Autunno 2024 TQ Braille
Autunno 2024
Torino Magazine celebra Jannik Sinner nella copertina del numero Autunno 2024: sportivo già iconico, N°1 del tennis mondiale, amatissimo in Italia e all’estero. Il volto di Sinner era già stato scelto in realtà un anno addietro, quando nel 2023 conquistò la finale proprio delle ATP Finals di Torino, tassello fondamentale della sua ascesa sportiva e mediatica. Di lì in poi tantissimi successi, spot televisivi, diversi articoli dedicati sulla stampa nazionale e internazionale: un percorso che abbiamo provato a raccontare nella nostra Cover Story a lui dedicata. Una narrazione divisa in quattro “capitoli”: il racconto di una cover, il Divino Sinner, Jannik Sinner icona pop; e condotta dal direttore Guido Barosio, con la partecipazione speciale dell’artista e regista torinese Irene Dionisio.
Alla ricca Cover Story si aggiunge l’editoriale di Guido Barosio, l’immancabile spazio dedicato al dialogo con il mondo, e quindi ai Viaggi, in particolare a quello del direttore, stavolta impegnato a raccontare le “isole discese dalle stelle”, ovvero le Maldive.
In chiusura un ampissimo Speciale Food Autunno, diviso per l’occasione in tre “puntate”: l’alfabeto food torinese (giochi, spunti e riflessioni sull’ecosistema gastronomico cittadino), i nostri approfondimenti culinari tra novità, grandi classici e imperdibili “fuoriporta”, la Ristoguida d’autunno.
Indice
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- Il volto della città, editoriale di Guido Barosio
- Cover story: Jannik Sinner 2024, il racconto di una cover
- Viaggio alle Maldive: le isole discese dalle stelle
- Speciale Food Autunno 2024: top della stagione
- L’alfabeto del food torinese
- La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Il volto della città
editoriale di GUIDO BAROSIO
Siamo noi il volto della città? Volendo essere autocentrati potremmo rispondere di sì. Nei fatti abbiamo contribuito a offrire alla città un volto periodico, accattivante, sempre attualizzato, mai casuale o semplicemente ad effetto. Perché questo è tra i compiti di un magazine metropolitano. Gli altri – i quotidiani – giocano un campionato diverso, hanno meno tempo a disposizione e scelgono la notizia (o le notizie) del momento. E poi hanno affissioni minimali, a due colori, con qualche titolo e stop. Noi, invece, siamo un soggetto ad alta persistenza. La scelta del volto non fu così scontata, perché “volto” vuol dire icona di una stagione cittadina: riconoscibile ai più, mai divisivo, anzi, deve essere una flag image nella quale identificarsi. In particolare per la nostra community altamente fidelizzata: professionisti, imprenditori, operatori culturali, amministratori, artisti, medici, chef e ristoratori, artigiani, dirigenti a vario titolo, sostanzialmente coloro “che fanno la città”. Obiettivo raggiunto perché, quando si parla di un numero, non ci si riferisce alla data di uscita, ma al volto in cover. In questi giorni ho rivisto la copertina del mio primo Torino Magazine – cover Evelina Christillin, 25 anni fa– mentre lavoravo sul numero con Sinner, e ho pensato a cosa c’è stato in mezzo: 125 copertine, i volti a piena pagina almeno 100.
E i “non volti singoli” sono stati comunque “volti della città”, solo in modo diverso: la Ferrari, la gettonatissima tavola “Toro-Juve” di Benny Nicolini, i medagliati olimpici, i conduttori di Eurovision, i Subsonica, gli Eugenio in Via Di Gioia… Dei 100 “faccioni”, diversi non sono torinesi di nascita o di residenza, ma di appartenenza, che vuol dire una sorta di cittadinanza onoraria: Antonino Cannavacciuolo, Nole Djokovic, Roberto Bolle, Alessandro Preziosi, Miriam Leone e persino Papa Francesco. La scelta del protagonista comporta qualche rischio? Certamente sì. Perché nell’arco di due o tre mesi può accadere di tutto, e un volto up può diventare un volto down. Il caso più evidente è quello degli sportivi: come dei veggenti, ci interroghiamo sul calendario, sulle previsioni, su previsti e imprevisti. Di solito è andata bene, altre volte meno. Ma anche la scelta della foto è un’arte delicata. La regola, che sappiamo anche trasgredire, vuole lo sguardo verso il lettore; ma poi vanno valutati gli spazi, un rettangolo a base bassa, con strilli a sinistra e testata in alto. Ed è proprio la nostra testata a fare la differenza, perché quel volto diventa Torino Magazine, ma anche “Torino”, come un city brand provvisorio e allo stesso tempo visibilissimo, eternato nelle biblioteche della città. Sappiamo che circolano molte copie autografate, cimeli di lettori avidi con la firma del protagonista in cover.
Questo non è stato possibile solo in due casi, ma sono state entrambe edizioni memorabili: il numero dedicato all’anniversario di Superga, copertina Valentino Mazzola, e quello che ha celebrato Gianni Agnelli, a vent’anni dalla sua morte. Da Evelina Christillin a Jannik Sinner, la città l’abbiamo sintetizzata in 125 frame. Rivedendo quei ritratti si possono riconoscere trasformazioni, personaggi, momenti epici, volti inossidabili nel tempo e altri assai meno. C’è una città che usciva dalla rassicurante epopea dell’industria, e un’altra città che si affacciava al turismo, alle Olimpiadi, ai grandi eventi; c’era un Cristiano Ronaldo accolto come un re, ma oggi lontano anche nei ricordi; e poi musicisti, sindaci, calciatori, artisti e scrittori. Comunque storia, quella di Torino e del giornale che ne porta il nome. Poi ci sono coincidenze che aprono e chiudono un cerchio: lo apre la Christillin annunciando le Olimpiadi, lo chiude, per aprirne un altro, Sinner, che consacra le nostre ATP Finals. Lo sport ha generato il nuovo. Questa città è cambiata, e cambierà, coi nostri volti. Una hall of fame in divenire, attendendo il prossimo numero.
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Cover story: Jannik Sinner 2024, il racconto di una cover
Per la cover di Jannik Sinner non abbiamo atteso gli Australian Open, e nemmeno la consacrazione del ragazzo di San Candido a numero uno del mondo. La decisione era già arrivata con le Finals dello scorso anno, anzi, l’idea risale ai tempi di Rafa Nadal, primavera 2021, quando, tra mascherine e restrizioni, il futuro dell’evento torinese appariva assai incerto. Fu allora che concepimmo “la serie”: una copertina dedicata a un grande campione per ogni edizione delle ATP Finals.
La città, dopo i mesi di segregazione e la rinuncia alle Olimpiadi, aveva la necessità di un vessillo dietro il quale incamminarsi, con fierezza e fiducia nel futuro. Ma ogni evento, prima di essere amato, ha bisogno di essere compreso: le Finals non sono i Giochi, non c’è il botto, ma l’iterazione di un appuntamento globale per (almeno) cinque anni consecutivi. La prima scelta fu primaverile, perché volevamo essere i primi (e lo siamo stati), dando un segnale forte alla città, indicando la rotta. Dopo (nell’autunno 2022) è arrivato Federer (non poteva mancare nella nostra hall of fame) e l’anno passato Djokovic, che ha vinto mentre eravamo in edicola, il massimo.
Ma quel ragazzo di San Candido, campione di nuova generazione, diverso da tutti gli altri, l’abbiamo sempre avuto in testa. Volevamo un italiano vincente e possibile vincitore, ma abbiamo trovato molto di più. Perché oggi Jannik non è solo un campione, ma il volto nuovo dello sport; accattivante come si può essere a ventitré anni, implacabile e risoluto col suo tennis semplice e perfetto, con una forza mentale che gli permette di superare gli ostacoli in campo e fuori.
Non assomiglia a nessuno che lo ha preceduto: un marziano, anche per i top player di altri sport. Piace ai torinesi per l’applicazione nei dettagli, la riservatezza, la tenacia, la classe ben inguainata nel controllo, perché solo così si vince tanto, tantissimo, sempre, slam.
Quindi una cover facile? Per nulla. Avremmo potuto scegliere una bella foto “da tennista”, ma non ci siamo accontentati. Il volto di questo ragazzo d’acciaio, peraltro, non offre il suo meglio nelle classiche espressioni agonistiche. E poi volevamo evidenziare diversi elementi: l’eleganza di un volto giovane però maturo, certe spigolosità nei tratti che sottolineano caparbietà e determinazione, lo sguardo rivolto verso chi osserva, in un engagement diretto e dichiarato.
Naturalmente si parte con 100 foto, che poi diventano 20 e infine 10. Su questa nomination abbiamo lavorato tutti: redazione, direzione, grafici. Perché a Torino Magazine ogni scelta che conta è collettiva, la cover è del team, la decisione finale responsabilità condivisa. Così siamo arrivati a Ryan Pierse di Getty Images, da oltre un decennio nell’olimpo dei fotografi sportivi, premiato nella sua categoria da World Press Photo.
Non deve stupire che Jannik sia stato fotografato da lui: perché, via via che un campione diventa globale, arriva il confronto con i maestri. Pierse è australiano, autore di servizi magistrali sugli sport più amati nella sua patria: cricket, football australiano, surf. Ma il suo volto più celebre è forse quello del brasiliano Neymar. Le foto di Pierse sono di bellezza pittorica, uniche nel suo genere.
Nella nostra cover Sinner ha tonalità quasi caravaggesche e rinascimentali, siamo due piani avanti (e anche di più) rispetto ai campioni in azione. Sarà il volto di Torino per due mesi, con lo sguardo rivolto alla città. Bello pensare di aver già eletto lui in quel 2021, quando scegliemmo il tennis per raccontare la città del futuro.
