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Chiara Ambrogio

Investiamo nella ricerca

di Laura Sciolla

Inverno 2020

FUGA DI CERVELLI? EPPURE C’È CHI RIENTRA, PER SCELTA MA ANCHE PERCHÉ VIENE DATA UNA GRANDE OPPORTUNITÀ. DOPO DIECI ANNI ALL’ESTERO LA RICERCATRICE CHIARA AMBROGIO TORNA A TORINO GRAZIE ALLA VITTORIA DEL CAREER DEVELOPMENT AWARD DELLA FONDAZIONE GIOVANNI ARMENISE HARVARD

Il futuro della ricerca e la ricerca come strada per un futuro migliore. Sono questi i temi che abbiamo voluto trattare con Chiara Ambrogio, biotecnologa e oncologa molecolare che, da pochi mesi, ha fondato il suo laboratorio al Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Biotecnologie Molecolari (MBC) dell’Università di Torino. Abbiamo scelto la giovane ricercatrice (39 anni) perché rappresenta perfettamente un talento ‘di ritorno’, uno di quei cervelli che, dopo un periodo di esperienza fuori confine, rientrano in Italia. Chiara Ambrogio è infatti l’ultima vincitrice del Career Development Award messo a punto dalla Fondazione Giovanni Armenise Harvard: un finanziamento di un milione di dollari (200mila euro all’anno per cinque anni) da impiegare nella ricerca di base in campo biomedico, premio riservato a giovani scienziati che dall’estero vogliono lavorare in Italia. Ogni anno, infatti, la Fondazione premia uno o più ricercatori promettenti, per contribuire alla creazione di nuove aree di ricerca in Italia e rafforzare la collaborazione tra gli scienziati in Italia e la Harvard Medical School di Boston, dove la Fondazione ha sede. Tra i requisiti, quello di essere ricercatori non residenti in Italia ma col desiderio di entrare a far parte della comunità scientifica nel Bel Paese.

E così, dopo dieci anni sei tornata a Torino, in via Nizza più precisamente…

«Dopo la laurea in Biotecnologie mediche e un dottorato in Immunologia e Biologia cellulare all’Università di Torino, nel 2009 mi sono trasferita a Madrid per lavorare al Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas. Poi, nel 2016 ho voluto fare esperienza negli Stati Uniti, al Dana-Farber Cancer Institute di Boston. Tra noi ricercatori il premio economico della Fondazione Armenise Harvard è molto apprezzato e ambito, così ho provato, e ho vinto! Questo finanziamento mi ha dato l’opportunità di creare un gruppo di ricerca all’Università di Torino, tornando a svolgere la mia attività scientifica nel mio Paese, nella mia regione (Chiara ha origini cuneesi, NDR). Ma ho scelto Torino non solo per stare vicino a parenti e amici, quanto per quel sentimento di riconoscimento che provo verso la città. Ho potuto verificare concretamente quanto l’Università di Torino mi abbia resa ipercompetitiva rispetto ai miei colleghi stranieri. In qualche modo, vorrei ricambiare contribuendo al rilancio della città». 

La ricerca genera fatturati, brevetti, movimento, idee, 'cervelli' che si spostano dove ci sono investimenti

Perché la ricerca è un motore economico, giusto?

«Eccome. La ricerca genera fatturati, brevetti, movimento, idee, ‘cervelli’ che si spostano dove ci sono investimenti. Inoltre, l’avanzamento scientifico e tecnologico, frutto della ricerca di base e applicata nei suoi più svariati settori, è volano per lo sviluppo di una comunità, oltre a rappresentare il motore della forza culturale che crea, alimenta e soddisfa i bisogni primari della società, stimolando il circuito dell’economia, del benessere e, quindi, della crescita. Alcune nazioni hanno già capito questo aspetto, pensiamo agli Stati Uniti, alla Germania, alla Gran Bretagna. I ritorni sono evidenti: la ricerca è un investimento economico, non solo un avanzamento culturale».

Eppure si dice che in Italia ci sia poco interesse per la ricerca.

