Lei momentaneamente in Argentina per lavoro, noi a Torino, quattro ore di fuso orario a metterci alla prova. Dopo qualche tentativo fallito, finalmente riusciamo a sentirla. Dall’altro capo del telefono, la voce entusiasta e brillante di Paola Nicolucci è pronta a raccontarci come sia passata dalle passerelle all’interior design, con la stessa eleganza con cui si muoveva sotto i riflettori. E così, tra un “mi senti?” e un “aspetta che qui il wi-fi va e viene”, inizia l’intervista.
Bellezza e armonia hanno accompagnato da sempre la tua vita professionale…
«Vero, mi ritengo fortunata in tal senso. Sono solita dire che il mio viaggio nella bellezza sia iniziato fin da ragazza, quando ho avuto il piacere di lavorare come modella per le grandi firme dell’abbigliamento. Quell’esperienza mi ha ispirato e accompagnato verso l’interior design, essenza di armonia ed estetica al pari della moda. Senza dimenticare un altro aspetto accomunante: la casa, come l’abbigliamento, racconta tanto della persona, la sua identità e personalità, il suo stile. È stata per me un’evoluzione naturale, anche se la passione per l’arredamento è iniziata ancora prima».

In che senso?
«Sin da piccola mettevo spasmodicamente in ordine le camere delle mie sorelle, che erano invece disordinatissime. Amavo cambiare anche la disposizione dei mobili, creavo nuovi ambienti con i tessuti… mi divertivo davvero tanto. All’inizio le mie sorelle non erano entusiaste di questo mio formicolare attorno alle loro cose, ma poi hanno cominciato ad apprezzarmi. D’altronde, sistemavo casa al posto loro!».
Tante le case di cui ti sei occupata negli anni, gli ambienti che hai valorizzato, tra Italia e Argentina, tra mare e montagna. Un interior designer mantiene sempre uno stile univoco?
«Direi di sì, o meglio, nel mio caso credo proprio esista una firma riconoscibile: è il desiderio di rendere la casa un ambiente il più possibile caldo e accogliente. Il colore sa fare davvero la differenza: io amo le sfumature del tortora, della panna, del marrone. Vi svelo un segreto: non è vero che il bianco ghiaccio sia neutro. È invece una tinta netta che bisogna applicare con attenzione».

Il calore si ottiene unicamente attraverso le scelte cromatiche?
«Non solo, io amo, dove esiste la possibilità, unire l’antico con elementi contemporanei. Quando crei un progetto, non necessariamente devi “buttare via tutto”. Magari basta rifoderare un divano per dargli nuova vita o recuperare la credenza della nonna, donando così un tocco di autenticità. L’home relooking è proprio l’arte di trasformare la nostra casa senza interventi invasivi come la ristrutturazione. Attraverso la scelta di nuovi colori e tessuti, la disposizione creativa degli arredi e l’aggiunta di dettagli personali, si possono rinnovare gli ambienti, infondendo nuova energia e armonia. Così alla fine si otterrà un equilibrio raffinato tra memoria e modernità, capace di trasformare ogni casa in un luogo con un’anima».
Si dice che l’interior design contemporaneo spesso guardi all’estetica piuttosto che alla funzionalità. Qual è il tuo parere a tal proposito?
«Chi lo ha detto? – ride – Io rispetto sempre la funzionalità nei miei progetti, soprattutto quando si parla di ambienti dove si vive attivamente come la cucina o il bagno. Allora, a differenza di quanto di solito propongo per il resto della casa, tendo a preferire uno stile più minimale abbinato a un’impeccabile organizzazione degli spazi».

Prima parlavi di come le persone riflettano il proprio stile anche nella casa, non solo nel modo di vestire. Come fa un professionista a trovare il giusto bilanciamento tra sogni personali (del cliente) e tendenze professionali (dell’interior designer)?
«Potrà sorprendervi, ma personalmente preferisco non farmi abbagliare dalle tendenze del momento. Certo, frequento le fiere internazionali di settore più significative per cogliere nuove fonti di ispirazione, ma poi preferisco dar sfogo al mio istinto e al mio gusto, che devono però sempre trovare concordanza con i sogni del cliente. Per questo, quando mi si chiede come bilanciare due punti di vista talvolta differenti, rispondo semplicemente “con l’ascolto”. Credo sia molto importante capire abitudini e aspettative di chi ha scelto di rivolgersi alle mie competenze».
Un ulteriore elemento che balza agli occhi ammirando i tuoi progetti è il legame con il territorio…
«Assolutamente. Il luogo in cui si trova la casa influisce notevolmente in ogni mio studio. Il contesto esprime spontaneamente tutto ciò che c’è di culturale in quel territorio, l’artigianato, i colori… Ad esempio, in Sardegna mi sono recentemente occupata della ristrutturazione di una casa di cui ho mantenuto solo i muri perimetrali, ma allo stesso tempo ho voluto conservare anche le pietre preesistenti (fino ad oggi nascoste dal cartongesso) proprio come elemento di connessione col territorio. A Roma, invece, una cliente avrebbe voluto installare tende a tutte le finestre del salone, ma ogni vetrata era pari a una scena teatrale: i Fori Imperiali, la Sinagoga. Sarebbe stato un vero peccato nascondere tali scenografie, ho dovuto lottare per convincerla, ma il risultato è stato strepitoso. Talvolta credo sia corretto aprire occasioni di confronto, che non è necessariamente uno scontro. Anzi, i rapporti sono sempre ottimi e questo è confermato dal fatto che in tanti hanno concesso l’autorizzazione a pubblicare le loro case nel mio libro».

A proposito di libro, ci spieghi com’è nato il progetto?
«Eravamo in piena pandemia e, durante il lockdown, ho sentito il bisogno di raccontare le mie opere, di lasciare un segno prima di tutto a me stessa e poi anche agli altri. Ho così iniziato a selezionare i progetti che avrei voluto pubblicare come testimonianza, e grazie alla collaborazione con Adriano Bacchella per le foto, Franco Faggiani per i testi e Piero Chiambretti per la sua meravigliosa prefazione, il risultato è stato un autentico capolavoro! Sono davvero grata a tutti coloro che hanno contribuito a far diventare realtà questo mio sogno nel cassetto».
Ci sono altri progetti in sviluppo?
«Sì, sto valutando la realizzazione di un nuovo libro, ma non posso ancora dire molto a proposito. Nel frattempo continuo col mio lavoro da interior designer tra Argentina e Italia. Ho anche aperto un nuovo studio su strada in via San Secondo 45, a Torino, “Atmosfere”, da cui vorrei aprire variegate collaborazioni con giovani artigiani emergenti. Non dunque un semplice studio di progettazione, ma un autentico cuore pulsante del design. Credo che nel 2025 i social non siano sufficienti come canale di promozione, bisogna offrire credibilità a chi ti osserva: il libro è stato il primo passo in tal direzione e lo studio il suo rafforzamento. E poi qui, in questo spazio, ho la possibilità di tornare bambina, creando e ricreando appunto atmosfere sempre diverse, giorno dopo giorno. L’interior design è un viaggio fatto di dettagli: ogni tessuto, ogni elemento trova il suo posto per raccontare una storia unica. In quei momenti il lavoro si conferma per me passione e gli ambienti acquistano nuova vita».
(foto ADRIANO BACCHELLA e BARBARA DI IORIO)