Il Divino Sinner
Torino a metà novembre viaggia al ritmo di una pallina gialla che rimbalza monocorde sul sintetico, respira tennis abbracciando per il quarto anno consecutivo le ATP Finals che riuniranno ancora una volta i migliori tennisti della classifica. Un appuntamento che dal 2021 ad oggi ha rappresentato per il movimento tricolore un crescendo di emozioni, di passione e di senso di appartenenza.
Da un secolo all’altro il nostro tennis ha cambiato pelle, tramutandosi da sport per pochi eletti a tendenza di massa, da notizia sporadica nei TG nazionali ad argomento fisso nei resoconti, al punto che ormai i nomi dei nostri migliori giocatori sono divenuti familiari in ogni angolo della penisola.
La forza delle vittorie, l’ebrezza dei trionfi immediatamente condivisi anche da chi con il tennis ha sempre avuto poca familiarità: un tempo c’era la valanga azzurra, il fenomeno Tomba, che aveva sdoganato lo sci dal le innevate cime fino alle piazze cittadine.
Oggi il numero uno del tennis mondiale parla la nostra lingua, occupa costantemente le prime pagine dei giornali e soprattutto promuove con il suo sorriso questo sport ormai sempre più di moda.
Il 2024 ha consegnato alla storia dello sport tre atleti, tutti accomunati da quei tratti che contraddistinguono il fuori classe dallo sportivo professionista, tutti capaci di firmare imprese destinate a rimanere impresse nella memoria degli appassionati, tutti in grado di accendere l’orgoglio della propria nazione.
Fa piacere anno tare che accanto ai nomi del ciclista sloveno Tadej Pogačar, dominatore della stagione a tutte le latitudini, e dell’astista svedese Armand Duplantis, accumulatore seria le di medaglie e record del mondo, figuri di diritto anche quello di Jannik Sinner. Il tennista italiano si ripresenta a Torino, a distanza di un anno, con un biglietto da visita totalmente diverso, maturato nel corso di questa stagione lunga, anche tormentata per il caso doping che resta ancora inspiegabilmente in sospeso, ma piacevolmente trionfale.
Un anno fa il tennista altoatesino non era ormai più il predestinato che nel 2021 si presentò da riserva, ma trovò comunque il tempo di sostituire l’amico Matteo Berrettini e prendersi la soddisfazione di battere il polacco Hurkacz e di far soffrire il russo Medvedev, in quel momento 2 del mondo e poi finalista.
Un anno fa Sinner infiammò Torino, scatenò i “Carota Boys” sugli spalti e raccolse quei risultati che si sono tra sformati nei mesi successivi nel propellente che lo ha trascinato nell’empireo del tennis italiano. Oggi Jannik Sinner sbarca a Torino da numero uno del mondo, posizione conquistata il 10 giugno di questo magico 2024, ascesa costruita e difesa soprattutto con i trionfi in territori sconosciuti per i nostri tennisti: prima l’Australia e poi gli Stati Uniti.
Nella storia Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta avevano festeggiato a champagne sollevando verso il cielo il trofeo per gli eletti del Roland Garros, ma al di là di Parigi non ci eravamo mai spinti. Sinner ci ha tenuti svegli la notte e ha centrato in questa stagione due prove del grande Slam come solo i grandi dello sport sanno fare.
Vincere una volta può capitare in una vita, quando i pianeti si allineano o tutti i tasselli del proprio bagaglio combaciano perfettamente (a livello Slam gli esempi sono numerosi, negli ultimi decenni sono iconiche le vittorie di Goran Iva nišević e Stich a Wimbledon, oppure clamorose quelle di Gaudio e Chang al Roland Garros, o dominanti come quelle di Čilić e Roddick agli US Open), ma ripetersi appartiene solo al DNA di pochi eletti.
Il tennis resta uno sport elitario, ma non più per chi lo pratica in virtù della sua diffusione planetaria, ma piuttosto per chi lo frequenta a livello professionistico: i primi 5 della classifica ATP, infatti, rappresentano ormai uno scoglio insormontabile per coloro che occupano le posizioni di rincalzo. Quando Sinner, Alcaraz, Zverev, Djokovic e Medvedev alzano il ritmo per gli altri sono dolori e poco importa che il ranking certifichi una distanza di poche decine di posizioni… E proprio per questo l’attuale scettro mondiale detenuto da Sinner acquista ancora più valore.
La stampa francese lo scorso secolo etichettò Suzanne Lenglen, padrona del tennis negli anni Venti con 25 titoli del Grande Slam tra singolare, doppio e doppio misto, come “La Divine”… In Italia diventa automatico mutuare al maschi le l’accostamento, non solo per le buone maniere o il sorriso contagioso, per Sinner.
Siamo di fronte a una nuova generazione di fenomeni? Probabilmente non rivivremo più l’epopea dei “Fab Four” (l’eterno Novak Djokovic, Rafa Nadal, Roger Federer che conquistarono 60 titoli del Grande Slam sui 75 a disposizione dal 2003 al 2023, ai quali si aggiunse per un breve ma intenso periodo lo scozzese Andy Murray, fermo comunque a quota tre), ma resta il fatto che il futuro del tennis è nelle solide mani di Jannik Sinner che a Torino vuole festeggiare davanti ai propri tifosi il trofeo che appartiene di diritto a chi chiude l’anno con il numero uno tra le mani.
Il miglior modo per cesellare una stagione da incorniciare e che comunque non si chiuderà ancora visto che la Coppa Davis chiamerà molti protagonisti delle ATP Finals all’ultima fatica. E l’Italia sarà presente con l’obiettivo di bissare quel titolo che ha riportato il tricolore davanti a tutti.
Jannik Sinner: icona pop
Guido Barosio e Irene Dionisio si interrogano su Sinner come icona non solo sportiva, ma soprattutto pop. Il primo chiamando a raccolta visioni, ragioni, artisti che hanno provato a raccontare Jannik. La seconda disegnandone, a parole e a matita, un ritratto da anti-eroe moderno.
Prima Guido.
Una volta non era così. L’atleta era “semplicemente” un atleta, e lo si amava perché era un vincente. Si vedeva poco e parlava ancora meno, qualche volta niente. Ma gli irresistibili anni Sessanta cambiarono la storia, imponendo due discoli irresistibili: Muhammad Alì e George Best.
Sul dato tecnico (eccelso) ogni commento è superfluo, ma c’è dell’altro, c’è del politico, del mediatico e anche dell’artistico. Alì, dopo aver steso Sonny Liston guardandolo con fierezza ed eleganza, è una icona pop; George che posa col cappello da cowboy, lo smoking e la Ferrari, altrettanto. Ci leggiamo unicità, sfrontatezza, gusto per la ribellione, cesoia chirurgica tra due epoche.
Ma cosa definisce una icona pop? Tanti elementi tutti insieme: livello di fama e riconoscibilità all’interno della cultura popolare, e poi non è sufficiente la notorietà, occorre incarnare idee, tendenze e atteggiamenti, influenzando un’intera generazione. Quindi evidenza culturale, riconoscibilità globale (che vada oltre l’ambito di appartenenza), stile di vita attraente ma non emulabile, visibilità a lunga persistenza, simbologia trasversale.
E oggi? Quando l’antropocene si manifesta come l’era della comunicazione? Come si crea (o si distrugge) un’icona nella società condizionata da media di ogni tipo: social, TV, Youtube, intelligenza artificiale…? Vince la rapidità, nell’in come nell’out. Sostanzialmente arrivi in fretta, ma ancor più velocemente puoi sparire. E poi occorre (con difficoltà) scindere il vero dall’apparente. Perché il mondo dei media vuole creare il mito appena possibile, per poi cibarsene e, appena non piace più, sbarazzarsene.
Distinguere la vera icona non è un facile esercizio, serve la meticolosità degli antichi cercatori d’oro. E noi siamo convinti che la pepita giusta possa essere Jannik Sinner. In lui si può osservare molto di quello che abbiamo scritto in precedenza, con un dato, assai significativo, in più: la capacità – naturale, ma anche ben costruita – di essere “altra cosa” rispetto ai suoi illustrissimi predecessori – Nadal, Federer, Djokovic – grandi campioni, ma non icone come le intendiamo noi.
Perché Jannik piace ai ragazzini (che si identificano), ma anche alle mamme e alle nonne (che non hanno mai visto un incontro di tennis), pronte a proteggerlo contro la WADA, passata da nume tutelare dell’antidoping a Dart Fener dello sport universale. Ma Jannik entusiasma anche aziende del calibro di Fastweb, Lavazza e Intesa Sanpaolo, pronte a investire su di lui oltre le imprese agonistiche.
Ulteriore elemento di iconicità è l’universalizzazione del mito, dove Sinner è oggi star indiscussa, amato dall’Australia agli States, oggetto di gossip (che però non morde l’impeccabile altoatesino più di tanto), in assoluto più interessante dei calciatori plastificati, difficilmente distinguibili dai loro avatar nei videogiochi. Di queste potenzialità, e dei messaggi che contengono, si è già accorto il Time, che lo ha incluso tra le “100 persone emergenti del 2024”.
Il numero uno del tennis offre la personalità giusta per i nostri tempi: si impone senza bisogno di fare il balordo, non offende, non provoca, sembra mite, ma, impugnata la racchetta, appare ciò che è: forgiato nel carborundum. Così, inevitabilmente, oggi l’arte fa la sua parte.
Il primo ad accorgersene è Simone Tribuiani, che ha catturato nei suoi dipinti alcuni dei momenti più significativi del campione, come la vittoria agli Australia Open e la semifinale contro Djokovic in Coppa Davis. L’artista ha spiegato che i suoi dipinti rappresentano “fermi immagine”, evocando momenti che definiscono la carriera dell’atleta e che rimarranno nella memoria collettiva. Ma Sinner lo troviamo anche nei lavori di Andrea Pisano (serie Iconpop), quasi una visione in mood Andy Warhol, o in quelli di Craiyon, che celebrano il suo celebre amore per le carote.
