L’approccio con Aldo Cazzullo è travolgente. Ti osserva dal suo Everest di due milioni di copie vendute e si lascia esplorare in un territorio apparentemente senza confini, con approdi che spaziano dall’identità nazionale alla storia italiana passata e recente, dalla Bibbia coi suoi miti perpetuamente attuali ai tanti personaggi incontrati, intervistati, indagati, tutti testimoni del nostro tempo, patrimoni di storia e di storie che vien quasi invidia per non essere stati lì con lui, a conoscere la seconda metà del Novecento attraverso la loro voce.
E adesso pronti via, si parte coi libri, i blockbuster recenti e quelli che li hanno preceduti.

Dante, Roma imperiale, la Bibbia: ti stai orientando verso una rotta ben delineata, dove storia e identità procedono allineate. Continuerai così?
«Si tratta di un progetto ad ampio respiro. A questi tre libri ne seguiranno altri quattro, naturalmente non ti dico quali, ma ho già in mente temi, personaggi e contenuti. Riscrivere l’identità italiana è l’obiettivo che mi sono posto. Però per me non si tratta di una novità, ho già affrontato la prima guerra mondiale, Mussolini e la resistenza. Il mio libro più recente – Craxi, l’ultimo vero politico – è dedicato a un personaggio che merita di essere ripensato, rivisto attraverso una prospettiva che non è quella della cronaca. Ma non si tratta di una rivalutazione postuma. Craxi ha commesso errori, e anche reati, per i quali è stato giustamente condannato, ma era un uomo che offriva il petto, coraggioso, fisicamente impattante. Se ti ricordi Vittorio Feltri lo chiamava “Il cinghialone”. Io e Gianni Pennacchi de Il Giornale andammo in Tunisia poco prima della sua morte, ci aspettavamo una farsa ma vivemmo una tragedia. Tutti pensavano che Craxi cercasse di rientrare in Italia per concessione, invece lui non chiedeva favori, il suo desiderio era di farsi operare in Tunisia, però morì prima. Una fine tragica e dignitosa».

L’Italia ha un problema con la propria identità nazionale?
«Contrariamente a quanto si può pensare noi abbiamo il senso della patria, ma non abbiamo quello dello stato. Possiamo criticare l’Italia, senza risparmiarci, ma non sopportiamo che lo facciano gli altri, e in particolare che lo facciano i francesi. Ci manca l’educazione civica, per i funzionari e i servitori dello stato abbiamo coniato nomignoli in serie, come per i poliziotti, che chiamiamo sbirri. Per noi la patria è in assoluto una storia di famiglia, che può anche alterare la realtà dei fatti. Prendi il fascismo. Perché molti italiani non ne danno un giudizio negativo? Perché i propri nonni, i propri genitori, molte volte erano fascisti. Quindi se mio nonno era fascista, ed era una persona buona, anche il fascismo non può essere stato così cattivo».
Gli italiani non sono certo stati clementi con le figure che hanno incarnato il potere…
«Esatto, noi non siamo un popolo tollerante, ma feroce. E faccio qualche esempio: Cesare pugnalato, Mussolini fucilato e appeso a piazzale Loreto, Mattei assassinato in volo, Craxi morto in esilio, Moro giustiziato dalle Brigate Rosse, Andreotti processato e condannato. Vicende italiane che fanno riflettere».
E la nostra memoria storica?
«Siamo poco consapevoli del ruolo che occupiamo nella storia del mondo, che invece è stato straordinario. L’arte, l’architettura e la cultura dell’Italia sono fenomeni eterni, centrali nella storia dell’umanità. Abbiamo lasciato tracce rilevanti ovunque, e ovunque ce lo riconoscono. I più celebri edifici americani sono di ispirazione italiana, come la Casa Bianca e il Campidoglio a Washington. Molte parole inglesi e francesi hanno la radice italiana, come people o peuple, o come religion. Tutto riconduce alla Roma imperiale e al Rinascimento».

Hai reso la Bibbia una grande narrazione alla portata di tutti. È una sfida partita da lontano?
«Dico sempre che ho scritto “Il Dio dei nostri padri” in sei mesi, ma in realtà ci ho messo tutta la mia vita a concepirlo, perché ho sempre frequentato questi temi. Forse il momento determinante è stato quando, leggendo la Bibbia, ho vegliato mio padre in fin di vita. Lui ebbe un’esperienza di premorte, lo convinse dell’esistenza di una vita oltre la vita. Me lo raccontò e fu una vicenda che mi segnò per sempre».
Dalle tue pagine si coglie l’universalità della Bibbia. L’hai definita “Il libro da cui discendiamo tutti”…
«Innanzitutto è più corretto dire che la Bibbia non è un libro, ma una vera e propria biblioteca: scritta da mani diverse attraverso oltre un millennio di storia. Se la guardiamo nella prospettiva attuale sarebbe un’opera iniziata prima dell’anno mille, in pieno Medioevo, e terminata ora. Forse l’elemento più straordinario è che la Bibbia parla di te, ed è piena di temi universali come la creazione, la morte, l’amore, la vendetta, la liberazione e la conquista. Era importante rendere l’assoluta modernità di un’opera che parlerà sempre il linguaggio dei contemporanei, in qualsiasi epoca la si legga. Ma la Bibbia è anche un testo nel quale la storia degli antichi si riflette nei conflitti contemporanei. Ci sono i filistei, che erano i palestinesi, in guerra con gli ebrei; e questo accadde 3000 anni fa, negli stessi territori che oggi li vede contrapposti. Poi ci sono gli egiziani, travolti dalle acque, che mi fanno pensare alle armate di Nasser, insabbiate nel deserto durante la guerra del 1967. E anche qui la storia, come preda di una profezia, si è ripetuta con le medesime modalità».

