Prima ancora di sentire la musica, abbiamo visto gli adesivi, scoperto il logo, imparato il nome. Chi conosceva “i ragazzi”, perché già orbitavano in quella scena musicale torinese che negli anni Novanta ha fatto scuola, intuiva che sarebbe presto successo qualcosa. Il logo dei Subsonica arrivò anche a Radio Flash, in anni in cui quell’emittente sapeva intercettare le nuove tendenze internazionali, ma anche tutto ciò che si muoveva nel tessuto culturale di una Torino ormai desta dopo un lungo torpore, diventata officina creativa a cielo aperto.
Si era creata curiosità attorno al nuovo gruppo di Max Casacci, che aveva appena lasciato gli Africa Unite, con i due musicisti degli Amici di Roland, Samuel Romano e Davide Dileo, oggi semplicemente Samuel e Boosta, un batterista, Enrico Matta, ovvero Ninja e un bassista, che allora era Pierfunk, Pier Paolo Peretti Griva, al quale poi è subentrato Vicio, Luca Vicini. Attorno a quel nome, a quel simbolo, ai singoli componenti, si era creata una piccola mitologia cittadina. Poi arrivò la musica. E la curiosità si trasformò in entusiasmo.

Il resto è una storia che in questa primavera 2026 torna a vibrare con una forza particolare. C’è il nuovo album, Terre Rare. Ci sono i quattro concerti sold out alle OGR, il 31 marzo, 1, 3 e 4 aprile, riuniti sotto il titolo I cieli su Torino. C’è una mostra di gigantografie lungo i portici di via Po e piazza Vittorio, e molte altre iniziative che partono dai Subsonica o dalla città, come la proiezione del logo del gruppo sulla Mole Antonelliana: un gesto simbolico potente, quasi inevitabile, per una band che con Torino intrattiene da trent’anni un rapporto non decorativo ma organico, profondo, perfino fisico.
Dei Subsonica si è scritto molto: della loro traiettoria musicale, della capacità di attraversare epoche e trasformazioni, dei premi, anche per la musica composta per il cinema, dei percorsi individuali che li hanno portati altrove, fra progetti paralleli, sperimentazione, ricerca, carriere soliste. Ma a renderli ancora oggi così riconoscibili non è solo quello che hanno fatto. È il modo in cui sono rimasti fedeli a un’origine senza trasformarla in maniera. E quell’origine, in larga parte, si chiama Torino.

I cieli su Torino è una celebrazione, «una festa per tutti, non solo per noi», racconta Boosta, e camminando sotto i portici, guardando scorrere in sequenza fotografica trent’anni di vita, la sensazione è che questa ricorrenza sia più che altro una restituzione, un grazie reciproco fra la città, la band e il pubblico. «La nostra Torino ci onora con questo regalo per il trentesimo compleanno – ha scritto Max Casacci sul suo profilo Facebook quando sono state appese le gigantografie – e ti ritrovi a provare quello che probabilmente chiunque proverebbe: riavvolgere innanzitutto il nastro dei ricordi, ritrovare gli anni trascorsi a sognare che qualcosa di buono ti potesse capitare con la musica. Qui, in città».
La parola decisiva, in questa storia, è proprio questa: qui. Qui dove tutto è cominciato. Qui dove una geografia urbana è diventata anche geografia emotiva. «Se non ci fossero stati via Po e piazza Vittorio, non ci sarebbero stati i Subsonica», osserva Boosta. E non è una frase di circostanza. Quelle arcate, quelle notti, quei luoghi in cui Torino sapeva essere insieme austera e febbrile, hanno contato davvero. Vedere oggi le fotografie della band appese proprio lì, nei posti che li hanno formati, produce un’emozione che non ha niente di automatico. Ninja, batterista solitamente schivo, ci dice che «nonostante quelle siano immagini che abbiamo visto tante volte, vederle nella tua città, sotto i portici che ti hanno cresciuto, rimane un momento molto emozionante».

