Avvocato amministrativista tra i più riconosciuti nel panorama torinese e non solo, Carlo Merani è fondatore e name partner dello studio Merani Amministrativisti. Da più di vent’anni si occupa di diritto amministrativo, con una specializzazione nei rapporti tra pubblica amministrazione e imprese. Con il suo studio – nato nel 2007 e oggi cresciuto fino a contare una squadra di quasi venti tra avvocati e collaboratori, distribuita tra Torino, Milano e Roma – ha accompagnato alcune delle trasformazioni più significative del territorio. Il suo approccio unisce rigore giuridico, visione strategica e una forte attenzione al lavoro di squadra. Energia, specializzazione e spirito collaborativo alimentano la crescita dello studio e una visione contemporanea del diritto amministrativo.
Avvocato come nasce il suo amore per Torino?
«Nasce dal suo insieme di fascino e mistero, modernità e vivibilità, dal suo essere riservata, ma allo stesso tempo vulnerabile».
Le città sono sicuramente fatte di presente, ma anche di visioni e programmi: Torino quanto guarda al suo passato di capitale industriale e quanto è riuscita a guardare avanti negli ultimi anni?
«Torino non tradisce sé stessa. Periodicamente qualcuno le fa il funerale, guardando al passato e ricordando il grande mondo metalmeccanico che non c’è più. Ma Torino non è mai stata soltanto metalmeccanica: qui sono nate le telecomunicazioni, il cinema, la moda, l’impegno laico-cristiano nel sociale… È sempre stata una città di eccellenze e ancora oggi ne abbiamo molte prove».
Quanto invece si rende conto di dover guardare al futuro?
«Credo si renda conto della necessità di farlo e penso che ci siano ambiti dove può tornare leader. Penso, ad esempio, al settore aerospaziale, oppure a quello della formazione universitaria. Certo, sarebbe ingenuo pensare che l’aerospazio o il turismo – pur in forte crescita – possano sostituire completamente ciò che è stato il mondo metalmeccanico; ma Torino ha sempre dimostrato di credere in sé stessa e deve continuare a farlo».
Molti direbbero che è troppo ottimista?
«Forse. Il vero passo oggi è sicuramente quello di imparare a fare squadra. Tra pubblico e privato, ma anche tra cittadini, mondo sociale ed economico. È la chiave per rilanciare il futuro della città: costruire un nuovo concetto di comunità, più collaborativo e capace di mettere in rete energie diverse».
In copertina Orson Welles, quasi a simboleggiare la necessità di avere coraggio, idee, capacità di sperimentazione. Dove si trova oggi il coraggio di evolvere?
«Il torinese, in fondo, è una persona coraggiosa, che ama le sfide. l’ha sempre dimostrato nel corso della storia».
Coraggio o incoscienza?
«Probabilmente entrambe, ma spesso proprio da questa attitudine nascono le sperimentazioni più interessanti. Per questo credo valga la pena provare a immaginare un nuovo modello di cittadinanza “partecipativa”, fondata sulla collaborazione tra pubblico e privato, che aiuti ad abbandonare ogni paura l’uno dell’altro. Se riuscissimo a rafforzare questa dimensione, Torino potrebbe diventare una città ancora più coesa e capace di guardare al futuro con fiducia».
Il mondo delle professioni, ad esempio il mondo legal, come può contribuire alla costruzione di questo modello di cittadinanza?
«Credo sempre di più nella figura dell’avvocato come facilitatore. Non solo un tecnico del diritto, ma qualcuno che aiuti a comprendere e applicare le regole che guidano una società. In questo senso anche l’avvocato, nel suo piccolo, contribuisce alla vita della città. Penso, ad esempio, al tema degli homeless. È una questione che coinvolge valori diversi tra loro: la dignità della persona, il decoro urbano, l’assistenza sociale. La vera domanda è: in quale quadro giuridico possiamo collocare e bilanciare questi principi?».
In pratica, il mondo cambia e occorre adeguare domande e risposte, senza derogare dai principi?
«Esattamente. Il mondo sta cambiando rapidamente e i problemi diventano sempre più complessi. Per affrontarli servono nuove competenze e nuovi approcci. In una società che innova continuamente, anche l’avvocatura deve saper innovare: negli strumenti, certamente, ma soprattutto nella capacità di leggere la realtà».
(foto MERANI AMMINISTRATIVISTI)
