Simone Bigotti guida BBBell (azienda torinese specializzata in telecomunicazioni) con l’idea che la connettività non sia solo un servizio tecnico, ma un’infrastruttura culturale, un bene essenziale che sostiene imprese, famiglie e comunità.
«Il nostro è un settore dove velocità, efficienza e qualità sono la base dell’offerta, ma non esauriscono il senso del mestiere. Oggi non si può più stare senza connessione – spiega Bigotti – Questo non deve però farci dimenticare che dietro ogni cavo, ogni antenna, ci sono persone e bisogni reali».
Per questo, la trasparenza è parte integrante della qualità: «Bisogna raccontare le cose come stanno. Il rapporto col cliente deve essere chiaro e lineare. Nel nostro settore questo si è un po’ perso: assistiamo a una rincorsa al sottocosto, a una guerra dei prezzi, al marketing spinto. Ma quando si legge “più giga, più velocità, prezzo bassissimo”, è davvero così?».
Prima ancora che alla critica, l’invito è alla consapevolezza: verificare la banda reale, leggere le clausole, non lasciarsi attrarre da promesse scintillanti. Un’obiezione ricorrente tra gli utenti del mercato riguarda anche la complessità dei sistemi digitali di assistenza e contrattualistica, spesso impersonali. BBBell, a proposito, ha scelto di andare in direzione opposta: «Da noi rispondono persone fisiche, non call center dall’altra parte del mondo. E abbiamo una sede a Torino dove il cliente sa che può venire. Se si vuole, si può costruire un rapporto vero anche in un contesto altamente tecnologico. È una filosofia che permea anche la nostra comunicazione: l’ultima campagna ha trasformato i clienti in testimonial, imprenditori che mettono il volto e la voce per raccontare la propria attività. Significa ricordare che la digitalizzazione può restare umana», sottolinea Bigotti.
E infatti ogni collegamento attivato porta con sé una storia: le arpe artigianali prodotte nelle Langhe e vendute a livello internazionale, il maestro gelataio dai prodotti eccellenti, il viticoltore con la vigna in cima alla collina. «Portare connessione vuol dire permettere a questi soggetti di restare dove desiderano. Chi lavora in questo settore connette persone e imprese con il mondo, non dobbiamo dimenticarlo». In questo senso, la dimensione etica è particolarmente rilevante: la connettività, soprattutto nelle aree rurali o periferiche, fa sì che le famiglie rimangano sul territorio e le imprese possano lavorare al meglio; in questo modo sosteniamo il lavoro, lo studio, le relazioni… e perfino il semplice piacere di guardare un film in streaming.

Ma quando si parla di telecomunicazione e digitalizzazione non si può non parlare anche di tutela dei dati: «La dematerializzazione ha portato tutto sul cloud. Ma dove si trova questo cloud? Chi lo gestisce? L’utente deve esigere una risposta a queste domande. I dati sono la nostra identità e bisogna tenere alta l’attenzione: siamo sicuri che non vengano usati da terze parti?». L’esempio è concreto: una videoconferenza dovrebbe garantire che contenuti e voce non vengano registrati, elaborati o trasferiti in Paesi privi di tutele adeguate.
Una riflessione che tocca fortemente l’intelligenza artificiale: «Chi controlla i dati controlla il mondo, in un certo senso. E l’AI sta accelerando questo processo. Ci siamo mai chiesti dove finiscono le informazioni che immettiamo? Non sto assolutamente demonizzando lo sviluppo tecnologico, anzi: ma dato che non possiamo fermarlo, dobbiamo viverlo al meglio, impararlo e approfondirlo. La tecnologia può essere utile, purché non diventi ossessione e soprattutto conservi il rispetto verso l’identità delle persone».

Ecco, è questo il cuore della visione di Simone Bigotti: la rete come abilitatore, non come sostituto, un’innovazione che tiene insieme competenza, trasparenza e umanità.
(foto BBBELL)
