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Parole dell'anno e aziende attrattive

voi lo sapete cosa vuol dire rizz?

COME FACCIAMO A GIUDICARE UN'AZIENDA COME PIÙ O MENO ATTRATTIVA? E SOPRATTUTTO, COSA SIGNIFICA DI PRECISO “RIZZ”? QUESTE E ALTRE DOMANDE LE AFFRONTIAMO OGGI, TRA PAROLE DELL'ANNO E CONSIGLI DEGLI AMICI DI FALGAR

Per il vocabolario di Oxford la parola inglese del 2023 è stata “rizz”; che l’ha sfangata davanti a termini come “Barbenheimer”, “deep fake”, “swifties” e altre. Una dura lotta quindi, che ha visto primeggiare uno dei termini più ricorrenti sui social (specialmente TikTok) di questo 2023. Specifichiamo: si tratta di social anglofoni, se viriamo nel contesto italiano troviamo parole come “femminicidio”, “eco-ansia”, “Medio-oriente” tra le più cliccate sui motori di ricerca (non molto rassicurante).

Ma torniamo al nostro rizz: anzitutto, cosa significa? Sostanzialmente indica un certo tipo di fascino, ovvero la capacità di attrarre a noi qualcuno su cui vogliamo fare colpo, o di cui vogliamo attirare l’attenzione. Particolare rilievo al termine lo ha dato Tom Holland, l’estate scorsa, rispondendo a una domanda in cui gli veniva proprio chiesto quale fosse il suo rizz. I personaggi pubblici influenzano l’uso di certi termini, specialmente se si tratta di neologismi; e questo ci dimostra una volta di più quanto la lingua in un mondo globalizzato sia costantemente in evoluzione.

Come fa un’azienda oggi a essere attrattiva? Le caratteristiche dell’attrattività contemporanea sono le stesse di un tempo, oppure sono cambiate mentre il mondo stesso mutava? Ci discostiamo subito dall’equivoco del “è cambiato in meglio o in peggio”, e proviamo a riflettere.

Facciamo dunque un passo indietro. Quando i nostri genitori erano dei giovanotti, i nostri nonni dicevano loro di non farsi sfuggire quel bel posto di lavoro così sarebbero stati a posto per sempre (si fa per dire). Era infatti pensiero comune che l’importante fosse principalmente sistemarsi, ovvero sedersi a una scrivania sicura, senza chiedersi più di tanto cosa sarebbe successo dopo. Un po’ come nel gioco della sedia, in cui la musica si ferma e vince chi ha trovato il proprio posto.

Oggi chi può scegliere un lavoro tiene da conto quindi moltissimi parametri

Oggi le carte in tavola sembrano un po’ cambiate (chiaro, laddove esiste il privilegio del poter “scegliere” un mestiere), e il discorso sul lavoro, il suo logos, pare essere diventato molto più ampio. Alla base di questa evoluzione poniamo un sentimento di consapevolezza che sintetizziamo un po’ grezzamente così: se proprio devo lavorare tutta la vita, cercherò di farlo in un bel posto. E più nello specifico: con un buon clima tra colleghi, con una formazione continua per non smettere di crescere, con attenzione alle esigenze personali e con un’integrazione tempo libero/lavoro più sana possibile. Insomma, un lavoro non avulso al resto della vita, ma sinergico ad essa; da cui prendere pause non per sfinimento, ma perché le pause sono parte di ogni ritmo.

Oggi chi può scegliere un lavoro tiene da conto quindi moltissimi parametri; e questo ci riporta al tema iniziale: come può un’azienda oggi essere più attrattiva? Probabilmente corrispondendo in maniera diretta alle evolute esigenze dei lavoratori. E dato che siamo una redazione di poeti e navigatori, ma non di consulenti aziendali, abbiamo chiesto un intervento più tecnico agli esperti di Falgar, agenzia Reale Mutua torinese, con focus su consulenze assicurative e assistenziali, e una spiccata propensione alla gestione del welfare aziendale.

Gianfranco (Garrone, ndr), quanto è importante il welfare per l’attrattività di un’azienda? «È fondamentale. E non solo per ovvi motivi, per cui tutti vorrebbero chiaramente lavorare in una realtà che si prende cura dei propri lavoratori, ma perché è sintomo di contemporaneità. Un’azienda seria ha un piano di welfare serio. Un’azienda che progetta e programma il futuro rivolge grande attenzione al welfare, perché sa che le risorse umane sono e saranno imprescindibili». Servono grandi investimenti per fare un buon lavoro? «Non per forza. Però sicuramente serve un budget, perché il welfare non è un hobby, ma un asset concreto. Diciamo che in questi tempi, in una situazione economica che molte volte non permette di utilizzare come leva di appeal gli aumenti salariali, per fidelizzare le persone e attirare nuovi talenti spesso bisogna guardare a nuove strategie». Qualche esempio? «Occorre prima valutare situazione per situazione; è anche questo che facciamo noi come consulenti. Il welfare serve a rispondere alle concrete esigenze dei lavoratori. Magari con pacchetti di assistenza alle famiglie (spesso in ambito sanitario) o con assicurazioni ad hoc o ancora con convenzioni vantaggiose… Le opportunità ci sono, è meglio però avere specialisti che guidino nella scelta».

Insomma, il mondo del lavoro cambia perché la cultura evolve, le idee corrono e anche noi mutiamo. È responsabilità di chi lo vive e alimenta, indirizzare il cambiamento in modo positivo.

E voi, avete mai giudicato un’azienda in base al suo rizz? Potrebbe essere arrivato il momento giusto per cominciare…