«Voglio rispondere in modo positivo. Il fatto stesso che io abbia ricevuto questo finanziamento conferma come ci siano realtà pronte a investire anche su questo fronte. Quale presupposto migliore per ripartire della creazione di un nuovo laboratorio in Italia, e a Torino in particolare? La ricerca è futuro, non dimentichiamolo. Sicuramente le cose non capitano per caso, ci vogliono impegno ed energia; ma se hai la formazione, le idee, il progetto giusto, allora le opportunità possono arrivare. D’altronde, però, mi rendo conto che in Italia c’è ancora tanto da fare».

 In che senso?

 «Basta osservare i risultati delle indagini svolte dallo European Research Council sui finanziamenti riconosciuti ai ricercatori in campo scientifico. L’Italia si pone al nono posto su 23 nazioni. Ma se andiamo a vedere la nazionalità dei ricercatori che hanno ottenuto dei Consolidator Grant nel 2020, i primi sono italiani! Cosa vuol dire? Che le risorse intellettuali non mancano, che noi ricercatori italiani siamo ben formati, anche se alla fine operiamo all’estero perché in Italia non ci sono le condizioni per lavorare al meglio. Ribadisco: il mio esempio manda sicuramente un messaggio positivo, ma purtroppo non è questa la situazione che accomuna la maggior parte dei ricercatori italiani».

Il fatto di essere donna influisce in questo campo? Hai mai notato discriminazioni nella tua esperienza professionale?

«È un tema molto attuale e spesso si parla di discriminazioni anche in questo settore, ma mi rendo conto che non si può pretendere di cambiare lo stato delle cose nel breve periodo, ci vorranno almeno due o tre generazioni. Per quanto mi riguarda, comunque, non ho mai dovuto affrontare il problema in prima persona. Piuttosto, paradossalmente, ho assistito a situazioni di favoritismi: concorsi e call riservate alla quota rosa. E non vi dico le polemiche che hanno scatenato».

Qual è in generale lo stato attuale della ricerca?

«C’è molto ottimismo tra gli addetti ai lavori, anche se il grande pubblico non ha sempre modo di toccarlo con mano. La ricerca, infatti, sta facendo passi da gigante. Dobbiamo solo tener conto che i risultati che raggiungiamo oggi saranno applicabili tra almeno dieci anni: può sembrare un tempo infinito, ma vi assicuro che la ricerca ha messo il piede sull’acceleratore e sta evolvendo in modo incredibile».

 Il COVID-19 non ha quindi rallentato il lavoro nell’ambito della ricerca tumorale, in cui sei specializzata?

«Fortunatamente no. È vero che in questo momento sembrano esistere solo più il COVID-19 e gli studi collegati, ma io ritengo che la pandemia abbia anche regalato nuova visibilità a noi ricercatori. Finalmente il nostro lavoro viene apprezzato, anche se non siamo epidemiologi, virologi, eccetera. Insomma, è venuto il momento di riscattarci e superare l’immagine da topi di laboratorio».

Chiara Ambrogio al Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Biotecnologie Molecolari dell‘Università di Torino

Ci riassumi in due parole cosa stai facendo con la tua squadra nel Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Biotecnologie Molecolari di via Nizza?

«A Boston mi ero specializzata sulla mutazione genetica di KRAS, tra le principali cause del cancro ai polmoni, al pancreas e al colon. Questa mutazione riguarda circa il 30% dei tumori polmonari, rendendoli spesso aggressivi e resistenti alle terapie. Lavorando come ricercatrice senior nel laboratorio di Pasi Jänne al DFCI, ho identificato una categoria di pazienti con mutazione di KRAS che sembrava rispondere meglio a una determinata classe di inibitori, con potenziale maggior successo terapeutico. Questa esperienza in ambito clinico mi servirà per studiare, proprio qui a Torino e grazie al finanziamento, i meccanismi di base che regolano la mutazione genetica di KRAS nel tumore polmonare. L’esperienza clinica mi ha insegnato che è necessario far avanzare la ricerca di base per comprendere meglio e combattere i tumori. Noi ci proveremo. Proprio da Torino».

(Foto di MARCO CARULLI e CHIARA D’AMBROGIO)