Intervista a Massimo Guerrini

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Intervista a Massimo Guerrini

Massimo Guerrini, Torino, ipotesi di futuro

Già vicepresidente dell’API di Torino e Provincia per due mandati e, da tempo, amministratore comunale – con l’esperienza di un imprenditore e manager del settore immobiliare – che vuole credere nello sviluppo della sua città, Massimo Guerrini rappresenta un interlocutore qualificato quando si vogliono tracciare le linee direttrici del possibile futuro di Torino, soprattutto in un’epoca in cui le aree centrali metropolitane sono decisive per la crescita delle città. La nostra chiacchierata prende spunto dagli eventi che tanto hanno destato l’attenzione dei media verso Torino, ovvero le cosiddette marce pro e contro l’alta velocità.

Come interpreta la scelta di scendere in piazza, soprattutto da parte di un pubblico non particolarmente incline ai cortei?
«Il diritto a manifestare è una delle principali conquiste della democrazia occidentale ed è da tutelare sopra ogni cosa. La marcia dei 40mila – riprendendo la celebre manifestazione svoltasi negli anni ’70 – è certo stata emblematica della situazione che sta vivendo la nostra città. Chi ha interpretato questa giornata come un semplice scontro ‘sì Tav/no Tav’ sbaglia. È stato piuttosto il modo di dire a tutti che molti di noi vogliono un futuro diverso per Torino».

Ci può spiegare meglio questo concetto?

«Tengo a precisare che non sono stato io a organizzare la manifestazione. Diciamo che… hanno preso alla lettera una mia frase, “Non resta che scendere in piazza e fare una nuova marcia dei 40mila”, dopo che le rappresentanze dei principali enti e associazioni torinesi si erano riunite in Comune nel giorno della votazione della mozione No Tav. La non completezza della risposta dell’amministrazione ha portato gli attori della nostra economia e del nostro ‘fare’ a provare a battere il ferro finché caldo. Chi manifestava era una fitta rappresentanza di quella Torino che reclama investimenti, infrastrutture, crescita. La Tav non è solo un buco nella montagna, rappresenta uno sbocco verso l’internazionalizzazione (Cavour insegna), un modo per unire l’est del mondo, dalle potenzialità infinite, a un nord ovest europeo ricco, è diventare un corridoio per quel mondo in sviluppo. Se diciamo no, il ‘buco’ passerà altrove, e noi perderemo una grande opportunità».

Ma qual è, a suo parere, la situazione di Torino parlando di sviluppi futuri?

«Amministrare una città, qualunque essa sia, è oggi cosa estremamente complessa. È innegabile che, chiunque sia il sindaco, occorre fare i conti tutti i giorni con una gestione di fondi economici che sono sempre meno e con una necessità di assicurare servizi che, invece, pare addirittura aumentare. Proprio per questo bisogna puntare a crescere. Il Rapporto Giorgio Rota nel 2017 era intitolato ‘Recuperare la rotta’, quello del 2018 ‘Uscire dal labirinto’. La tendenza mi pare chiara. Due elementi da considerare: Torino perde abitanti, questo è un dato di fatto, con 7mila cittadini in meno ogni anno. E perde PIL (tra il 2007 e il 2014 si parla del – 13%). Le aziende chiudono, i capannoni rimangono abbandonati. Sono 13 le aree di trasformazione urbana (ad esempio l’ex Thyssen, oppure il complesso ex OSIGhia di fronte al Mauriziano) che attendono di essere trasformate. Invece, osservando Torino dai tetti, non si vede spuntare neppure una gru. Manca un progetto per la città (e lo dicevo già nella mia intervista uscita nel 2017), manca la consapevolezza di puntare su investimenti mirati allo sviluppo, infrastrutture in primis».

A suo giudizio, quali sarebbero le azioni da intraprendere?

«Incentivi, per esempio: se un’azienda si impegna a rilocalizzare un’attività, può accedere a scontistiche IMU o ad altre esenzioni a imposte locali. Dal Rapporto Rota emerge la disponibilità di una realtà post industriale che può essere ancora industrializzata. Torino potrebbe indirizzarsi verso una ‘nuova’ vocazione industriale: meno cemento, meno emissioni (e così si offrono ulteriori incentivi). Intanto, invece, si moltiplicano le aree di degrado, non solo in periferia».

A proposito di periferia, Torino può pensare di diventare policentrica, come altre città sono riuscite a fare?

«Credo proprio di sì. Sono molte le grandi metropoli che stanno mettendo in atto opere di riqualificazione nelle periferie, perché lo sviluppo e la ricchezza non si concentrino solo in un perimetro limitato. Ma, per Torino, si torna sul medesimo discorso: abbiamo verificato che gli abitanti delle periferie torinesi vengono in centro città al massimo una volta l’anno. Il differente senso di ‘appartenenza’ territoriale è uno degli ostacoli che limita questo flusso, ma se ci fossero le infrastrutture adeguate per rendere facilmente raggiungibile il centro, forse alcune persone sarebbero più invogliate. Penso alla seconda linea della metropolitana, canale fondamentale per riallacciare il tessuto abitativo urbano. La nuova Spina, infatti, è insufficiente. Per non parlare dei collegamenti con l’Aeroporto di Caselle, oggetto di critica proprio in questi giorni».

 

2018-12-15T15:53:27+00:00