Significative le opere del giovane Leon, dove il ritratto è circondato da coloratissime pennellate astratte, mentre il digital painter Dante Gurrieri lo colloca direttamente nel Rinascimento. Assai emblematico il video di Tennis Channel in cui appare Jannik chiamato a dipingere il suo “paesaggio italiano”. Nel mondo dell’arte Sinner apre una porta che sinora era stata chiusa (o appena socchiusa), quella delle nuove tecniche, della digitalizzazione, della serialità dei prodotti.
In estrema sin tesi: il contemporaneo ha trovato davvero la sua nuova icona. È italiano, non ha bisogno di affilare i canini per vincere, ce lo godremo ancora a lungo, perché giovane, ma anche perché ha cambiato i paradigmi della sua specie.
Poi Irene.
16 Agosto 2001, tra le Dolomiti, a San Candido, nasce Jannik Sinner, astro nascente del tennis mondiale. Dopo una lunga gavetta in costante crescita Sinner si è insinuato come una brezza alpina nel mondo severo del tennis mondiale. Alto e snello, dalla folta chioma carota, Jannik si muove sul campo con una combinazione di eleganza innata e spietata determinazione.
«Il talento per me non esiste, bisogna guadagnarselo», affermava sicuro in un’intervista del 2021 a vent’anni appena compiuti. «Puoi avere capacità migliori, ma solamente se lavori andrai più in alto. Chi lavora è quello che ha talento».
Nell’epoca della performatività per eccellenza, in cui le azioni individuali sono valutate più per il loro impatto e rappresentazione, piuttosto che per la loro sostanza, Sinner ha saputo stupire con un talento pacato e una resilienza unica. L’enfant prodige del nostro tennis si è dimostrato e si dimostra, nella vita e nel gioco, capace di una potente calma e di un’intelligenza tattica fuori dal comune.
Sinner utilizza colpi profondi e angolati per mettere sotto pressione i suoi avversari con un servizio solido che gli consente di guadagnare punti facili, specialmente nei momenti decisivi. È in grado di variare la sua velocità e spin, rendendo difficile per gli avversari prevedere le sue intenzioni. La sua agilità gli permette di coprire rapidamente il terreno, rispondendo efficacemente agli attacchi degli avversari.
La sua calma in campo e la capacità di mantenere la concentrazione anche in situazioni di alta pressione lo distinguono. Sinner sa assolutamente come affrontare i momenti critici delle partite e spesso riesce a ribaltare situazioni svantaggiose.
Come Zinédine Zidane immortalato nell’opera di Douglas Gordon e Philippe Parreno dal titolo A 21st Century Portrait, Sinner è stato capace di trasformarsi: il corpo dell’atleta è quello di un ballerino aggraziato eppure letale, non solo enfant prodige, ma anche fenomeno culturale, un’icona pop che trascende lo sport.
Fuori dal campo, Jannik si muove con la stessa disinvoltura con cui colpisce un rovescio vincente. Le telecamere lo adorano, catturando ogni suo timido sorriso, ogni gesto di esultanza contenuta. I brand di lusso se lo contendono, vedendo in lui l’incarnazione perfetta di un’eleganza sportiva e senza tempo. Sui social media, il suo seguito cresce esponenzialmente. I fan analizzano ogni sua mossa, ogni cambio di look, ogni apparizione pubblica. Le ragazze sospirano, i ragazzini lo emulano.
Jannik è diventato il sogno italiano, l’anti-eroe moderno che unisce talento e umiltà, successo e genuinità. Eppure, in mezzo a questo vortice di attenzioni, Sinner mantiene un’aura di mistero. Come un personaggio di un romanzo, sembra galleggiare sopra il clamore che lo circonda, concentrato su una missione che solo lui comprende appieno.
In un’epoca di eccessi e scandali, Jannik Sinner è l’antidivo per eccellenza. L’eroe che non ha bisogno di gridare per farsi sentire. Il suo tennis parla per lui, e il mondo non può fare a meno di ascoltare, rapito.
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Viaggio alle Maldive: le isole discese dalle stelle
Destinazione paradiso
Arrivi e sei davvero stanco, quelle dodici ore di volo, con scalo a Dubai, non sono certo un regalo per dorsale e cervicale, il sonno c’è e si fa sentire. Il contatto degli occhi, socchiusi col sole tropicale, ti rendono corpo estraneo in un luogo che ancora devi accettare. Ma, dopo pochi minuti, tutto cambia e la meraviglia ridesta sensi e sentimenti. Perché quando l’idrovolante si alza in volo da Malé l’oceano si schiera a parata, facendoti capire la ragione del tuo viaggio.
L’ouverture è un gioco pittorico dedicato al blu e a tutte le sue possibilità: l’azzurro chiaro di acque poco profonde e sabbiose, il turchese, che segnala lagune e barriere coralline, l’azzurro ceruleo, dove i fondali sono più profondi e luminosi, il blu cobalto, dove l’abisso non fa arrivare il sole, il blu marino, quasi nero, perché la profondità si accentua ancora e ancora, il verde acqua, più favorevole alla vita, alle creature minuscole o gigantesche che lo abitano.
Non hai ancora finito di stupirti – e intanto dorso e occhi si sono rigenerati come per incanto – che la magia prende il sopravvento. Perché, sotto di te, il buon Dio dei viaggiatori ha disteso l’arazzo delle Maldive: 1200 isole coralline – alcune piccole, altre piccolissime e in buona parte minuscole – tutte diverse tra loro, disegnano il pano rama come concepite da qualche genio del puntinismo astratto: Damien Hirst, Jennifer Bartlett, Jorinde Voigt.
L’arazzo in questione ha una superficie di 90.000 metri quadrati, e le isole abitate sono solo 200 del totale. Non c’è niente come le Maldive, questo è un capolavoro del nostro pianeta che non ha eguali, e che non assomiglia a null’altro. Il mare assoluto? Probabilmente sì, non solo per bellezza, ma anche per differenza. E la temperatura delle acque fa la sua parte: quando ti immergi ci sono mediamente due o tre gradi in meno rispetto alla superficie, per un godi mento senza pari, per un’immersione in qualcosa di primordiale, che ti connette idealmente alla componente liquida del nostro pianeta, che poi è il 71% della superficie terrestre.
Ma com’è nato questo capolavoro della natura? Charles Darwin, nel suo libro The Structure and Distribution of Coral Reefs, propose una teoria sulla formazione degli atolli corallini che, secondo lui, ebbero origine quando le isole vulcaniche (o veri e propri vulcani) si inabissarono nel mare. Un processo lento ma inesorabile, comune a tutto l’arcipelago. Col tempo i coralli, alla ricerca di nutrimento, risalirono in superficie e costituirono una barriera intorno all’isola sommersa, for mando così un atollo. Nelle Maldive ce ne sono 26, collegati, in un sistema complicatissimo e fascinoso di canali, correnti, bassi e alti fondali, alle 1200 isole dell’arcipelago.
La stessa parola “atollo”, usata in tutto il mondo, deriva dal maldiviano atholhu. Quella di Darwin è una spiegazione attendibile? Forse. Di fatto sinora nessuno ne ha scovata un’altra migliore. Ciò che i naviganti ben sanno è che l’unica cartografia di riferimento ha quasi duecento anni; redatta dal capitano britannico Robert Moresby, tra il 1834 e il 1836. Nonostante oggi ci siano mappature satellitari sofisticatissime, i formidabili marinai nativi conti nuano a preferirle, perché ricche di dettagli mai più rilevati.
Ma questa non è una realtà inchiodata dalla sua topografia: le Maldive si muovono, si spostano, vanno e vengono, cambiano con le stagioni e a volte per sempre, si spezzano per poi ricomporsi. Anche il loro numero non è stabile, perché qualcuna scompare e altre se ne aggiungono, talvolta solo occasionalmente. I velisti sanno che ci si può imbattere in un’isola senza nome, disabitata, che non è indicata in nessuna mappa. Chissà se, in un viaggio successivo, sarà ancora li?
Questo gioco tra onde, coralli, maree e vulcani sommersi, resta sostanzialmente un mistero. Certo che l’irrilevante altezza delle superfici emerse lo agevola; quel bianco che osserviamo dal cielo, circondato dal grande blu che lo circonda, più che una tavolozza è una bandiera, sventola se la natura lo ordina.
Il mare che cura e trasforma
Il contatto con la dimensione oceanica delle Maldive non è solo benefico, lo avverti come taumaturgico. E tu rispondi al suo richiamo, che poi è quello che ti ha fatto concepire un viaggio dove hai sorvolato tre continenti, per raggiungere il luogo delle tante isole che punteggiano un blu “che si muove anche di notte”, come canta Paolo Conte.
Così, quando finalmente ci sono, non posso che pensare a una delle più insidiose considerazioni di Alessandro Baricco: «Il mare non fa altro, in fondo, che questo: chiamare. Non smette mai, ti entra dentro, ce l’hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti». Mare assoluto? Lo abbiamo già detto. Ma anche paradiso in pericolo.
Le Maldive hanno un’altezza media di un metro e mezzo, se il riscaldamento globale procederà di questo passo, tra pochi lustri, invece dei puntinati di Hirst, resteranno solo le tele di Klein, rese celebri dal blu profondo e uniforme, tanto per intenderci. L’uomo ha colonizzato l’arcipelago con mano leggera, almeno sinora. I suoi abitanti, musulmani, parlano il divehi, lingua indo ariana autoctona, e sono, per vocazione, formidabili pescatori.