C’è poi un tratto profondamente torinese nel modo in cui i Subsonica abitano il proprio successo. Poca ostentazione, molta sostanza. Samuel lo dice quasi sorridendo: vedere la propria faccia in via Po gli suscita più imbarazzo che vanità. «Siamo nati in un luogo che ci ha insegnato a essere veri, a fare non per voglia di mostrarsi, ma per verità». Boosta invece racconta che la foto che preferisce è quella in cui salta mentre suona la tastiera. «L’ho mandata alle mie figlie, dicendo “guardate vostro padre!”, mi hanno risposto “meno male, papà, che c’è la foto, anche perché adesso quel salto lì non saresti più in grado di farlo!”».
Il tempo, nei loro discorsi, torna di continuo, come nella bellissima Il tempo in me, secondo singolo da Terre Rare. Non è una scorciatoia nostalgica, ma materia viva. «Trent’anni insieme non sono una cosa che succede tutti i giorni – dice Boosta – Abbiamo pensato che avrebbe avuto più significato regalarci di nuovo un tempo di qualità insieme. E per noi il tempo di qualità insieme è fare musica, stare sul palco, stare insieme alle persone che amiamo».

Il tempo di una band è anche quello trascorso in prova, in viaggio, in tournée, a volte, in attrito. Con ironia è Boosta che precisa: «Abbiamo litigato qualche volta, ma i litigi noi li facciamo sempre a fine tour. Quando i tour erano molto lunghi e non eravamo perfettamente allineati nel cuore. Ci sono stati dei momenti molto difficili, perché è come avere un matrimonio moltiplicato per cinque: cinque sono tanti da sposare tutti insieme».
Una buona dose di serietà, e altrettanto senso dell’umorismo, forse sono due degli ingredienti che hanno caratterizzato questi tre decenni di lavoro. Samuel lo dice con chiarezza: «Le scelte dei Subsonica non si sono mai basate sulla semplicità. Non abbiamo mai fatto musica per diventare famosi. Abbiamo sempre avuto un’urgenza: raccontarci, farci conoscere come persone singolarmente e insieme». E aggiunge che il racconto più bello di questi trent’anni non è guardarsi indietro, ma continuare a lavorare: continuare a scrivere, a cercare, a produrre attrito creativo. In Terre Rare, secondo lui, c’è perfino «un nuovo inizio».
Un nuovo inizio che parte sulla soglia riprodotta sulla copertina del disco, che a sua volta parte con un pezzo che si intitola Al confine, ma, continua a raccontare Max: «Non siamo noi a definirlo, può essere un confine fra il giorno e la notte, un confine da attraversare clandestinamente, come molte persone sono costrette a fare, può essere un confine fra questa realtà e qualcos’altro, tra la vita e la morte: non siamo noi a chiudere il cerchio di queste narrazioni, ma invitiamo le persone attraverso un suono, attraverso la musica, ad abitare una dimensione».
Oggi i Subsonica – sempre Samuel che parla – vedono in questa Torino «un’invasione di giovani, universitari, e mi piacerebbe che si potesse ritrovare lo spirito, aperto e carico di iniziativa, di certi spazi, diurni e notturni, che hanno permesso a quelli come noi di esprimerci, di fare le cose che stiamo celebrando oggi».

La città ha offerto ai Subsonica una materia viva, spazi, notti, incontri, occasioni, e loro, per quella materia, hanno composto una colonna sonora. Nel racconto di questi trenta subsonici anni, il rapporto col passato non è semplice nostalgia: Ninja racconta che, rimettendo in prova i primi quattro pezzi scritti insieme, ha provato «una sensazione di contemporaneità». Per Vicio, invece «la nostalgia non esiste. Vivo nel presente». Samuel si riconosce nel contrario: «Sono sempre stato nostalgico, lo ero già a vent’anni pensando ai giorni futuri».
Dopo dischi, concerti e innumerevoli avventure, da soli e insieme i Subsonica riconoscono che «la band è una forma particolare di legame che ti ritrovi a dover scegliere costantemente – osserva Max – e probabilmente la solidità di certi legami è data dall’incastro delle singole fragilità». Restare insieme non significa cancellare le differenze, ma imparare a farle lavorare in comune, allontanarsi e tornare, come hanno fatto tutti.
Fra cent’anni, dice Samuel, dei Subsonica si potrà forse dire che sono stati «il racconto di un periodo storico di una città». Intanto, in questi giorni di primavera, la sensazione è che Torino e i Subsonica continuino a riconoscersi al primo sguardo.
(foto SUBSONICA e IVAN CAZZOLA)
