
Tanti sono i segnali, tante le indicazioni a favore di questo sviluppo considerevole; a cui aggiungiamo una certa posizione geografica agevolante rispetto ai futuri collegamenti, l’unicità di una dimensione metropolitana né piccola e neppure troppo dispersiva, e perfino una certa inaccessibilità ai più dei valori raggiunti da Milano. E così, un’analisi alla volta, Torino comincia ad apparire agli occhi di molti, anche di diversi investitori internazionali, come un buon posto in cui vivere, lavorare, studiare (e anche investire); con una qualità della vita alta e costi ancora abbastanza abbordabili, soprattutto rispetto ad altre città italiane o europee.
Guerrini, è così o è solo una fantasia da “innamorati di Torino”?
«Certo l’amore per la città c’è sempre e ha il suo peso, ma devo onestamente dirle che io dal mio osservatorio ne ho conferma continua, praticamente quotidiana. Ho recentemente verificato in più occasioni nel corso degli incontri con le varie associazioni imprenditoriali e le realtà socioeconomiche, quanto al di là dei temi critici occupazionali e di difficoltà in generale dell’industria a livello europeo, il sentiment sia di un distretto che potrà svilupparsi con entusiasmo nei prossimi anni, anche diversificando le proprie attività e vocazioni».
Massimo Guerrini è membro delle governance di società infrastrutturali, immobiliari e finanziarie
Quindi ci sono sia lo scenario che le condizioni affinché si avveri questa suggestione?
«Alcune cose già si sono manifestate, d’altronde sta avvenendo un passaggio abbastanza epocale. Ovvero quello da una storica monocoltura automobilistica (che però non dobbiamo perdere), con il suo know-how e capacità di rinnovamento, a un mix di innovazione data da più fattori».
Dove trova più evidente questo passaggio?
«Guardi, potrei fare un elenco abbastanza esteso, ma mi limito a sottolineare i più evidenti: aerospazio, mobilità, intermodalità, energia, IA, Università/Poli/Centri Formativi, quali incubatori di startup e nuove conoscenze e poi ovviamente anche il turismo; che a sua volta coinvolge cultura e storia. Tutte categorie sostanzialmente inesistenti solo 20 anni fa. Pensi alla necessità di evoluzione dell’hospitability, a proposito di turismo: c’è un bisogno pazzesco di portare un upgrade agli attuali 3 stelle della nostra città. Gli investitori importanti di settore continuano a cercare strutture a Torino perché vedono ancora grandi margini di sviluppo della città da un punto di vista dell’accoglienza, ma il terreno deve essere “fertile” a 360°».

Torniamo però alle condizioni, quali sono quelle fondamentali affinché questi passaggi siano completati?
«Tutto questo sarà realizzabile alla precisa condizione che vengano realizzate e ultimate infrastrutture, fisiche e soft, materiali e immateriali. Le infrastrutture soft di una città si riferiscono a quei servizi e sistemi che supportano il benessere sociale, culturale ed economico della popolazione. La storia delle metropoli nel mondo ha dimostrato che la crescita è strettamente legata alle infrastrutture. Penso alla TAV, al Terzo valico e all’asse di collegamento Rotterdam-Genova e Lisbona-Kiev, con la valorizzazione logistica del sud del Piemonte e la realizzazione del Retroporto di Genova. Dobbiamo terminare i lavori della Metropolitana M1 fino a Rivoli, io che sono nel board di Infra.To so bene quanto sia importante il completamento di quest’opera, fondamentale per implementare il trasporto intermodale cittadino».
E poi?
«E poi molto altro ancora, dobbiamo fare partire l’appalto della linea M2, che collegherà Rebaudengo al Politecnico, e con un secondo tratto fino a Beinasco. Tenga presente che alcune cose finalmente sono arrivate al termine e sono situazioni decisive a dire poco, penso al collegamento già in essere Caselle-Porta Susa, ormai luogo fondamentale e baricentrico degli spostamenti e dei trasporti, urbani ed extraurbani».

Certo ogni tanto la lentezza di queste opere, penso proprio al collegamento con Caselle, può essere letale…
«Sì, occorre anche cambiare marcia se non si vuole arrivare in ritardo su tutto, come dire: “operazione perfettamente riuscita, ma purtroppo il paziente è morto…”. Di certo non possiamo permetterci di ragionare in questi termini. Anche perché questi interventi, se fatti in tempi brevi, hanno un formidabile impatto sulla mobilità sostenibile, diversamente inchiodano intere aree e interi quartieri con cantieri apparentemente eterni, con tutti i danni che si portano dietro come ha sottolineato giustamente lei».
Però le opere che devono partire con i fondi del PNRR hanno timeline stringenti…
«Si è vero, e questo paradossalmente è un vantaggio enorme, perché costringe tutti gli attori in campo a tener fede ai cronoprogrammi presentati; se no non arrivano i soldi dei finanziamenti…».
E infine ci sarà anche un nuovo Piano Regolatore; ci sarà davvero o fa parte del libro dei sogni?
«Il nuovo PRG si fa, questo è certo. Però quello che ci dovrebbe interessare è il come si farà, e non semplicemente il fatto che sarà realizzato. A parer mio dovrà essere un PRG veramente evoluto, interprete del momento, di questa realtà, ma anche figlio di una vision vera della città; e per vision intendo esattamente il significato del termine, ovvero la proiezione di uno scenario futuro che rispecchi ideali, valori, aspirazioni di questa nostra città. Dovrà, e guai se non sarà così, essere un PRG che pone grande attenzione alla rigenerazione urbana, al recupero di aree post industriali, alla riqualificazione urbana nel suo complesso, con un quadro generale ma anche analitico di tutte le situazioni sulle quali intervenire, un piano che valorizzi gli spazi pubblici, migliori l’accessibilità e promuova la sostenibilità, affrontando il tema, non ultimo, dell’emergenza abitativa. È sì una grande sfida, ma anche una bella opportunità se sarà gestita nel modo corretto».
(foto FRANCO BORRELLI e MARCO CARULLI)