In realtà dovremmo dire “lo erano”, perché, negli ultimi trent’anni, il turismo ha radicalmente modificato l’asset dell’economia maldiviana. Per primi arrivarono hippy e viaggiatori estremi, quelli con bagaglio minimale appresso e tanta voglia di scoprire un nuovo paradiso. Lo trovarono: popolazioni accoglienti e servizievoli, natura incontaminata, spese irrisorie per installarsi. Stiamo parlando degli anni Settanta, quando nell’arcipelago vennero installate le prime rudimentali guesthouse. Ma l’idillio durò poco. Le strutture di accoglienza si abbellirono, i prezzi vennero tarati verso l’up e, gradatamente, arrivarono le grandi compagnie del turismo internazionale.
Comunque, per come sono disposte nell’oceano, le Maldive non saranno mai preda dell’overtourism. Questione di spazi, di distanze, di frammentazione delle superfici emerse. Così, col tempo, ha preso corpo la formula: “un’isola, un resort”. Dove queste minuscole terre emerse sono ideali per ospitare una struttura con tutti i suoi servizi – ville, reception, piscine, ristoranti, approdi, strutture sportive – ma quasi mai più di una, sostanzialmente a causa della superficie ridotta.
Dalla formula, il concetto di esclusività: il turista vive in una tribù omogenea, in una location lussuosa e ricercata, isolata dalle altre, e senza confronti con le altre, dove trova tutto quello che può essere necessario al proprio soggiorno. Un piccolo paradiso tropicale – oggi ce ne sono un centinaio – a propria disposizione, ideale per settimane romantiche, per il relax assoluto, per i viaggi di nozze.
Quello che viene a mancare quasi completamente è il con tatto con i nativi, perché loro hanno le loro isole e voi la vostra. Gli unici maldiviani che conoscerete sono quelli che lavorano nel vostro resort, discreti e silenziosi, sembra quasi di non vederli. La visita ai villaggi è sostanzialmente interdetta (servono permessi speciali), perché non amano il contatto coi visitatori e il governo protegge e tutela l’inclinazione.
L’economia maldiviana vive due segmenti molto distanti tra loro. Nelle isole i nativi sono dediti alla di pesca – in quanto marinai abilissimi – e producono esclusivamente quello che gli serve: banane e frutta tropicale, sono minimali gli allevamenti di caprini e pollame. Ma una crescente quota della popolazione oggi è dedita al turismo, un comparto non ancora pienamente sviluppato, però in vertiginoso ammodernamento.
Protagonisti i player del mercato internazionale, ma, sempre più, anche realtà maldiviane. Nei resort ampio impiego del legno, riciclo e recupero delle acque, nessun edificio che supera, in altezza, le palme degli atolli. Due le soluzioni abitative più diffuse: beach villas, con piscina privata e accesso diretto al mare, oppure palafitte, le water villas, munite di scivoli per tuffarsi, uno per ogni unità. Tutto è proteso al pieno godimento del mare.
Quel mare che, come scriveva Hermann Melville: «È la più grande incarnazione della natura selvaggia e incompresa. Siamo attratti da esso come da qualcosa di misterioso e antico, che rispecchia la nostra stessa anima». Per questo viaggio abbiamo scelto due strutture di proprietà maldiviana, tra le più nuove ed esclusive dell’arcipelago, concepite e realizzate dal gruppo Sun Siyam Resorts.
Il sogno di Ahmed Siyam Mohamed
33 anni fa chi avrebbe mai immaginato che quel ragazzo di 14 anni, Ahmed Siyam Mohamed, mingherlino, nativo della minuscola isola di Kudafari, tra le più povere dell’atollo di Noonu, dove non c’era neanche l’energia elettrica, avrebbe creato un impero, regolarmente premiato con i massimi riconoscimenti turistici internazionali?
Ma questa è una bella fiaba, perché la tenacia e il talento sono stati premiati, e gli ambiziosi obiettivi raggiunti. Ahmed giunse a Malé cercando opportunità di studio e, per mantenersi, lavorò incessantemente in cambio di cibo e alloggio. È lui stesso a raccontarci quegli anni: «Il successo appartiene a coloro che lavorano sodo. Forse ora non ci crederà, ma tra il 1991 e il 1998 ho lavorato 22 ore ogni giorno, dormendo solo due ore per notte».
La svolta avvenne nel celebre molo N°1 di Malé, quando comprese che le guide turistiche ricevevano commissioni a ogni visita. Così, dopo la scuola, ogni giorno dedicò tutte le sue energie alla ricerca e alla guida dei turisti in giro per la capitale. I riscontri furono immediati, anche dal punto di vista economico. Negli anni seguenti l’istituto alberghiero, la laurea, la prima agenzia di viaggi, il seme dal quale nascerà il suo gruppo, che oggi conta 3000 dipendenti e cinque resort.
La lungimiranza di Ahmed lo ha portato a intuire che il turismo maldiviano non deve consolidarsi come fenomeno statico, ma che le nuove sfide sono quelle di un approccio ludico e attivo, non più sola mente contemplativo, e fortemente proteso verso una sensibilità blue & green, rispettosa dello straordinario patrimonio ambientale dell’arcipelago.
A piedi scalzi nel Siyam Iru Fushi
La classe di uno stile inconfondibile, il relax, la ricerca dell’armonia con la bellezza di una natura onnipresente. Come scrisse Jules Verne: «Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre. Il suo respiro è puro e sano. È un immenso deserto, dove l’uomo non è mai solo, perché sente fremere la vita ai suoi fianchi».
Sun Siyam Iru Fushi, aperto nel 2008, 5 stelle del gruppo alberghiero 100% maldiviano Sun Siyam Resorts, si trova nella estremità meridionale dell’atollo di Noonu e dista 45 minuti di volo panoramico, in idrovolante, dal Velana International Airport di Malé. Questo resort, la cui spa e alcuni dei ristoranti, come quello francese e italiano, sono pluripremiati, occupa 21 ettari su un’isola benedetta dalla lussureggiante foresta tropicale.
Ma ciò che colpisce al primo sguardo è la spiaggia, con sabbia fine e bianca, delimitata da un lato dal verde smeraldo della vegetazione e dall’altro dal turchese del mare. Da percorrere a piedi, la mattina presto o al tramonto, lungo tutto il perimetro dell’isola: solo spiaggia, senza soluzione di continuità. Eleganza e semplicità si respirano in questo resort dall’atmosfera rilassata, dove si vive da mattina a sera a piedi nudi.
Iru Fushi è adatto a tutti. Alle famiglie (i più giovani, sotto i 15 anni, non pagano) e agli adulti in generale: piscina adults only, 14 ristoranti di specialità e una spa firmata Thalgo France, con oltre 140 diversi trattamenti. Le camere, veri e propri appartamenti, sono 221, delle quali 138 beach villas e 80 water villas. Grande suggestione nelle overwater, che hanno un pannello trasparente dove osservare, direttamente dal letto, la vita sotto marina.
Tra i ristoranti – un vero festival quotidiano di sapori – vanno menzionati l’Islander’s Grill, pesce appena pescato alla griglia, The Trio, cucina italiana contemporanea, Bamboo, per chi ama i gusti asiatici, Taste of India, profumi e spezie del subcontinente, Teppanyaki, sushi e sashimi, e Flavours, cucina francese d’autore. Reflections, in posizione strategica per l’appuntamento fisso con il tramonto, è un bar con infinity pool a sfioro, lunga 25 metri.
La pluripremiata spa by Thalgo si trova in un’area appartata del resort, immersa in una vegetazione tropicale di palme e alberi in fiore. Nelle venti salette a disposizione degli ospiti si effettuano oltre 140 trattamenti utilizzando tecniche orientali, comprese quelle maldiviane, e occidentali. Un medico ayurvedico residente, guida gli ospiti attraverso i trattamenti maggiormente indicati per il loro benessere.
Lo snorkeling è una attività imprescindibile: qui è facile osservare da vicino gli abitanti del mondo subacqueo, dove la star è il pesce pagliaccio, che si può incontrare nel Nemo Garden, impianto restitutivo di barriera corallina a pochi metri dalla riva. Per le immersioni, il diving center certificato SSI organizza non soltanto corsi, ma anche uscite per esplorare la barriera corallina, dove si trovano mante, squali nutrici e leopardo, che nuotano tra le thila, le formazioni coralline che dal fondale si ergono fino a 5 metri dalla superficie.
Molti sono coloro che scelgono le Maldive per viaggi di nozze e anniversari, in questo caso le proposte romantiche à la carte rispondono a ogni esigenza. Compresa quella di noleggiare un’isola deserta, minuscola e dalla sabbia bianchissima, dove godersi l’intera giornata, ma anche gli sfizi gastronomici degli chef di Iru Fushi. Prima di partire sarete invitati a piantare la vostra palma, il migliore augurio di buon ritorno in questo angolo di paradiso.
Siyam World, il meglio della ristorazione tropicale
Il dinamismo, il fine dinner, i maestri del football inter nazionale, il mare vissuto in tutte le sue dimensioni e molto altro ancora. Perché, come affermava Jacques Cousteau: «Il mare, una volta che ha catturato il tuo sguardo, ti tiene nella sua rete di meraviglia per sempre».
Inaugurato a ottobre 2021, il Siyam World Maldives, resort cinque stelle di nuova concezione, è l’ultimo nato del Gruppo. Si trova su una delle più grandi isole delle Maldive, Dhigurah, nell’atollo di Noonu, a 40 minuti di idrovolante dall’aeroporto di Malé. La struttura propone un nuovo concetto di vacanza nell’arcipelago dell’Oceano Indiano, offrendo agli ospiti non soltanto mare e lunghe spiagge, ma anche un ventaglio di esperienze per una vacanza completa, inclusiva e divertente, in assoluto “attiva”.
La principale caratteristica di Siyam World è l’estensione della sua isola, ben 54 ettari, per una lunghezza di 1,7 chilometri e una larghezza di quasi 4,5. Siamo in un contesto naturale unico e raro alle Maldive: oltre alle spiagge e alla barriera corallina, è presente una vegetazione rigogliosa e varia, dove hanno trovato rifugio molte specie animali. Per ridurre l’impatto sulla natura del luogo, il resort è stato concepito in diverse aree, ognuna delle quali offre propri servizi e punti ristoro. Ci si sposta facilmente con mini bus elettrici che si arrestano a fermate prestabilite, ma sono anche sempre pronti a dare un passaggio.
