Intervista a Silvio Falco

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Intervista a Silvio Falco

Silvio Falco, Dalla Bolivia alla Città della Salute

Se è vero che ciascuno di noi è la somma delle proprie esperienze, è più raro che queste esperienze trovino un filo conduttore, dipanandosi attraverso un progetto che ci corrisponde. Per Silvio Falco, da sei mesi direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, tutto questo è avvenuto, e la sua storia di uomo, di medico e di dirigente ospedaliero risponde a una logica che è bello raccontare.

«La mia storia inizia quando ero un bambino degli anni Sessanta a Mirafiori Sud, uno dei quartieri più popolari della nostra città. Io e i miei coetanei eravamo bambini di strada, e la strada – dove si giocava con biglie e figurine – era già un contesto sfidante. Poi sono approdato all’Agnelli, che di quel quartiere è sempre stato un faro. Lì ho fatto tre anni di medie e cinque di superiori. All’Agnelli ho imparato lo spirito solidaristico, il piacere di fare squadra e ho conosciuto una delle figure fondamentali della mia vita: padre Serafino Chiesa. Uomo carismatico e concreto, di grande forza interiore, decise di andare in missione a Kami, in Bolivia, una delle località più difficili e impervie della terra»

E intanto i tuoi studi?

«All’Agnelli ero diventato perito elettrotecnico, con prospettive ritenute rassicuranti dalla mia famiglia. Ma ormai, in me, si era accesa una scintilla diversa e decisi di iscrivermi a Medicina. Questo cambio di rotta creò preoccupazione in casa, dove fare il perito rappresentava una certezza».

Laurea in Medicina? A quel punto eri pronto per Kami.

«Esatto, padre Serafino mi aveva detto “non c’è nessuno, vieni?”, e sono partito. Era il 30 novembre del 1986, avevo 25 anni, mi ero laureato e sposato da pochi mesi. Mia moglie, Gianna, partì con me. Forse, in casa, alla preoccupazione si aggiunse anche un minimo di spavento. Ma quella era la mia prima montagna da scalare».

Come andò?

«Andò che ci rimasi due anni. In quell’esperienza diedi molto, ma imparai ancora di più. La logica di Serafino Chiesa è concreta, assolutamente operativa: non si aiuta con l’assistenzialismo ma facendo progredire le persone, creando lavoro, che vuol dire dignità. Io diventai dirigente ospedaliero in quella circostanza, facendo molto più il manager che il medico. E facendolo a 4mila metri di altitudine». Ci sei mai tornato? «Sì, nel 1991 e per altri nove mesi. Ma negli anni seguenti ho continuato con le esperienze all’estero: nel 1993 sono stato nel Kurdistan turco per occuparmi della rete sanitaria territoriale, nel 1995 sono andato in Mozambico e nel 1996 in Somaliland, sempre con mansioni organizzative. Come ti dicevo, devo a quelle esperienze la mia attività attuale: mi sono appassionato alla gestione delle strutture, alle migliorie e alle ottimizzazioni che si possono ottenere anche in situazioni di altissimo disagio».

Nella tua carriera sanitaria, quali sono stati i passaggi più significativi prima di arrivare alla Città della Salute?

«Nell’ultimo decennio ho avuto esperienze in grandi strutture cittadine, il mio percorso mi ha portato a essere direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano dal 2006 al 2011 e della Città della Salute e della Scienza dal 2012 al 2015; in seguito sono stato direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano dal 2015 al 2018. Dal 1° giugno di quest’anno, sono direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino». Questa è la struttura più grande della regione.

Casa cambia nel tuo lavoro?

«È un contesto sfidante, innanzitutto a partire dai numeri. Città della Salute e della Scienza vuol dire quattro ospedali, 2300 letti, 9400 dipendenti di cui 1500 medici. Si governa un esercito di professionisti e occorre farli lavorare in modo coordinato, il che non è sempre un compito agevole. Poi occorre badare ai conti, rendendoli congrui con gli obiettivi che ci vengono richiesti. La mia azienda ha mille milioni di spese e 900 di ricavi, ed è un risultato che deve cambiare. Per andare avanti dobbiamo raggiungere il pareggio».

E come si fa?

«Si può agire in diversi modi, però alcuni non sono realizzabili, come i correttivi della spesa per il personale. Ma c’è un’altra strada che trovo interessante e percorribile: occorre valorizzare meglio i nostri ricavi. Quando un paziente lascia la corsia, accanto alla scheda di dimissioni sarà importante compilare un elenco dei trattamenti somministrati coi relativi costi. Il risultato sarà duplice: il medico presterà più attenzione alle cifre da indicare, eseguendo questo lavoro con maggiore precisione, e il paziente si renderà conto di quanto si è speso per lui, di quanto costano le terapie e gli interventi che sono stati praticati. Si migliorerà la percezione del servizio e si stimolerà il personale sanitario a inserire i valori corretti. Il nostro lavoro deve essere valorizzato».

2018-12-15T15:28:49+00:00