Intervista ad Ilaria Bonacossa

//Intervista ad Ilaria Bonacossa

Intervista ad Ilaria Bonacossa

Ilaria Bonacossa, «Artissima si veste di nuovo.»

«Sarà un’Artissima di ricerca, molto energica e giovane. Un’Artissima che guarda davvero al futuro dell’arte contemporanea e non necessariamente al mercato. Dove i collezionisti vengano per cercare qualcosa prima che sia troppo caro. Dove si possano scoprire o riscoprire talenti, quindi un luogo di scoperta e di produzione culturale».

Laureata in Storia dell’Arte contemporanea all’Università Statale di Milano, dopo un master in Studi curatoriali al Bard College di New York, Ilaria Bonacossa ha collaborato qui con il Whitney Museum. Poi, per sette anni è stata curatrice della Fondazione Sandretto Re Rebaudendo a Torino e, dal 2012 al 2017, direttrice artistica del museo Villa Croce di Genova.

Nel 2013 ha inoltre curato il progetto di Katrín Sigurdardóttir al Padiglione Islanda alla Biennale di Venezia. Il suo bagaglio culturale e la sua formazione professionale, insomma, sono avvenuti a Torino, mentre Milano è stato il luogo del suo periodo da freelance e Genova quello del confronto e delle relazioni con le istituzioni pubbliche, gli sponsor, le imprese.

«Se l’arte da sola non può cambiare il mondo, ci auspichiamo che l’incontro con opere sorprendenti ed emozionanti possa cambiare il modo in cui ciascuno guarda la realtà».

Come vive questa nuova esperienza?

«All’inizio è stato ovviamente un cambiamento abbastanza radicale, perché arrivavo da 19 anni di lavoro nei musei. In realtà, poi, quando entri nei meccanismi della fiera ti rendi conto che non è così diverso. Piuttosto, ciò che è cambiato è proprio il mondo dell’arte: mentre la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 sono stati il periodo delle biennali, l’ultimo decennio si è incentrato sulle fiere d’arte contemporanea. Questo perché hanno la capacità di riunire in uno stesso luogo artisti, collezionisti, galleristi, curatori e istituzioni. Oltre ad avere un grandissimo vantaggio: in un mondo in cui nessuno ha abbastanza tempo, l’idea di andare in un luogo solo e, in pochi giorni, ottenere una panoramica completa del mondo artistico contemporaneo è decisamente accattivante. In più, permette alle gallerie di avere accesso a un pubblico più disparato, più vasto, diverso da quello che visiterebbe il loro spazio specifico».

Altri temi?

«L’aver scelto, per l’edizione 2017, di celebrare i 50 anni dalla nascita dell’Arte Povera, soprattutto perché Torino è riconosciuta a livello internazionale come città dell’Arte Povera per eccellenza. Ovviamente la fiera non è un museo, quindi non può essere sede di una mostra storica. Ma mi piaceva l’idea di utilizzare questo pretesto per indagare modalità alternative – come ad esempio il Piper (la discoteca sperimentale frequentata da artisti, cantanti, poeti, ndr) – ed evocare il Deposito dell’Arte Presente, che fu un’esperienza rivoluzionaria a Torino dal ’67 al ’69, creando in fiera un vero e proprio deposito fatto di scaffali, mensole, casse e scatole in cui viene riunita una specie di Pinterest dell’arte italiana dal ’94 a oggi. 1994 perché è stato proprio quello l’anno in cui è nata Artissima: un modo per stabilire un legame tra l’arte contemporanea italiana, che è sempre più interessante e solida, e la nascita della manifestazione».

Il primo ricordo di Artissima?

«Nel 2002. Da lì non ho perso un’edizione».

Le novità dell’edizione 2017?

«Quella più visibile è la nuova sezione dedicata ai disegni, monografica e curata da due giovani curatori di Lisbona: Luís Silva e João Mourão. La loro città di origine non è gallerie, ad esempio, caricheranno ciò che espongono all’Oval, ma anche la mostra che ospitano negli stessi giorni nei loro spazi. Così, per il visitatore sarà più semplice preparare la visita o soddisfare le sue curiosità. Sarà uno strumento molto più efficace. C’è inoltre un’agenda dove potersi segnare gli eventi che più interessano, in modo da conservare memoria della propria esperienza ad Artissima».

«Un’Artissima che guarda davvero al futuro dell’arte contemporanea e non necessariamente al mercato. Dove i collezionisti vengano per cercare qualcosa prima che sia troppo caro. Dove si possano scoprire o riscoprire talenti, quindi un luogo di scoperta e di produzione culturale».

Ilaria BonacossaIlaria Bonacossa

2017-10-20T08:14:37+00:00