Infinite le tipologie di camere. Ben 16 sistemazioni differenti, con proposte che spaziano da 89 fino a 3.000 metri quadrati, dalle pool beach villas a pochi passi dalla spiaggia, alle water villas sull’acqua, con scivolo per tuffarsi in mare, fino alle strutture da 2 a 5 camere da letto. In totale le unità abitative arredate in ricercato design contemporaneo – sono 469, delle quali 181 sulla spiaggia, o nelle immediate vicinanze, e 288 sull’acqua.
Immersa nella vegetazione tropicale, Veyo Spa (il nome significa “vite”, un omaggio alla folta e rigenerante vegetazione dell’isola) è il luogo dove ricaricarsi o farsi coccolare da massaggi e trattamenti. I prodotti utilizzati sono locali, con la maggior parte dei massaggi a base di oli medicali tradizionali maldiviani o di erbe tropicali. Come Veyo Signature, per rilassare i muscoli e alleviare le tensioni, oppure Veyo Scrub, un trattamento a base di sabbia, erbe o polpa di cocco per uno scrub pro fondo.
Fiore all’occhiello di Siyam World è la ristorazione, un vero festival internazionale permanente, dove la regia è firmata dall’executive chef Aaron Slater. Tra le pro poste che spaziano in ogni dire zione noi abbiamo particolarmente amato: Takrai, che serve cucina thai, l’indiano Kurry Leaf, lo spagnolo Andalucia, Arigato, raffi natissimo giapponese sulla spiaggia, dove sushi e sahimi vengono preparati con il pescato dell’oceano (una marcia in più rispetto ai migliori ristoranti nipponici internazionali).
Da poco inaugurato è il Kaage, ristorante maldiviano (“sala da pranzo” in divehi), con ricette e piatti della tradizione locale, rivisitati in chiave contemporanea. Una nota a sé merita il Barrique Wine Cellar, per lo showcooking dinner. In una grotta scavata sotto la spiaggia si trova il nirvana di ogni gourmet: etichette dei maggiori produttori mondiali, champagne d’annata, una elegante boiserie che ospita la cucina di Mangal, chef indiano con esperienze in tutto il mondo.
Invenzioni sorprendenti, un métissage di ogni dove, risultati di levatura Michelin, due stelle, anche tre. Per noi, incontestabilmente, una delle migliori esperienze gastronomiche mai provate. Con l’obiettivo di arricchire ulteriormente l’offerta food, Sun Siyam Resorts ha lanciato un’attività di Chef Residencies, con rinomati ospiti del set internazionale. L’iniziativa mette in primo piano il talento dei cuochi abbinato ai prodotti maldiviani, per offrire una visione di cucina senza confini e sempre nell’ottica della sostenibilità.
Tra i protagonisti: Claude Bosi, due stelle Michelin, e patron del Bibendum, nella iconica Michelin House a Londra; Sebastian Frank, due stelle al berlinese Horváth; Tom Brown, chef stellato nel quartiere londinese di Hackney; l’italiano Andrea Aprea, due stelle a Milano. Ai Siyam Resorts si sta affermando il concept di vera cucina “del futuro”: ibrida, sensuale e tropicale.
Prossima tappa a fine anno, con la presenza di due tra i migliori chef del Regno Unito, Tom Brown (un ritorno assai gradito) e Brad Carter, lo chef stellato Michelin dietro Carters of Moseley. Insieme, creeranno un menu che fonde tradizione e sperimentazione, tropicalismo e innovazione europea. E durante la giornata cosa fare? Le possibilità per un soggiorno “attivo” sono infinite, con una continua evoluzione dell’offerta: si va dal più grande parco acquatico del sud-est asiatico alle attività a motore: parasailing, flyboard, seabreacher, moto d’acqua semi sommergibile, fino all’ultima adrenalinica novità:
CudaJet, lo zaino dotato di motore per nuotare sott’acqua. Sorprendente il mermaiding, disciplina acquatica che riproduce il nuoto delle sirene, dove si indossa una guaina pinnata dai fianchi fino ai piedi. Appena inaugurata l’unica pista da go-kart alle Maldive (con vetture rigorosamente elettriche), lo Speed Racers Circuit, che si snoda su una superficie di 205 metri quadrati. Gli spazi del resort sono concepiti in modo che la privacy e la tranquillità degli ospiti sia totalmente garantita.
Chi vuole dedicarsi alle diverse proposte può farlo senza interagire in alcun modo con coloro che prediligono il relax totale, in spiaggia o in piscina. Ma scoprire l’ambiente marino resta imprescindibile. Thuhu, ovvero Mariyam Thuhufa, 27 anni, è la biologa marina in servizio dall’apertura del Siyam World. Insieme al suo team si occupa di pro grammi di ripopolamento dei coralli (coral propagation e reef restoration) e del censimento delle tartarughe marine.
Le escursioni proposte, dallo snorkeling a quelle più impegnative, sono una vera esplorazione in un mondo fantastico. Con poche basilari istruzioni ci siamo trovati a nuotare in una composizione coloratissima di pesci tropicali, osservando mante e tartarughe marine. Il massimo dell’emozione provata? L’incontro con una nuvola di minuscoli pesci damigella, che hanno danzato intorno a noi, a lungo, con movimenti perfettamente sincronizzati.
Altro punto di eccellenza del Siyam World è il football camp, dove i giovani ospiti (in un campo regolamentare FIFA) hanno avuto, e avranno, la possibilità di allenarsi con: Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Michael Owen, Este ban “Cuchu” Cambiasso, Carles Puyol, Marco Materazzi, Robert Pirès, Juan Sebastián Verón, Eric Abidal, Bobo Vieri, e, prossimamente, Rio Ferdinand. Bene, l’idrovolante che ammara dolcemente nelle acque del Siyam World ci fa capire che è ora di tornare. L’ultimo regalo di questo viaggio è la visione di atolli e isole dall’alto, che rivediamo in un rewind emozionante, pronto a cedere il passo alla nostalgia.
Inevitabile pensare al mito fondante di questi luoghi, che la leggenda vuole creati dal gigante Alfivr, benevolo e celeste. Fu lui a far discendere l’arcipelago dal cielo, trasmettendo ai nativi il dono della navigazione e del l’astronomia. E oggi quelle stelle sono un firmamento marino. Tali resteranno, se sapremo fare buon uso di questo dono ancestrale.
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Speciale Food Autunno 2024: top della stagione
Lo Speciale Food Autunno 2024 apre con un alfabeto del food torinese, dalla “A” di agnolotto alla “Z” di Zappatori. Dentro tante curiosità gastronomiche, qualche riflessione sul nostro ecosistema food cittadino, diversi spunti e consigli per mangiare fuori, tra novità e grandi classici. È un gioco sì, ma anche un modo per mettere un paio di indirizzi in wish-list. Lo trovate nel prossimo articolo.
Poi vai con gli approfondimenti…
Aldo’s Bacaro
Cominciamo con un fresco consiglio che tra pochi mesi compirà un anno di vita. Di che si tratta? Aldo’s Bakery ha fatto il Bacaro, allargando il suo universo con un nuovo locale (in via San Paolo 1) tutto drink e cicchetti. Il posto è bello, con i led di Lucifero e le bottiglie a vista, e il format è simpatico: aperitivo bàcaro style, con prodotti originali da tutta Italia. Il Bacaro è nuovo, giovane, indie: ci è piaciuto subito.
Pasticceria Rosario
L’unico slot “dolce” dello Speciale lo dedichiamo a Rosario, in via Sansovino 121, perché ha una bella storia, antica, e perché questa è una delle ultime pasticcerie in cui trovare un certo tipo di dolci. Sfogliati, torte, pasticcini… lo stile è di una pasticceria classica: buona, golosa e fatta bene. Ci piace perché è senza orpelli, non social mai di sostanza, e di qualità. E non è un format da dare per scontato.
La Taverna di Frà Fiusch
Torniamo da Frà Fiusch perché è un posto del cuore, e perché l’autunno è la stagione preferita da chef Ugo Fontanone. Ci ha preparato il cavolfiore e la trippa fatta a chips (Mc Trip). Ci ha raccontato un paio di aneddoti su Martin Scorsese a Torino. E ci ha ricordato perché amiamo questo posto: un breve fuoriporta che ci fa sentire ogni volta come fossimo già in vacanza, ma a due passi da Torino. In autunno un must assoluto.
La Piola di Via Piol
Ecco, questa è stata davvero una scoperta interessante. La banda di Mimmo è davvero una bella squadra: nel mezzo di Rivoli hanno costruito un locale giovane e goloso che mette il cliente al centro in tutte le sue decisioni. Fresco ma familiare, divertente ma preciso, ti propone il crudo di pesce e allo stesso tempo il risotto con il midollo. Che bella sorpresa in via Piol!
Ca’ Mia – Casa Albano
Per il capitolo invece “non è una sorpresa”, arriviamo a Ca ‘ Mia, dove Marco Albano e Davide Tedesco portano avanti da tempo una bella idea di cucina, della tradizione sì, ma con tanta voglia di stupire e giocare un po’ con i fuoripista. Siamo a Moncalieri, il locale è molto bello, ed è oggi un vero riferimento per chi vuole mangiare bene, in modo curato, senza pensieri.
Trattoria Torricelli
In questo caso parliamo di un classicone. Siamo passati in via Torricelli per vedere se il meccanismo rodato di chef Del Vecchio si fosse minimamente inceppato… Ma ovviamente non è così. Semplice, diretto, affettuoso: Torricelli è il tempio dei suoi aficionados (che tratta con i guanti di velluto), un ristorante un po’ vintage, ma di grande qualità, con buone maniere d’altri tempi.
