Intervista a Linda Raimondo

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Intervista a Linda Raimondo

Linda Raimondo, «Voglio fare l’astronauta»

Capelli lunghi, naso all’insù, occhi verdi, corpo esile. Jeans e maglietta oversize come va di moda adesso tra i ragazzi. Vedendola chiacchierare davanti al bar, tra una lezione e l’altra, Linda potrebbe essere una dei tanti studenti che frequentano la facoltà di Fisica in via Ormea, a Torino. Ma i suoi coetanei non si immaginano certamente il passato (seppure recente) e soprattutto il futuro di Linda Raimondo. Vent’anni appena compiuti, originaria di Almese, in provincia di Torino, ancora minorenne è stata premiata dall’Agenzia Spaziale Europea – ESA nel concorso Space Exploration Masters; nel 2017 ha rappresentato l’Italia alla prima edizione del Geospace Astronaut Training, un programma di addestramento in Islanda, nelle stesse zone in cui si allenarono Armstrong, Aldrin e Collins prima della missione sulla Luna; e da qualche tempo Linda è diventata il nuovo volto della divulgazione scientifica per ragazzi su Rai Gulp, come consulente scientifica del programma Missione Spazio.

Avete già sentito parlare di ‘Astro Linda’? La sua storia non poteva che suscitare il nostro interesse.

Ci racconti com’è nato il tuo amore per l’astronomia?

«Fin da piccola mi incantavo a guardare le stelle. Il cielo è così nitido lontano dalle luci della città. Avevo sei anni quando una mia compaesana si laureò in Astrofisica. Ascoltando i suoi racconti mi fu subito chiaro: da grande avrei voluto essere come lei. Ricordo ancora come un incubo quando, durante le lezioni di danza, la maestra chiedeva chi avrebbe voluto diventare una ballerina da grande. Io volevo diventare un’astronauta! Altro che ballare. Quante volte chiesi a mio padre quando mi avrebbe portata sulla Luna…».

La tua determinazione ha qualcosa di straordinario. Infatti, quei tuoi pensieri si sono dimostrati ben più che sogni di bambina…

«Quando ci ripenso, mi sento ancora in imbarazzo. Presa dalla passione iniziai a ‘stalkerare’ sul web esperti del settore aerospaziale. Arrivai persino a contattare Margherita Hack via Skype, uno strumento che in quel periodo era molto utilizzato dai ragazzi. Frequentavo la seconda media: con quella sana follia che ogni tanto ci vuole (e credo che sia anche ammissibile in quella fase della vita), cercai il suo profilo e premetti il tasto per la videochiamata. Potete immaginare il colpo quando mi apparve la sua bella chioma bianca. Dopo qualche tentennamento le domandai cosa fosse la fisica quantistica. Quella fu la prima di una serie di lunghe chiacchierate con la scienziata».

Ma non finisce qui…

«No, no (e ride, NDR), in quegli anni la rivista Focus Junior ti offriva la possibilità di intervistare un tuo idolo a scelta. Mandavi la richiesta alla redazione e attendevi. Calciatori, attori, cantanti: erano loro i beniamini dei miei coetanei. Io chiesi di incontrare Samantha Cristoforetti, la nota astronauta italiana. E accadde per davvero! Avevo 12 anni e non ho ancora dimenticato quei dieci minuti insieme».

Quando hai capito quale sarebbe stata la strada giusta per te?

«Ho avuto la fortuna di frequentare sei mesi di scuola negli Stati Uniti, nel 2016, durante il liceo. Da quel momento, la mia percezione della scuola è totalmente cambiata: fino ad allora studiavo perché dovevo farlo, senza infamia né lode, potrei dire. Realizzai invece come i ragazzi oltreoceano avevano mille occasioni
per sperimentarsi nelle diverse attività, sportive ma anche intellettuali. Già prima di partire amavo organizzare ad Almese delle piccole conferenze sull’astronomia (coinvolgendo personalità come l’astronauta Maurizio Cheli, NDR), ma al mio ritorno decisi che avrei dovuto cercare nuove occasioni per esprimere passioni e interessi. Così iniziai a focalizzarmi su concorsi e progetti che potessero stimolare il mio percorso di studi».

Ci racconti le esperienze più significative?

«Nel 2017, insieme a un mio compagno, progettai una base ‘marziana’ basata su studi scientifici reali per il concorso promosso dall’ESA Odysseus Space Contest: vincemmo e lo scoprii il giorno del mio compleanno. Quale regalo più bello! Poi, durante il viaggio per Malpensa, per prendere l’aereo che mi avrebbe portato in Islanda, mi comunicarono che avevo vinto (insieme al mio amico Mattia) lo Space Exploration Master. Avevamo presentato il progetto di un lender in grado di atterrare sulla Luna o sugli asteroidi, raccogliere materiali in grosse quantità e riportarli sulla Terra. Anche qui fu un successo, sebbene molto sospirato: dopo la proclamazione si accorsero che eravamo troppo giovani per partecipare. Ma poi l’entusiasmo della commissione per la nostra proposta prevalse sulla ragione, e dopo qualche settimana volammo in Spagna a ritirare il premio».

Ci racconti dell’Islanda?

«Altra esperienza fantastica: la scorsa estate ho avuto l’onore di essere chiamata per la prima edizione del Geospace Astronaut Training, quattro giorni di allenamento per veri astronauti in una zona remota dell’Islanda. Un giorno mi contattò su Facebook un tale dal nome davvero impronunciabile. Sono sempre restia a stringere amicizie sui social, ne conosco i pericoli. Ma poi notai che avevamo almeno 30 amici in comune (tutti scienziati, astronauti, fisici), accettai e mi propose di partecipare all’addestramento. Sono stati giorni intensi ma di grande interesse: abbiamo seguito lezioni di speleologia, vulcanologia, geologia e astrobiologia con i migliori professori dell’Università di Cambridge e di Húsavík, la città islandese che ci ospitava. Siamo scesi nelle cave sotterranee e abbiamo camminato tra i geyser di un vulcano. Abbiamo raccolto campioni di terreno per analizzarli in laboratorio e abbiamo assistito a conferenze».

2019-06-12T14:02:55+00:00