Torino, Estate 2024
Quanto segue è tutto inventato però tutto verosimile, dunque più vero del vero costruito, finto, fasullo che spesso nel calcio (soltanto?) ci viene ammollato, e nel caso di noi giornalisti vi ammolliamo, in vari modi e forme. Dunque accadde che il Grande Torino tornò in campo, in campionato, per una di quelle elementari magie legate – penso, temo – all’intelligenza purtroppo artificiale. I suoi giocatori erano quelli che sapete, un pochino stropicciati dalla paura provata quando l’aereo, che li riportava a casa da Lisbona, stentava a trovare l’aeroporto cittadino e vagolava nella bufera. Tornò quel Toro nella serie A con la squadra che prima vinceva sempre e che però adesso non vinceva più.
Valentino Mazzola era temutissimo ergo marcatissimo, e veniva subissato di falli. Quando reagiva un briciolino l’avversario, appena toccato o anche soltanto sfiorato, subito si contorceva come se fosse stato travolto da un’orda di dinosauri arrabbiati e l’arbitro abboccava. Loik senza il solito gran Mazzola al fianco non era più lui. Menti era sbalordito di dover calciare le sue celebri punizioni su barriere chiusissime, vicinissime, che fra l’altro gli opponevano pure un calciatore sdraiato, dietro i compagni, contro i tiri rasoterra, una cosa umiliante per il gioco (gioco???!!!) del pallone. In quell’attacco Ossola era troppo tecnico per sopravvivere ad agguati regolarmente sleali, e Gabetto… Bé, il gran funambolo acrobata Gabetto volitava in area, ma non aveva peso. Era anziano, era reduce dalla Juve del quinquennio, e facilmente lo prendevano per la maglia e lo tenevano giù, con arbitri sempre pavidi verso il potere, sapete quale, se non incapaci già di per sé.
Tutto ma tutto il gioco era diverso da quello che gli ex Invincibili praticavano
E dietro? Bacigalupo insisteva a peccare di carenza di autostima, quando era lui il più bravo di tutti i portieri. Davanti a lui Ballarin era sin troppo pulitamente atletico, giocava un calcio semplice, non arzigogolava mai, pativa chi lo diceva sempre un po’ troppo sommario per il Grande Barnum. Al suo fianco il sublime Maroso usciva pulito e splendido dall’area palla al piede, giocava a testa alta e veniva cercato, trovato e bloccato da raggi laser speditigli negli occhi dagli spettatori criminali che sapete. Al centro della difesa Rigamonti scavallava generoso, ma era anche lui vittima della eccitazione scaltra e infame degli avversari che si dicevano colpiti irregolarmente, urlavano persino e tenevano la scena mentre i compagni rifiatavano e gli infermieri e sinanco i medici facevano finta di essere preoccupati. I due mediani Grezar e Castigliano erano giocatori troppo tecnici puri per capire qualcosa di quel bordello sceneggiatissimo.
Tutto ma tutto il gioco era diverso da quello che gli ex Invincibili praticavano. La gente poi era coinvolta, quasi istruita a far casino ignobile, i tifosi veri erano annichiliti da agitatori professionali. La televisione accompagnava, offriva, imponeva, enfatizzava anche con trucchetti il tutto, che non era più football. Ci voleva qualcosa, qualcuno per sbloccare la tragicommedia, la farsa ignobile: Gabetto era uomo di mondo, nobile e saggio, e chiese di essere sostituito.
Venne schierato un centravanti di gran peso fisico, un colombiano di bella pelle scura, si chiamava Duvan Zapata, aveva già 33 anni ma teneva dentro ancora tutta la voglia di saltare e colpire di testa più in alto di tutti, e infatti vinceva le speciali classifiche dei cannonieri de cabeza. Lui al posto di Gabetto che fu ancora più amato dai tifosi veri, e se lo meritava eccome. Entrò dunque Zapata, gli Invincibili ripresero a vincere, tanto era sì cambiato ma non c’era più neppure una forte stampa sportiva scritta a spiegare, ammonire, consigliare, insomma a raccontare bene.
E così solo noi vecchi tifosi granata della borgata sportiva Superga capimmo tutto.