Ristorante Marchese
Le foto raccontano meglio delle parole quanto questi piatti possano essere speciali. Chef Giovanni Piselli è cuoco d’estro e fantasia, e quindi autore di una cucina volutamente internazionale che gioca tra Piemonte, Campania e resto del mondo. Nell’autunno dell’arte torinese, facile confondere queste opere culinarie con qualcosa dell’art week. Poi però si mangiano anche…
Due Mondi
Nuova vita, nuove idee, nuove ambizioni. Il Due Mondi (via San Pio V) si è rifatto il look gastronomico qualche anno fa e sembra aver trovato la sua definitiva dimensione. Daniele e Gianluca hanno disegnato un bel ristorante, di classe, con una cucina curata, ma senza voli pindarici. A due passi da Porta Nuova, quindi in pieno centro, è una chicca un po’ fuori dai radar da mettere in agenda.
Duomo Bistrot Le vie del sale
In ultimo il nostro sguardo sulla Torino del food internazionale. Duomo Bistrot è un ristorante nuovo, già amatissimo dai turisti, fiero ambasciatore di una cucina piemontese e ligure, nato dalla volontà di essere prima di tutto buon testimone del territorio. Daniele, Monica e chef La Malva hanno centrato l’obiettivo; e noi annoveriamo anche il Bistrot tra le news stagionali assolutamente da provare.
Felicin
In piazza della Consolata ha aperto un anno fa Felicin, figlio torinese dell’ormai rodatissima attività di Langa (con ristorante e hotel). Ci è piaciuto dal primo giorno, perché vive dal mattino alla sera, perché porta le Langhe in città e perché completa l’offerta di una piazzetta di culto (affianco c’è il Bicerin). Consigli? Dritti ai tajarin e alla guancia, già iconici.
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L’alfabeto del food torinese
Nell’autunno delle ATP Finals 2024, dell’arte, di Martin Scorsese e dell’atteso Torino Film Festival, celebriamo l’enogastronomia torinese con un format atipico, uno speciale food autunno in versione alfabeto. Cosa andremo a proporre dunque? È molto semplice, ad ogni lettera dell’alfabeto (quello inglese perché siamo cosmopoliti) affiancheremo un piatto, un locale, un concetto, un consiglio culinario… ovviamente torinese, per “mappare” in modo un po’ inconsueto l’anima food della città. Nota bene: costruimmo un articolo simile tempo fa (non tutto dedicato al food), quindi cercheremo di non ripetere le stesse voci (per questo ad esempio alla “z” non troverete l’amatissimo zabaione). a questo punto, come in ogni alfabeto che si rispetti, partiamo dalla “a”, e senza indugi diciamo…
A come Agnolotto, probabilmente il vero cult dei primi torinesi. Noi li amiamo sempre: “puri”, rossi, al sugo d’arrosto. Sono diversi i luoghi in cui mangiarli buoni in città. Rocco Moliterni ne scrisse un bellissimo ritratto, descrivendoli anche come ricetta sostenibile e anti-spreco ben prima che fosse di moda parlarne…
B come Birra, perché la prima spillata tutta italiana fu a Torino, zona Campidoglio, oltre un secolo fa. Lì in zona oggi ci trovate Dogana (via Rocciamelone 12), una bella birreria. Ma in generale Torino è una delle città con più pub e birrerie d’Italia, retaggio del dopolavoro operaio e oggi orgoglio cittadino. Chiedete ai torinesi: ognuno ha il proprio pub.
C come Caffè, non nel senso di bevanda, ma come luogo di ritrovo, idee, edonismo e perfino rivoluzioni. Noi qui citiamo il redivivo Caffè San Carlo, l’altrettanto redivivo Caffè Platti, l’ormai internazionale Farmacia del Cambio, l’iconico Al Bicerin, l’hipster Orso Laboratorio Caffè, il frizzante Beatrice, il candido Samambaia, il classico Caffè Maggiora (ma sono molti di più).
D come Da Gino (via Monginevro 46), ovvero uno dei tre posti migliori in città in cui mangiare la pizza al padellino. E quindi un ottimo pretesto per parlare di pizza al padellino (o tegamino) che come la facciamo noi torinesi nessuno mai. Buona, croccante, gustosa, unica. Insieme a Gino, per noi, sul podio ci sono Michi (via San Donato 38) e il Cavaliere (corso Vercelli 79), metteteli voi in ordine.
E come Enoteca, che spesso e volentieri è “con cucina”, perché l’aperitivo (quello bello) è roba nostrana. Noi vi indichiamo Orma Vini (via Sant’Ottavio 52), Vinarium (via Madama Cristina 119), Piattini Caffè & Vini (via Corte d’Appello 9), Litro (Galleria Umberto I), Dispensa in Galleria Subalpina (che però non vi dà da mangiare). Naturali, super piemontesi, da far bella figura o da stappare con gli amici… esistono vini per ogni esigenza. E gli scaffali sono come libri da sfogliare, ma è la bottiglia che sceglie il mago Harry.
F come Fortuna, che a Torino quando apri un locale serve, ma non basta. Chi ce la fa qui ha talento, competenza, idee. Torino segue le mode fino a un certo punto, per questo Franchino Er Criminale l’ha apprezzata molto: “Torino non è da foodpornari” dice. E meno male. Chiaro, anche noi ogni tanto qualche “scivolone” ce lo concediamo, ma su una cosa siamo sicuri: una bella guancia brasata vincerà sempre su una bomba al pistacchio (sia lodato Scannabue, largo Saluzzo 25).
G come Gardenia, ovvero quel bel risto rante che chef Mariangela Susigan ha con dotto alla doppia stella Michelin (una “classic” e una verde). Il Gardenia, a Caluso (quindi lieve fuori porta), è una reference ideale per una cena stellata tra qualità, sapienza, erbe spontanee e fiori eduli a un prezzo onesto; un festival di colori e sapori non sempre (colpevolmente) raccontato come si dovrebbe. Quindi interveniamo noi a dirvi di metterlo in wish-list.
H come Hamburger, forse uno dei più celebri cibi al mondo. Ce ne ha addirittura parlato Francesco Costa nella sua intervista su un vecchio numero del magazine (e pensare che stavamo trattando di geopolitica…). Ma a Torino, dove si mangia un buon hamburger? Da Rock Burger (via Roero di Cortanze 2), da Smashy (via San Massimo 5), da M** Bun (in varie sedi), da Hambre Burger (via Montebello 2) o in uno dei due point di Skassapanza. Poi chiaramente ognuno ha i suoi prefe.
I come Isola, che non è quella che non c’è e nemmeno quella del tesoro, ma il nome di una bella enoteca con cucina (rieccole) in San Salvario. L’indirizzo è via Goito 15, e il sottotesto parla di “bar con cucina, burger e vini naturali”, un bel mix, magari non per tutti, ma che introduce a un posticino davvero interessante in cui provare un aperitivo o una cena. Se lo conoscevate bene, se no appuntatevi il consiglio perché merita.
J come Jazz, uno stile musicale, un mood di vita che i torinesi hanno imparato ad amare. Il Torino Jazz Festival è diventato un punto di riferimento per gli appassionati del genere a livello europeo… Ma quello che più ci piace è che il jazz viva in città, specie in primavera, in maniera diffusa: nei locali, nelle piazze… Noi vi suggeriamo Rabezzana: sia l’Osteria di via San Francesco d’Assisi che la Vineria di via Monferrato; per mangiare il Piemonte e ascoltare buona musica.
K come Kensho, ovvero il nostro ristorante giapponese preferito in città. Chiaro: si tratta di cucina d’alta classe, un giapponese d’alto rango che ha poco da spartire con i tanti “colleghi” in città. Costa quello che costa (cioè abbastanza), ma quella di via dei Mercanti 16 è un’experience da fare se si ama la cucina in generale. Per stupirvi e divertirvi dritti sul menù Omakase. Torino ha tanti, ma tanti luoghi di brillante gastronomia.
L come LAO, perché in via Barbaroux 25 qual che tempo fa ha aperto il figlioletto di Oh Crispa!, ovvero una della realtà gastronomiche cinesi più interessanti della città. Una sorta di instant cult che in qualche anno, tra ravioli e paste varie, aveva conquistato un po’ tutti (guide comprese). LAO è l’evoluzione di quel progetto, ne ha raccolto l’esperienza, diventando un nuovo tempio della cucina casalinga cinese in città.
M come Murazzi, che non sono certamente più quelli di tanti anni fa, ma questa estate li abbiamo visti rinati. Ci siamo quasi commossi. Abituati come eravamo a una preoccupante desolazione. Ne riflettevamo una sera di settembre: ci sono le birre di Edit, il sushi da Bomaki, le serate al Capodoglio, i tavolini appoggiati sul fiume con le lucine carine… Che bello rivedere i Murazzi vivi, sicuramente cambiati, ma nuovamente accoglienti e spettacolari come dovrebbero essere.
N come Napoli, e cosa c’entra con Torino? In realtà molto, e non solo per la storica emigrazione made in Fiat, ma soprattutto per la pizza. In città il vaso delle pizzerie è colmo da parecchio: basse e scroc chiarelle, al padellino, gourmand… Esistono di ogni tipo, ma numericamente sua maestà resta la pizza “napoletana” (perfino Sorbillo e Da Michele ci hanno scelto), Tanti sono gli esponenti di livello… ma non ci mettiamo a elencarli se no facciamo mattina. Tutta questa abbondanza ha portato diversi pizzaioli a sperimentare, e stanno nascendo realtà molto curiose. Il consiglio è: buona la napoletana, ma andate anche oltre.
