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Erica Pagella

Dal genio di Leonardo ai Musei Reali di domani

di ALESSIA BELLI

QUEST'ANNO SI CELEBRANO I 500 ANNI DALLA MORTE DI LEONARDO E TORINO ADERISCE CON UN GRANDE PROGETTO CORALE CHE COINVOLGE TUTTO IL TERRITORIO. SCOPRIAMONE I DETTAGLI INSIEME ALLA DIRETTRICE DEL COMPLESSO MUSEALE PIÙ VASTO DELLA CITTÀ, TRA I PROTAGONISTI DI QUESTA IMPORTANTE MANIFESTAZIONE

Con un totale di 461250 visitatori nel 2018 (il 27,82% in più rispetto al 2017 e il 50,07% in più rispetto al 2015), i Musei Reali di Torino si attestano come il sito museale italiano che ha registrato il maggior incremento di pubblico. D’altronde, stiamo parlando di un complesso immenso, che partendo dalla preistoria e giungendo fino alla contemporaneità propone un viaggio temporale incredibile. Un percorso che si estende per 55mila metri quadri tra Palazzo Reale, Armeria Reale, Galleria Sabauda, Museo di Antichità, Giardini Reali, Biblioteca Reale, Palazzo Chiablese e la Cappella della Sacra Sindone, recentemente restaurata. «Dati che dimostrano lo straordinario potenziale dei Musei Reali e il loro valore per la città e il territorio», sottolinea la direttrice Enrica Pagella, che ne ha seguito da vicino il rilancio e la nuova identità.

Per Leonardo, tutto ciò che affiorava in superficie aveva una profondità, ed era proprio questa profondità a incuriosirlo e ispirarlo

Con lei abbiamo parlato anche del progetto ‘Leonardo da Vinci. Disegnare il futuro’: condiviso con le principali istituzioni locali, indaga l’arte e l’eredità culturale leonardiana, ma anche le loro motivazioni e il contesto: «Per Leonardo, tutto ciò che affiorava in superficie aveva una profondità, ed era proprio questa profondità a incuriosirlo e ispirarlo».

L’Europa e l’Italia celebrano Leonardo. Cosa accade nella nostra città?

«Torino ha preparato un programma capillare, ricco di iniziative di vario genere: mostre, conferenze, installazioni, spettacoli e persino ricostruzioni. Il centro di questo progetto è sicuramente l’esposizione organizzata nei Musei Reali, incentrata su un frammento di patrimonio molto importante. Si tratta di tredici disegni autografi di Leonardo Da Vinci acquistati nel 1840 da Carlo Alberto e conservati nella Biblioteca Reale, oltre al ‘Codice sul volo degli uccelli’, approdato a Torino nel 1893 come dono per il re dopo vicissitudini quasi romanzesche. Il solo fatto che nella nostra città si conservi un nucleo così significativo, sebbene non paragonabile per dimensioni, ovviamente, alle collezioni che appartengono ad esempio alla Regina Elisabetta, ha un significato molto più vasto: è una testimonianza del destino che affrontarono le opere dell’artista, lasciate in eredità al nipote e poi vendute e acquistate da eruditi e appassionati. Ed è, inoltre, una prova dell’interesse che dimostrarono i Savoia nei confronti dei suoi lavori».

Com’è suddivisa la mostra?

«Abbiamo realizzato un percorso che intreccia il nostro patrimonio artistico con quello di altri grandi musei nazionali e internazionali, presentando oltre 50 opere tra cui spicca, appunto, il nostro nucleo. L’obiettivo era infatti valorizzarlo, renderlo più accessibile al pubblico, costruendo tutto un filone che ne indagasse gli aspetti lasciati finora in ombra. Penso ad esempio all’iconografia, alla relazione con altri artisti suoi contemporanei. Abbiamo voluto tirar fuori Leonardo dal suo luminoso isolamento e inserirlo nel contesto. Con l’intenzione di evidenziare maggiormente il senso della sua ricerca».

Tra questi disegni spicca il celebre ‘Autoritratto’…

Autoritratto

Leonardo da Vinci, ‘Autoritratto’, Torino, Musei Reali – Biblioteca Reale

«È un unicum, un’opera simbolica universalmente nota. Raffigura il volto di un anziano le cui caratteristiche corrispondono esattamente a ciò che sappiamo di Leonardo nei suoi ultimi anni. Al contempo, però, è anche un’opera misteriosa, perché in realtà non c’è nessuna prova che si tratti effettivamente del suo autoritratto. Alcuni lo datano tra il 1490 e il 1495, altri tra il 1515 e il 1516, ma in entrambi i casi l’artista sarebbe stato più giovane di come appare nel disegno. È anche vero, però, che Leonardo in vita dimostrava molti più anni di quelli che realmente aveva, e questo lo sappiamo grazie ai racconti di un testimone dell’epoca. È stato poi ipotizzato, ed è un pensiero che condivido, che in questa maschera lui ricercasse l’idea del ‘vecchio saggio’ e, forse, del filosofo Aristotele. La risposta che proviamo a dare noi, attraverso la mostra, si basa sugli studi condotti da Leonardo su alcuni tipi facciali, tra cui si inserisce, ovviamente, anche la figura del vecchio, con i capelli lunghi e la barba, lo sguardo pensoso e la fronte aggrottata. Sono convinta che in questa sperimentazione l’artista abbia lasciato una traccia di sé. Il successo di quest’opera, infatti, si fonda sul fatto che rivela qualcosa di molto intenso e profondo rispetto alle attese, ai sogni, agli studi e agli interessi del suo creatore».