Nelle tue interviste hai raccolto le testimonianze di molte tra le figure più rilevanti dalla seconda metà del Novecento in avanti. Quali gli incontri memorabili?
«L’intervista non è solo memorabile per il personaggio che si incontra, ma per il contesto nel quale viene realizzata. Ho incontrato Vialli e la Murgia durante la loro malattia. Ho intervistato Edgardo Sogno, che mi ha rivelato il suo progetto di golpe. Poi ci sono gli sportivi, come i due miti del tennis: Nadal – che è sempre stato il mio eroe, per la sua forza e la sua tenacia – e Djokovic: un uomo di levatura assoluta, colto, sensibile, che parla un italiano impeccabile. Nole mi ha raccontato della sua tormentata vicenda in Australia, dove venne messo in isolamento per non aver fatto il vaccino. Emozionante, toccante il suo ricordo di ragazzo sotto le bombe di Belgrado, durante la guerra. Lo sport mi ha sempre appassionato e ho avuto la possibilità di seguire sei edizioni dei Giochi olimpici e altrettanti Mondiali di calcio. La musica è un altro tema a me caro, sono legato alle interviste con Paoli, Dalla, che conoscevo benissimo, Battiato, Guccini, Vecchioni… Due figure straordinarie? Inge Feltrinelli e Steven Spielberg. La prima era una vera testimone del nostro tempo, che ha conosciuto, tra i tanti, Hemingway, Fidel Castro e Che Guevara. Spielberg, oltre che un uomo di straordinario talento, è gentile, attento, sa ascoltare e non si limita a esibire se stesso. La più grande delusione? Bill Gates, monocorde, parla solo di soldi».
Ami lo sport, ma qual è la tua squadra del cuore?
«Sono juventino da sempre. Da ragazzo ero un tifoso particolarmente acceso. Dopo, con le vicende di calciopoli, è arrivato il disamore. Più recentemente mi sono riavvicinato ai colori bianconeri».
Come giudichi Torino?
«Torino non è mai stata così bella. Noi, che abbiamo vissuto la città tra l’85 e il ‘99, non possiamo che notare una evidente differenza, per la vitalità e il dinamismo, per la ritrovata bellezza. Ma oggi conta molto meno di prima: politicamente, demograficamente, imprenditorialmente. Torino era la capitale della civiltà industriale, in Italia e non solo, conseguentemente aveva anche più abitanti. L’auto di allora è quello che la tecnologia rappresenta per il mondo di oggi. Poi la politica: questa era la città del PCI, e tutti i suoi leader erano torinesi, di origine o di adozione. Anche il partito liberale, l’ideologia liberale, aveva solide radici torinesi, da Cavour in avanti».
E culturalmente?
«Torino era una capitale, la città dell’Einaudi, e aveva un’università con personaggi di straordinaria levatura. Chi ha studiato con loro ancora oggi è un privilegiato. Però ci resta un grande politecnico, ed è una risorsa rilevante».

Torino ha nuove vocazioni. Cosa ne pensi?
«Quella dell’accoglienza offre prospettive interessanti. La città piace perché offre un patrimonio di eventi ad alto livello, dalle ATP Finals al Salone del Libro, da Terra Madre alla settimana dell’arte. Poi ci sono istituzioni assai ben condotte, come il Museo Egizio. Il cibo è un altro punto di forza. Per me il Cambio è il ristorante più bello al mondo. E il territorio fa la sua parte: io vengo da Alba, dove il connubio tra cibo e vino rappresenta un valore speciale».
Torino è consapevole della propria identità?
«Non completamente. Dobbiamo rivendicare la nostra storia: coraggiosa, gloriosa e nobile. I punti di forza sono tre: il Risorgimento, la resistenza e la FIAT. Torino l’Italia l’ha fatta due volte: quando l’ha unificata e dopo il secondo conflitto mondiale, anni preceduti dal riscatto della guerra partigiana. Il Risorgimento è cosa nostra, ed è una vicenda di cui dobbiamo andare fieri».
(foto BASSO CANNARSA, GIULIA NATALIA COMITO e STEFANO TEALDO)