O come Osteria Antiche Sere, via Cenischia 9, zona Cenisia: un luogo di culto più che un’osteria. Parafrasando Gol D. Roger: «Prenotare? Provateci pure. Vediamo se qualcuno di voi ci riuscirà!». Scherzi (più o meno) a parte, Antiche Sere è una piola cittadina in cui mangiare benissimo la tradizione piemontese. Punto. Un format semplice diventato monumento cittadino. Il tutto in un quartiere sicuramente non centrale. Perfino la Michelin ce l’ha in lista, la domanda quindi è: come fate a non avercela voi?
P come Piola, parli di Antiche Sere e spunta la piola. Cos’è? È la nostra osteria, ma anche trattoria, e perfino di più. Insomma un patrimonio da valorizzare, e in questo senso di recente è stato fatto molto. Coco’s, Trattoria Lauro, Le Ramine, Barbagusto, Caffè dell’orologio, Da Celso, Piòla d’le 2 Sorele, Cianci, Madama Piola, Ranzini, Cantine Vittoria… Le piole torinesi oggi non solo tengono botta, ma rinascono, evolvono, danno spettacolo.
Q come Quadrilatero, non solo un quartiere, ma la dimostrazione che con le idee si possono generare belle identità cittadine. Un tempo il Quadrilatero era tutt’altro rispetto a oggi, ma un ambizioso progetto l’ha diametralmente mutato. Oggi è uno dei tratti più affascinanti della città, luogo di locali, ristoranti, movida, mercatini, sperimentazioni. Posti come Vermuttino (via Bonelli 16) aprono proprio al Quadrilatero, servendo e narrando la poesia del nostro amato vermouth… E non può essere una coincidenza.
R come Razzo, quello che ci porta nello spazio, quello dei fumetti, simbolo di potenza e libertà, ma anche di tecnica. Quando ha aperto in via Doria 17, Razzo si prometteva come ambasciatore di una bistronomie spettinata e audace, piemontese sì, ma orgogliosamente cosmopolita. Oggi è un riferimento cittadino, in cui mangiare bene, stupirsi, divertirsi. Tutti lo conoscono e tanti lo imitano. A Razzo il plauso di aver spiegato ai torinesi che si-può-fare, come in Frankenstein Junior (capolavoro che quest’anno ha compiuto 50 anni, auguri!).
S come Sushi di carne, perché a noi piemontesi la carne piace davvero. La mangiamo cruda (per info chiedere a battuta di Fassona e salsiccia di Bra) da ben prima d’essere invasi dai giapponesi. Di conseguenza non potevano non nascere a Torino diversi ristoranti dedicati al sushi di carne, alcuni decisamente intriganti. Il classico e pioniere? Sushi del Maslè (via Mazzini 37). La novità interessante? Sushi del Manzò (via Gramsci 1). Piccolo appunto: troviamo anche nomi diversi dai…
T come Taverna greca, così ne approfittiamo anche per qualche consiglio vacanziero. Belle le isole greche, ma se volete tastare un po’ di cultura ellenica real esplorate Salonicco, l’entroterra, l’antica Macedonia… e lasciate stare Santorini (seppur bellissima). Noi amiamo la cucina greca; a Torino i ristoranti deputati a esplicarla correttamente sono diversi: Greek Passion in corso Francia, Greek Food Lab in via Berthollet… Ma per noi la vera Taverna Greca, chiassosa e abbondante come deve essere, è solo una: via Monginevro 29.
U come Uva, e questa lettera ci vale come un doppio consiglio. Uno è facile e riguarda appunto l’uva e il vino, e in particolare i tanti eventi che Torino dedica al settore: Grapes in Town, Salone del Vino, Vendemmie cittadine assortite… Non fossilizzatevi e vivete a pieno la cultura del vino. Secondo consiglio: parlando di Uva, i veri torinesi non potranno non pensare alla tropézienne della Pasticceria Uva (via S. Secondo 26), vera leccornia e autentico must cittadino. Assaggiatela.
V come Vale un Perù, alfiere di un’altra delle nostre cucine preferite in assoluto. Lo diciamo da parecchio tempo e il successone che sta avendo globalmente la cucina peruviana conferma che ci avevamo visto giusto. Complimenti autoriferiti a parte, se amate la cultura gastronomica internazionale e non conoscete la cucina peruviana, dovete assolutamente colmare la lacuna. Torino in questo senso offre molto, noi per un primo approccio a questo mondo vi segnaliamo un classico: Vale un Perù (via San Paolo 52).
W come Work in progress, che poi è uno dei leitmotiv più divertenti del panorama food torinese; e cioè che non è fermo, ma anzi evolve, cambia e quindi sorprende spesso. Per chi con la proposta gastronomica cittadina ci lavora, può essere faticoso, ma sicuramente stimolante. Torino si aggiorna, cambia, sperimenta. E qualcuno dirà: «Ma se è sempre tutto fermo?!». Peccato non sia così: solo orbi, pigri o malpensanti non si accorgono di quanto fermento covi questa città. Valorizziamolo.
X come X, ovvero il gesto che nega, quello del “non ci siamo proprio” di Franchiniana memoria, tutto il contrario dell’X Factor… Un gesto che fortunatamente a Torino, in termini di ristorazione, pratichiamo poco. La qualità è tanta e diffusa. Pensate al Ristorante La Pista: tetto del Lingotto (quindi location mozzafiato), chef con gran estro (Alessandro Scardina), prezzi onesti… Eppure non è poi ancora così conosciuto. Questo succede perché il panorama è ampio e variegato. Un consiglio? Non smettete mai di cercare.
Y come Yankee, appellativo ironico, e anche un po’ canzonatorio, per definire gli americani. Perché ne parliamo? Perché Torino ha ristoranti greci, peruviani, indiani, georgiani, panlatini, cinesi, turchi, subsahariani… ma non ha cucina degli States. Certo ci sono gli hamburger, ma dove sono i diner, le torte di mele, il caffè lungo, il pastrami newyorchese? Dopo la parentesi American Graffiti, poco altro. E dunque, semi-citando i Coen: «America, dove sei?».
Z come Zappatori, ovvero dove minacciavano di mandarci le nostre madri dopo l’ennesima insufficienza, ma anche una bellissima Trattoria stellata a Pinerolo, guidata dalla mano di chef Christian Milone, un autentico fuoriclasse della cucina piemontese. La Trattoria Zappatori è uno di quei ristoranti relativamente poco nominati quando si parla di cucina nostrana d’alto rango; eppure ha la sua stella Michelin, prezzi adeguatissimi e ci racconta il territorio in modo fine e gustoso. Segnate.
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La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Al Cacimperio
in via Lamarmora 17
Ottimo posto per mangiare carne su griglia a Torino. Al Cacimperio è un grande classico, con tagli di carne pregiata italiani e dal mondo, e la griglia a centrotavola.
Andirivieni
in via Edoardo Rubino 43
Socialità, inclusione, buona cucina. Questo ristorante all’interno di Cascina Roccafranca è un’ottima osteria etica in cui mangiare ricette contemporanee e ben fatte.
Antonio Chiodi Latini
in via Bertola 20
Uno dei migliori ristoranti in città per degustare cucina vegetale d’alto livello. Complice la mano di chef Antonio Chiodi Latini, il cuoco della terra. Prezzi un po’ elevati, ma vale l’esperienza.
Azotea
in via Maria Vittoria, 49
Il miglior abbinamento cocktail-piatti d’Italia. Lo dice il Gambero Rosso. La cucina nikkei, ovvero giapponese-peruviana di chef Robles è già un cult torinese.
Barbagusto
in via Belfiore 36
In San Salvario una piola gestita da giovani, un luogo di risate e belle accoglienze, di cucina semplice e spontanea. Una trattoria urbana di cucina piemontese, con il giusto mood.
Bifrò
in via Mazzini 23
Tra le 21 migliori steakhouse d’Italia una è a Torino, ed è Bifrò. Prezzi medio-alti, ma qualità della carne veramente spaziale.
Caciucco
in via Amedeo di Castellamonte 2 a Venaria Reale
Il ristorante Caciucco si è spostato a Venaria, ma la formula vincente è sempre la stessa. Menù degustazione originale, divertente, con tanto pesce e soprattutto tante idee.
Caffè dell’Orologio
in via Morgari 16
Altra piola in San Salvario, un luogo da vivere tutto il giorno, con una cucina schietta e per certi versi d’altri tempi. Prezzi e cucina onestissimi: un’ottima idea per una trattoria semplice in cui mangiare bene.
Cannavacciuolo Bistrot
in via Umberto Cosmo 6
Antonino Cannavacciuolo non ha bisogno di presentazioni. Questo è il suo bistrot torinese. Emanazione della leggenda che ormai avvolge lo chef campano. Ha una stella Michelin, e quindi merita l’esperienza.
Carignano
in via Carlo Alberto 35
Una stella Michelin per il ristorante Carignano e quel geniale chef che è Davide Scabin. Uno dei più talentuosi chef italiani di sempre. Fiore all’occhiello di Torino.
Coco’s
in via Bernardino Galliari 28
Una delle ultime piole vere e veraci di Torino. Affianco al mercato di piazza Madama. Una trattoria urbana capace di attraversare le epoche e affascinare con la propria poetica semplicità. E con il gusto.
Condividere
in via Bologna 20
Condividere è stato sicuramente per un po’ di tempo uno dei più interessanti ristoranti in città. Un format nuovo, di condivisione appunto, curato dall’estro di chef Zanasi. Una meritata stella Michelin.
Contesto Alimentare
in via Accademia Albertina, 21
Ristorante piccolo, intimo, in centro città, che Francesca e Matteo hanno portato nel tempo a essere uno dei più amati dai torinesi. Piatti semplici ma curatissimi, e tanto gusto. Un cult? La panna cotta alla lavanda.
Cucina cinese
in via Madama Cristina 113
Cucina cinese di nome e di fatto. Vera, verace, a prezzi onestissimi. Niente a che vedere con la cucina cinese commerciale che si trova solitamente in giro. Per gli amanti del genere è un posto top.
