivalente degli impianti esistenti, in modo da farli diventare strutture d’eccellenza nel panorama italiano».

Vi siete focalizzati sui siti cittadini, il Palavela e il Palasport Olimpico, che oggi ufficialmente si chiama Pala Alpitour…

«La mission primaria di Parcolimpico è stata lavorare su quella parte di eredità che era ed è concretamente sostenibile, grazie a multifunzionalità e nuove destinazioni d’uso: quindi strutture come il Pala Alpitour e il Palavela, o gli ex Villaggi olimpici montani, oggi riconvertiti in hotel. Purtroppo alcuni impianti, come la pista da bob o il trampolino, non attraggono l’interesse di un numero di praticanti e appassionati sufficiente a remunerarne gli elevati costi di utilizzo e mantenimento, né si prestano a una ridestinazione che prescinda da investimenti cospicui e invasivi. Per queste realtà sono quindi in corso, con gli enti interessati, attività di ricerca e studio per individuare modalità di riqualificazione differenti».

Il tema del riutilizzo delle grandi strutture è particolarmente sentito in tutte le città che hanno l’onore di ospitare eventi come le Olimpiadi…

«Sono poche le ‘host cities’ che hanno avuto un’esperienza post-olimpica eccellente. In molti casi, politiche inefficienti hanno creato cattedrali nel deserto. C’è qualche caso di successo, come certamente lo fu Barcellona ’92, ma il più delle volte mancano la possibilità o la forza di seguire percorsi sostenibili, prevalgono logiche che stridono con l’economicità e che, quindi, non possono essere perseguite nel medio e lungo termine. Dopo l’enorme festa delle Olimpiadi 2006, Torino ha subito cercato di avviare una gestione post-olimpica intelligente. Il punto di svolta, però, si è avuto con l’arrivo della compagine privata condotta dal Gruppo Live Nation, con la sua forza attrattiva primaria a livello mondiale.

Oggi possiamo vantare il Pala Alpitour come gioiello riconosciuto in tutta Italia, ma anche il Palavela, che si sta affermando come struttura polisportiva e per eventi di medie dimensioni. Anche gli hotel nati dagli ex Villaggi olimpici situati a Bardonecchia, San Sicario e Pragelato funzionano a pieno regime. In definitiva, quanto è stato fatto è certamente positivo, e soprattutto, come altre esperienze insegnano, non era né facile né scontato».

I grandi eventi sono apprezzati anche per le ricadute positive sul territorio. Torino può dirsi soddisfatta?

«Credo proprio di sì. A parte i casi eclatanti, come la doppia data del concerto degli U2, che ha portato numeri superlativi, ogni evento ha una ricaduta sul territorio, dai concerti dei nuovi idoli dei giovani agli appuntamenti sportivi: pensiamo al torneo preolimpico di basket nel 2016, ai mondiali maschili di volley del 2018, alle finali del Gran Prix di pattinaggio, evento che si terrà al Palavela a dicembre e per il quale c’è già la caccia al biglietto da parte di russi, cinesi e giapponesi. La parola eventi è sinonimo di turismo e lavoro per hotel, ristoranti, trasporti e per l’intero indotto. L’aspetto ancor più significativo è che non parliamo di una tantum: è un continuo di date già fissate, comprese le convention aziendali, che coinvolgono sovente anche qualche migliaio di persone. È di questi giorni l’annuncio più atteso, l’assegnazione a Torino e al Pala Alpitour delle ATP Finals di tennis per cinque edizioni dal 2021: questa sarà una nuova, favolosa opportunità per attirare gli occhi del mondo su Torino».

2019-06-12T13:19:53+00:00