Il progetto è stato costruito facendo sistema tra diverse istituzioni. Crede che sia questa la strada da percorrere per valorizzare il patrimonio artistico e culturale del territorio?

Leonardo da Vinci, ‘Codice sul volo degli uccelli’, Torino, Musei Reali – Biblioteca Reale

«Penso che fare sistema sia fondamentale. I pubblici che accogliamo sono diversi per interessi e aspettative, quindi ritengo sia di estrema importanza, oggi, non puntare su un’offerta a carattere monocratico, ma declinarla sotto aspetti molteplici e differenti. Ne è un esempio quello che viene fatto a Barge, dove si potranno visitare le cave della pietra che Leonardo usava per mescolare i colori. Sarà un itinerario all’insegna dell’arte, certo, ma anche naturalistico, e consentirà ai visitatori di scoprire la genialità di Leonardo anche all’aria aperta».

Oggi il turista è più esigente?

«Il turismo si è evoluto. Il visitatore cerca un’emozione globale del vivere, che oltre all’arte comprenda altre esperienze, come il food, la musica. Per Leonardo, ad esempio, abbiamo in programma una giornata con i musicisti del Conservatorio di Torino: partendo da alcune note incise nel ‘Ritratto di musico’ custodito all’Ambrosiana, hanno creato una composizione originale e moderna. A suonare sarà però uno strumento automatico, modernissimo, concepito portando a compimento proprio uno dei tanti, avanguardistici progetti a cui l’artista si dedicò».

È anche per andare incontro a questa nuova tendenza che avete optato per un rebranding dei Musei Reali?

«Esatto, la riorganizzazione del MiBAC del 2014 ci ha dato l’opportunità di sviluppare una nuova identità, cui stiamo lavorando attraverso molteplici azioni. La prima è stata unire le realtà che fanno parte del nostro sistema in un unicum, presentando anche un nuovo logo. Il nostro impegno, da lì in poi, si è rivolto soprattutto al lavoro sui contenuti, perché senza di essi non c’è immagine che tenga. Ci siamo impegnati per intrecciare sempre di più e sempre meglio la storia delle nostre collezioni, nate dall’interesse dei Savoia per l’arte e la cultura, e di cui non esistono in Italia esempi altrettanto efficaci».

Durante l’intervista

Vista la sua esperienza nella direzione museale, quali sono le caratteristiche che deve avere un museo per essere attrattivo?

«Un museo deve essere innanzitutto accogliente, non solo nei servizi all’utenza ma soprattutto nel modo in cui si mette in relazione col visitatore; deve parlare la sua stessa lingua, essere in grado di trasferire dei contenuti, delle conoscenze, in maniera empatica all’interno di un vero e proprio dialogo, non con una comunicazione fatta per pochi. È senz’altro un obiettivo difficile da raggiungere, ma chi lavora in un museo dovrebbe saper dominare i contenuti talmente bene da riuscire a esprimerli in modi diversi, seguendo le esigenze del pubblico. Inoltre, è importante che il museo sia un luogo di contenuti seri, affidabili, e in questo senso il ruolo della ricerca è fondamentale. La stessa empatia che si usa verso i visitatori deve essere applicata agli oggetti esposti: bisogna comprenderli in tutte le loro caratteristiche, apprezzarne la forma, lo stile ma anche la qualità dei materiali, le tecniche costruttive, i segni delle mani che li hanno realizzati. Apprezzare l’oggetto come lavoro dell’uomo».

Parlando di Torino, quali sono i luoghi che più le appartengono?

«Sono eporediese e la mia formazione è da medievista, quindi non mi sento di definire Torino il mio luogo: lo erano di più Vercelli, le chiese romaniche del Monferrato, la Sacra di San Michele. Ma se proprio devo nominare un luogo della città a cui sono affezionata, allora scelgo la pista del Lingotto: mi affascina per la sua architettura quasi surreale, immersa nella corona di montagne che si scorgono in lontananza. La natura in contrasto con il cemento armato, le nevi perenni con la modernità. E poi, certamente, la Biblioteca Reale, dove ho studiato molto. Oggi che mi trovo a gestirla, capisco quanto sia una miniera di tesori da scoprire. Torino è fatta anche di questo, di abissi di opere e cultura che devono ancora essere riportati alla luce».

(Foto di FRANCO BORRELLI e ARCHIVIO MUSEI REALI)