Al Teatro Astra arriva Manson, lo spettacolo di Fanny & Alexander che porta in scena una figura tra le più controverse del Novecento. In scena Andrea Argentieri, che indossa i panni dell’accusato e, attraverso testimonianze video e audio e le numerose interviste rilasciate in vita da Charles Manson, costruisce un ritratto mimetico e perturbante. Nella voce e nel corpo dell’attore si imprimono i ritmi spezzati, la gestualità irregolare e gli sguardi mutevoli di una mente labirintica e manipolatoria.
Il pubblico entra in uno spazio buio, sonoro, immersivo. Frasi secche e ritmate evocano gli eventi: la villa degli omicidi, l’auto in fuga tra urla e freni stridenti, il Ranch della “Famiglia”, il tribunale delle arringhe. Poi, quasi all’improvviso, emerge una presenza reale in sala. Un uomo, fin lì di spalle, si volta e invita gli spettatori a fargli domande. È Manson.
All’ingresso ciascuno riceve un elenco di trentadue quesiti: il pubblico ne sceglie uno e lo rivolge all’attore, che risponde in inglese, con sopratitoli. Si crea così una strana trasformazione percettiva: non si tratta più solo di giudicare un colpevole, ma di interrogare la propria attrazione, la propria repulsione, il bisogno di sapere e di guardare.
Manson diventa così un dispositivo teatrale che chiama in causa chi assiste, lo pone nel ruolo di una giuria postuma e lo costringe a chiedersi: cosa stiamo davvero guardando?
