Nosy Be: i colori e i profumi dell’isola incantata

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Nosy Be: i colori e i profumi dell’isola incantata

L’eccellenza turistica del Madagascar

Un Madagascar in miniatura con suggestioni creole e francesi, il cuore di un piccolo arcipelago nel canale del Mozambico dove l’architettura marina mette in scena palmeti e spiagge abbaglianti, reef e dolci maree che ridisegnano in continuazione il panorama, fondali tersi di un azzurro profondo. Ma il ‘visibile’ è magicamente arricchito da un ‘invisibile’ fatto di profumi forti, delicati e persistenti: vaniglia, caffè, cacao, geranio, orchidea, frangipane e cannella, il prezioso e intensissimo ‘poivre sauvage’, il sensuale ylang-ylang, essenza particolarmente amata in cosmesi e base del mitico Chanel n.5.

Impossibile non venir rapidamente sedotti da Nosy Be: l’isola incantata dove tutto è ‘mora mora’ (piano piano), perché i ritmi di ogni cosa sono governati da una natura complice e guardiana, adorata e protetta da riti ancestrali e animisti di evidente forza millenaria.

Un paradiso terrestre coi suoi problemi (e chi non li ha), ma dove presenza turistica e tradizioni locali coesistono con serenità difficilmente riscontrabile in altri lidi. Siamo in un’isola povera – almeno secondo gli standard occidentali – ma siamo anche in una terra dove si comprende bene come il Pil non sia l’unità di misura della felicità. Andata in crisi da qualche anno l’industria della canna da zucchero (l’unica forma d’imprenditoria locale moderna), gli abitanti vivono di pesca, agricoltura e allevamento. In questi 300 chilometri quadrati, praticamente non esistono latifondi o grandi proprietà; si coltivano fazzoletti di terra che spesso appartenevano già agli antenati, si affronta un mare particolarmente pescoso con barche a bilanciere che sembrano sbucare da un fumetto di Corto Maltese, si passa buona parte del tempo ‘attendendo’ che si gonfi la rete o che le piante offrano i loro frutti.

‘Mora mora’, piano piano, appunto, perché tanto accigliarsi nella corsa non serve a nulla. Tutto viene venduto nelle infinite bancarelle dei piccoli mercati, tra contrattazioni svelte e animate, tra gente che si conosce bene e s’incontra ogni giorno. Il resto lo ha fatto il turismo, che ha sostituito la canna da zucchero come attività economica organizzata. Un turismo in forte crescita per evidenti ragioni di appeal ambientale e sicurezza: mare stupendo e infinite location raggiungibili in giornata, clima temperato primaverile e ventilato con 25-30 gradi in media durante tutto l’anno, due soli mesi (gennaio e febbraio) resi problematici dalla stagione delle piogge, niente malaria o malattie tropicali (anche se le principali vaccinazioni sono sempre consigliate), nessun problema di terrorismo o delinquenza, si sciabatta tranquillamente per spiagge e villaggi certi meteorodi non essere mai importunati. A Nosy Be vincono il sorriso e la curiosità, l’ospite è davvero un ospite e – anche se rappresenta un’evidente fonte di reddito – non viene pressato più di tanto, neanche durante il proverbiale rito della contrattazione e dell’acquisto. Nosy Be, Madagascar in miniatura? Certo, ma con alcuni distinguo e numerosi punti a favore. Infinitamente più piccola della ‘Grande Terre’, l’isola è più malgascia che africana per fauna e ambiente. Come nella madre patria, sono numerose le specie endemiche – da conoscere i lemuri, vivacissimi e socievoli primati, molto frequenti nelle aree forestali – e totalmente assenti altri animali della fauna africana: grandi felini, elefanti, zebre, giraffe… Si parla sia la lingua locale (che varia da tribù a tribù) che il francese, il patrimonio naturalistico è di grande impatto visivo (laghi vulcanici, monti, foreste, spiagge…) e le religioni sono tre: animista (50%), cristiana (40%) e mussulmana (10%). In tutta l’area la coesistenza tra le fedi è ottima, gestita amichevolmente senza prevaricazioni o soprusi.

La storia di Nosy Be ha alcune peculiarità proprie, a partire dal dominio francese, arrivato con mezzo secolo di anticipo rispetto al Madagascar. Altro fattore di unicità è la componente etnica, riflesso meticcio di continui passaggi, approdi, naufragi e insediamenti più o meno stabili. I primi abitanti – probabilmente africani e indonesiani – arrivarono sull’isola 2mila anni fa portati dalle correnti e dalle tempeste, e ancora oggi si ricordano i nomi di quelle tribù ancestrali e leggendarie: Antankarana, Zafinofotsy e Antandroy, a cui si aggiunsero gli indiani e gli indigeni delle vicine (si fa per dire) isole Comore. Col passare del tempo, la posizione strategica di Nosy Be favorì il contatto, non sempre pacifico, con flotte arabe, portoghesi e indiane, oppure battenti il vessillo nero col teschio dei pirati.

 

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2017-05-23T08:25:31+00:00