Quest’anno i Job Film Days di Torino (rassegna dedicata al cinema e al lavoro) stanno presentando pellicole davvero interessantissime. Il festival è iniziato il 6 ottobre, finirà domenica 11, e per ora tra gara e fuori concorso sta portando film veramente notevoli. Noi vi avevamo suggerito in anteprima alcuni dei nostri highlights della rassegna, o almeno quello che si poteva in parte intuire pre festival, ma è proprio il concorso che sta regalando davvero tante soddisfazioni. Non a caso, l’invito è, seppur non manchi molto, di andare a godervi gli ultimi fuochi d’artificio di una bellissima edizione.
Conclusa la doverosa premessa, noi siamo stati l’altra sera al cinema Massimo per la proiezione di Sea sisters di Brunella Filì (presente in sala), e vi raccontiamo (cercando di limitare al minimo gli spoiler) cosa abbiamo visto.
Partiamo dai dati tecnici: Sea sisters è un documentario girato tra Italia e Norvegia, lungo circa un’ora e un quarto, che la regista ha messo insieme in quasi sette anni di lavoro.
La trama gira attorno alle vicende di Sandra e Antonia, due donne che hanno nel rapporto con il mare una buona parte della loro vita: conflitti, sfide, passato, libertà, ricerca di risposte, fascino, sogni, paure, riscatto. Sandra abita in Norvegia, di fronte a un mare molto diverso da quello di Antonia, che invece vive in Puglia, a Gallipoli, ma i loro mari, seppur lontanissimi, hanno molti punti in comune. Come le loro storie.
Antonia ha vissuto un tragico dramma familiare, legato proprio al mare, lutti che fanno parte di lei e del suo futuro; allo stesso modo Sandra per il mare ha rischiato di perdere per sempre sua figlia e ha dovuto lottare parecchio per riaverla. Per entrambe (con Sandra c’è anche “l’aggravante” dell’etnia Sami) il mare rappresenta anche uno scontro culturale, infatti, come donne sembrano non poter accedere al desiderio di andare per mare, di essere “capitane” (anche di sé stesse), di fare cose che sono considerate appunto da “uomini”.
Non esageriamo con gli spoiler di trama, ci sfoghiamo con i concetti. Sea sister è un documentario forte perché si costruisce in anni di evoluzioni, non è figlio di una sceneggiatura rigida, ma accompagna con pazienza il vissuto delle due protagoniste, nei dolori, nelle gioie e nei capovolgimenti di fronte. Costante, in entrambi i percorsi, è la necessità di affrontare un mondo prevalentemente al maschile che impone continuamente limiti e barriere, visibili e invisibili, a volte anche senza accorgersene (in particolare con un piccolo personaggio esatta metafora sociale). Un mondo che a volte sembra perfino “non farlo apposta”, perché in fondo è stato costruito così. È evidentissimo con Antonia che a un certo punto avrebbe anche le carte in regola per fare ciò che vuole, ma a “fermarla” non sono tanto imposizioni fisiche quanto status e occorrenze culturali che hanno però un peso concreto nel suo quotidiano.
Piccola precisazione: non vogliamo che passi il concetto di donne “vinte” o simili. Sandra e Antonia sono fiere, dolcissime, all’occorrenza dure, prendono decisioni e vivono con una dignità rara ogni situazione. Non sono retoriche né costruite, sono vita pura che si specchia in ogni modo possibile nei propri mari.
Insomma, Sea sisters di Brunella Filì ci è piaciuto, ci ha smosso, ci ha fatto pensare. Che è un po’ quello che dovrebbe fare questo genere di film in questo genere di rassegna. Noi non ci dilunghiamo oltre, vi suggeriamo solamente ancora una volta di cercare e dare una chance a queste pellicole intrise di idee e affetto.