Storie dal Set
di Antonella Frontani

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di Antonella Frontani

Storie dal Set
di Antonella Frontani

A proposito di genialità

Ecco che torna l’acqua nel cinema di Cuarón, l’elemento naturale che più favorisce la trasformazione. Il fluido che, scorrendo, può dare vita a qualcosa, dopo che qualcosa muore. Anche in ‘Roma’, come nei suoi film precedenti, l’acqua accoglie le emozioni, travolge le vicende umane per poi salvarle e condurle verso un nuovo inizio, come accade a Cleo e ai giovani protagonisti del film. E poi è sempre l’acqua a battere il tempo durante il film quando Cleo, la mite domestica intenta a pulire l’androne del palazzo, inonda il pavimento dando forti colpi di spazzettone che generano una dolcissima risacca. Perché parlare di Cuarón e della sua ultima opera, che ha vinto tre premi Oscar, un David di Donatello, il Leone d’Oro a Venezia, due Golden Globe, quattro Bafta, quattro Critics’ Choice Award, un premio ai Directors Guild? Perché la genialità merita sempre una citazione. Perché le grandi storie sono quasi sempre quelle che raccontano la straordinarietà racchiusa nel dramma umano o la rivoluzione culturale di un paese. È specchiandoci nella parte più profonda di noi che possiamo capire la storia e l’umana fragilità. Nel suo ultimo film, Cuarón ha voluto tornare bambino, a Roma, il quartiere di Città del Messico in cui è nato, nel suo paese che tra il 1970 e il 1971 era dilaniato da proteste sociali e studentesche. Mi ha colpito la genialità con cui il regista ha intrecciato il rapporto tra domestica e signora borghese con le dinamiche sociali che nel contempo si svolgevano all’esterno. Bellissimo crescendo di solidarietà tra le due donne, che si troveranno a condividere la loro solitudine, abbandonate da uomini incapaci di affrontare sia le difficoltà della vita, sia la stabilità di un rapporto affettuoso con le loro compagne e i propri figli. Avrei voluto scrivere io, così bene, una storia che entra nei meandri dell’animo umano evidenziandone tutte le sfumature. Niente di banale né scontato. Una lettura completamente capovolta rispetto a quella che Joseph Losey diede nel suo ‘Il servo’ (‘The Servant’), il thriller del 1963 che narrava il tragico epilogo del rapporto tra servo e padrone. Losey scelse di raccontare l’ossessiva dipendenza di Tony, ricco giovane londinese, nei confronti di Hugo Barret, impeccabile maggiordomo assunto per assolvere con zelo al proprio incarico.

ANTONELLA FRONTANIQuel bellissimo film, che irruppe nelle sale inglesi come un vero manifesto rivoluzionario, aveva per scopo di rappresentare il capovolgimento dei ruoli sociali in un momento di cambiamento radicale della società. Un abbraccio mortale che ambiva a mettere in scena un gioco violento di aspettative sempre deluse, un continuo rimando a una prospettiva altra. ‘Roma’, invece, è un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di solidarizzare abbattendo ogni confine culturale e sociale. È quello che accade tra Cleo, domestica mixteca dai tratti somatici potenti, e Sofia, donna borghese madre di quattro figli, colta e fragile, inaspettatamente forte quando il marito l’abbandonerà per un’altra. Il legame tra una donna umile e silenziosa, dedita e dignitosa, forte, quasi granitica, e un’elegante giovane signora, apparentemente sottomessa ma in realtà dotata di straordinarie risorse, con cui affronterà il suo futuro e quello dei suoi figli. Ogni storia rischia di ripetersi, ma quello che la rende straordinaria è la narrazione, la sua profondità, le nuove prospettive da cui può essere raccontata, i mille rivoli in cui le parole, le immagini e i suoni si diramano per renderla unica. Questo è quello che ha fatto Cuarón in ‘Roma’, dove la dolcezza si fonde alla solitudine, l’amore all’abbandono, la forza alla disperazione, la ferocia della battaglia all’urgenza della sopravvivenza, il coraggio al senso di colpa. Un film dalle scene di una bellezza emozionante. Perché parlare di Cuarón e di ‘Roma’? Per evocare la genialità, per riconoscerle gratitudine.

2019-06-12T08:55:23+00:00