Da Gino Pizzeria
in via Monginevro 46
Dovevamo scegliere una regina delle pizze al padellino di Torino. Non è facile. Ci sono Cecchi in via Nicola Fabrizi. C’è Da Michi in via San Donato. Il Cavaliere in corso Vercelli. E tanti altri. Ma per noi la pizza al tegamino, gloria e vanto di Torino, è da Gino in via Monginevro. Dove anche la farinata è spettacolare.
Del Cambio
in piazza Carignano 2
Forse una delle location più belle della città. Qui veniva a mangiare Cavour. E qui oggi cucina Matteo Baronetto, chef con una stella Michelin, e fiero alfiere della cucina piemontese d’alta classe.
Dolce Stil Novo
in piazza della Repubblica 4 a Venaria Reale
Dal 1994 chef Alfredo Russo è stellato Michelin, e dentro la Reggia di Venaria da trent’anni propone una cucina d’alta gamma, curata, intelligente e innovatrice quanto basta.
Felicin alla Consolata
in piazza della Consolata 5
Affianco al caffè del Bicerin. Venite qui per mangiare a pranzo i tajarin al ragù. Oppure per un aperitivo con calice di vino e crostini piemontesi. Felicin a Torino è la Langa in formato bistrot.
Gardenia
in corso Torino 9
Mariangela Susigan è una chef geniale. Con grande attenzione alla cucina green, e soprattutto con notevole talento, che le è valso una stella verde Michelin. Vale l’esperienza, specie per il menù degustazione.
Griglio
in via Lanzo 57
Capostipite del format delle macellerie con cucina. Per gli amanti della buona carne cotta su griglia (spiedini, costine, bistecche…) questo posto è praticamente il paradiso.
Il Barbabuc
in via Principe Tommaso 16
Ristorantino intimo di cucina piemontese, con qualche incursione da altre culture gastronomiche. In cucina chef Alberto, giovane, bravo e giramondo. Un posticino dai gusti molto interessanti.
Kadeh Meze Wine Bar
in via della Basilica 1
Meze e wine significa tipo mangia e bevi. Ecco quindi un tapas-bar turco nato dall’estro e della determinazione del giovane chef Stefan Kostandof, che ha consegnato a Torino un locale nuovo, fresco e intrigante.
Kenshō
in via dei Mercanti 16
Secondo noi il miglior ristorante giapponese di Torino. Prezzi un po’ alti ma nel complesso giusti per una cena che diventa non solo un’occasione di gusto, ma una vera esperienza di sensazioni che una volta almeno bisogna provare.
Kirkuk Kaffe
in via Carlo Alberto 16
Approdo sicuro per chi volesse gustarsi un po’ di sana cucina curda. Un bel viaggio tra sapori e soprattutto profumi del Medio Oriente. Tra spezie, tante verdure, ottimo tè e dolci sfiziosi.
L’Ancora
in via della Rocca 22
Andate qui per la buona cucina di pesce. Specie se crudo. Ma anche per gli ottimi primi o le spadellate di gamberi e piatti simili. Prezzi medio-alti, ma L’Ancora non si discute. Sempre un ottimo consiglio.
La Credenza
in via Cavour 22 a San Maurizio Canavese
Una stella Michelin per uno dei ristoranti stellati più famosi e storici della città. Un breve fuoriporta vi porterà in un vero tempio dell’alta cucina del territorio.
La Ferramenta del Gusto Emiliano
in via Giacosa 10
Il miglior posto in città in cui mangiare cucina emiliana. Quindi lasagne, tagliatelle, salumi… Un nome, una garanzia, che nel tempo si è ritagliato parecchio spazio a Torino.
La Taverna di Frà Fiusch
in via Beria 32 a Moncalieri
In realtà questa taverna è a Revigliasco. Ed è un bel ristorante, con una mentalità da trattoria. Quindi piatti curatissimi, ma autentici, e quasi tutti della tradizione di campagna piemontese.
Le Ramine
in via Isonzo 64
La definiremmo una bella trattoria torinese di classe e di quartiere. Che esalta al meglio dimensione “popolare” e allo stesso tempo una naturale eleganza. Il tutto non propriamente in centro città.
Madama Piola
in via Ormea 6
Piola di lusso in San Salvario. E non perché sia cara, anzi il rapporto qualità-prezzo è eccellente. Ma perché porta le ricette delle piole torinesi in una veste e con una cura un po’ più alta. Un ottimo esperimento ben riuscito. E non era scontato.
Magorabin
in corso San Maurizio 61
Marcello Trentini, una stella Michelin, è stato per tanti anni lo chef più punk della città. E nonostante il tempo passi è sempre lì, tra nuove idee, ottima cucina e ambiziosi progetti.
Mollica
in piazza Madama Cristina 2
Questi panini sono stati nominati miglior street food del Piemonte nel 2022. e probabilmente quelli di Mollica Piccoli Produttori sono tra i panini oggettivamente più buoni della città. Componeteli da soli, o lasciatevi guidare da loro.
Opera
in via Sant’Antonio da Padova 3
Stefano Sforza è uno chef di quelli bravi. Che cucina con estro ed eleganza. In questo ristorante d’alta classe che strizza l’occhio alla stella Michelin.
Osteria Antiche Sere
in via Cenischia 9
Obbligatoria la prenotazione per quella che è una delle migliori trattorie della città. Premiatissima e con merito. I prezzi si sono un po’ alzati, ma tutt’ora sono in pochi a riuscire a raccontare il Piemonte così bene attraverso dei piatti.
Osteria Rabezzana
in via San Francesco d’Assisi 23
Luogo di vino (perché è anche enoteca), buona cucina e musica. Tanti concerti all’Osteria ed eventi interessanti, ma soprattutto l’ottima cucina del territorio di chef Giuseppe Zizzo, ormai piemontese d’adozione.
Pescheria Gallina
in piazza della Repubblica 14
Trovate Gallina anche in San Salvario, ma noi vi consigliamo il luogo in cui tutto è iniziato. A Porta Palazzo, per comprare o degustare pesce freschissimo. Beppe Gallina è oggi un vero cult cittadino.
Piola Da Celso
in via Verzuolo 40
Piola autentica in zona Cenisia. Popolare nei piatti e nei prezzi, ma sempre curata. Un successo da sempre, e infatti la folla ne è chiara dimostrazione. Necessario il giro di antipasti.
Ristorante Consorzio
in via Monte di Pietà 23
Storico Tre Forchette della guida del Gambero Rosso. Questo è il classico posto in cui mandi qualcuno se vuoi raccontargli la cucina piemontese fatta per bene. Consigliata la prenotazione.
Ristorante La Pista
al quarto piano del Lingotto
Si tratta del ristorante sul tetto del Lingotto. La cucina di chef Alessandro Scardina strizza l’occhio alla stella Michelin con menù degustazione da fuochi d’artificio. Lui è bravo, giovane e consigliato.
Ristorante Larossa
Via Sabaudia 4
Chef Alessandro Larossa è giunto a Torino portandosi la stella Michelin. Uno dei re dei risotti del Piemonte si è piazzato a in città dunque, con tanta voglia di fare bene.
Scannabue
in largo Saluzzo 25
Sicuramente nella top 5 dei ristoranti in cui mangiare il buon Piemonte a Torino. Laurea ad honorem per la guancia brasata, la battuta di fassona e il bunet.
Sestogusto
in via Mazzini 31
Non la solita pizza, non le solite farine o le solite offerte. Ecco una delle poche pizze che possiamo orgogliosamente definire gourmand. Per una pizza speciale Sestogusto è un’ottima idea.
Suki
in via Amendola 8
In realtà ha due sedi: quella più da ristorante è in via Ormea. Ma noi segnaliamo la formula pranzo in stile bento del Suki di via Amendola; perché è divertente, sa stupire e ha un prezzo onestissimo.
Sushi del Maslè
in via Mazzini 37
Il sushi di carne a Torino ha un nome: Sushi del Maslè. Qui è nata questa moda, che poi si è espansa (vedi il Sushi del Manzò di via Gramsci), ma il Maslè resta un solido punto di riferimento.
Taverna Greca
in via Monginevro 29
Nota di merito per Greek Food Lab in via Berthollet, ma per noi la cucina greca a Torino è la Taverna Greca in via Monginevro. Piatti ricchi, clima rustico, prezzi giustissimi. Proprio come in Grecia.
Trattoria della Posta
in strada Mongreno 16
Una delle trattorie più antiche di Torino, con la famiglia Monticone che dagli anni ’50 se ne prende cura. Cult il giro di antipasti, imprescindibili gli agnolotti, speciali i formaggi.
Trattoria Lauro
in via Airasca 13
Chi l’ha detto che la piola a Torino deve proporre solamente insalata russa, vitello tonnato e battuta al coltello? Lauro è la piola torinese in formato cucina di pesce. Dagli spaghetti alle fritture. Meglio prenotare.
Unforgettable
in via Lorenzo Valerio 5
La tavola del talentuoso Christian Mandura vale la stella Michelin. Al centro c’è la cucina vegetale, ma soprattutto l’estro di un giovane chef prodigio diventato ormai grande. Unforgettable è un’esperienza sensoriale a tutto tondo.
Vale un Perù
in via San Paolo 52
La cucina peruviana a Torino si mangia in molti luoghi meritevoli di nota. Ma se dobbiamo sceglierne uno, diciamo il papà di tutti gli altri. Per noi il top del top: Vale un Perù. Ceviche, pisco e maracuja al massimo della forma.
Vintage 1997
in piazza Solferino 16
La stella Michelin più longeva di Torino, da oltre vent’anni. A volte è uno snobbato, ma se il Vintage si riconferma ogni anno è perché se lo merita. Un grande classico della cucina torinese.
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