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#iosonotorino

di Tommaso Cenni

Sguardo alle stelle

Torino, 29 maggio 2020

Leggi i giornali e ti indigni. Intercetti un discorso sulle scale fra il vicino e la signora del terzo piano (indignatissimi) e ti indigni pure tu. Apri Youtube, l’algoritmo ti consiglia il goal di Del Piero in uno Juve-Lazio del 2012, eviti perché non vuoi piangere anche oggi, apri un video di Nicola Porro stramegaindignatissimo, e di conseguenza ti indigni pure tu. Ogni angolo nasconde una nuova indignazione. Per quello che fanno, dicono, non fanno, non dicono… là in alto.
Io continuo nel mio piccolo a indignarmi, ci provo così tanto che mi domando da dove derivi la parola, e che cosa significhi per davvero. A orecchio con questo suono un po’ fastidioso sembra riferirsi alla sfera di tutte quelle espressioni da isterici, da chi assegna troppo peso alle cose del mondo e si arrabbia per tutto. Invece scopriamo da una ricerca abbastanza superficiale che grazie al prefisso in  l’italiano rovescia in chiave negativa l’espressione ‘rendere degno’, giungendo su per giù a un ‘non ritenere degno di lode’. In pratica ogni volta che ci indigniamo è perché riteniamo che un comportamento, un discorso, una promessa siano da biasimare. Bello, mi piace, vuol dire che possediamo ancora uno spirito critico.

Spesso la superficie delle nostre emozioni sembra uno specchio d'acqua in cui butti una pietra: subito è tumulto poi tutto torna come prima

L’altro giorno ho visto un documentario bello e triste, mi sono anche commosso, a prescindere dal contenuto l’ho trovato un bel prodotto. Qualitativo come dovrebbero essere gli intrattenimenti che ci dedichiamo, ben fatto ma anche ben pensato, comprensibile e in grado di seminare qualcosa in chi lo vede. Spesso la superficie delle nostre emozioni sembra uno specchio d’acqua in cui butti una pietra: subito è tumulto poi tutto torna come prima. Mi piacerebbe invece che tutti assorbissimo un po’ di più dai prodotti che ci vengono somministrati o che scegliamo liberamente. Accade invece il contrario: ci riteniamo spesso poco più evoluti dei primati e ci assecondiamo con un mangime spirituale di uguale sostanza. Invece io desidero, secondo l’accezione etimologica originale del verbo desiderare, a cui si potrebbe dedicare un intero libro; in pratica descrive il gesto di osservare le stelle, avvertirne la distanza incolmabile e volerle comunque raggiungere, per quanto possa sembrare impossibile. Alcuni la chiamano ‘mancanza delle stelle’, tutto in una parola sola, mi ha sempre affascinato.

Dietro troviamo filosofia, domande universali, senso del limite. Io ci vedo ogni volta la splendida capacità, tutta umana, di costruirci con le parole mondi di dentro partendo dal fuori, o magari da un documentario, o da uno sguardo alle stelle che rende ogni indignazione un’opportunità.