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David Tremlett

Quando l'arte integra il paesaggio

di Rocco Moliterni

Estate 2019

NEL 20° ANNIVERSARIO DELLA CAPPELLA DEL BAROLO, ICONA DELL’ARTE CONTEMPORANEA IN TERRA DI LANGA, E IN OCCASIONE DELL'INTERVENTO PRESSO IL MONASTERO DI SAN MAURIZIO, INCONTRIAMO UN MAESTRO CHE HA IMPREZIOSITO IL TERRITORIO CON OPERE DI GRANDE IMPATTO EMOTIVO E FELICITÀ ESPRESSIVA

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Roberta Ceretto e David Tremlett
© Stefania Spadoni

La Cappella del Barolo a La Morra, firmata da Sol LeWitt e David Tremlett, compie vent’anni. E del 1999, infatti, la scommessa vincente della famiglia Ceretto di puntare su un intervento di arte contemporanea per valorizzare il paesaggio di colline e vigneti delle Langhe. «La Cappella della Santissima Madonna delle Grazie – ricorda Roberta Ceretto – fu costruita nel 1914 come riparo da temporali e grandinate per chi lavorava nelle vigne circostanti, e non fu mai consacrata. Venne acquistata dalla mia famiglia nel 1970 assieme a sei ettari del prestigioso vigneto di Brunate. Ridotta a rudere dopo anni di abbandono, si è trasformata in uno degli edifici più famosi del territorio quando mio padre Bruno ne affidò una reinterpretazione in chiave modernista agli artisti Sol LeWitt e David Tremlett. La scintilla creativa scaturì all’improvviso, davanti a un bicchiere di Barolo e alla maestosità del paesaggio. Agli artisti piacque l’idea di recuperare l’edificio in rovina con una divisione spontanea degli interventi: all’esterno, forme geometriche in colori acidi e forti (verde, giallo, rosso, azzurro, viola, arancione e altri ancora) disegnate dall’americano Sol LeWitt, maestro dell’arte concettuale; all’interno, grandi campiture in tinte morbide, stese con il palmo della mano dall’ingleseDavid Tremlett, anche autore dei riflessi acquei del pavimento marmoreo». 

Dopo l'incontro iniziale con Bruno Ceretto, scrissi a Sol LeWitt, che conoscevo bene e con il quale avevo esposto in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Lavorare con un altro artista è sempre una questione di fiducia, e la fiducia penso sia stata reciproca

Per celebrare l’anniversario, sono molti a settembre gli eventi in programma, tra cui una camminata organizzata con Torino Spiritualità e dedicata ai colori della Cappella con una lezione di Riccardo Falcinelli (14 settembre) e la mostra ‘Keeping Time’, immaginata dalla famiglia Ceretto insieme agli eredi dei due artisti e curata da Guy Robertson (direttore del Mahler & LeWitt Studios) e Tony Tremlett, figlio di David Tremlett (la vernice sabato 21 settembre). Per la prima volta, lo scenario delle vigne delle Brunate ospiterà una mostra d’arte che sara allestita negli spazi dell’ex distilleria Ceretto, intorno alla Cappella del Barolo. L’anniversario e anche occasione di racconto grazie a un libro, edito da Corraini, che raccoglie documenti inediti e ripercorre la storia e l’evoluzione del progetto che ha portato al felice legame tra le Langhe e l’arte. Un legame che la famiglia Ceretto ha sviluppato non solo con la Cappella del Barolo: nel corso degli anni sono stati coinvolti architetti, artisti e designer in variegati progetti, tra i quali il Cubo a Castiglione Falletto, una struttura trasparente che sovrasta il paesaggio vitato a Barolo, e l’Acino nella tenuta Monsordo Bernardina.

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La famiglia Ceretto di fronte alla Cappella del Barolo
© Marco Varoli

Qui la ‘Casa dell’artista’, un loft realizzato dal recupero di un vecchio casolare, ha ospitato, tra gli altri, personaggi del calibro di Kiki Smith, James Brown, Francesco Clemente, Miquel Barcelo, Gary Hume (all’interno della Casa trova spazio il letto a baldacchino di Anselm Kiefer). Molte, inoltre, le mostre di arte contemporanea curate da Bill Katz, che hanno avuto tra i protagonisti Robert Indiana, Philip Taaffe, Ed Ruscha, Marina Abramović, Lynn Davis e Patti Smith. Senza dimenticare il cancello scultura ideato dall’artista Valerio Berruti per proteggere il vigneto di Bricco Rocche a Castiglione Falletto o le opere di Kiki Smith e Francesco Clemente, ospitate nei due ristoranti di famiglia: La Piola e Piazza Duomo, tempio del cuoco tristellato Enrico Crippa. David Tremlett, l’artista inglese oggi settantaquattrenne conosciuto in tutto il mondo per i suoi lavori con la tecnica del ‘wall drawing’, ossia con la stesura di pastelli colorati direttamente sui muri, e stato, con lo statunitense Sol LeWitt (scomparso nel 2007), artefice del restauro della Cappella di Brunate. Gli abbiamo chiesto di ricordarci questo e altri interventi realizzati nelle Langhe, che gli hanno permesso, tra l’altro, di diventare nel 2015 cittadino onorario di La Morra.

Come nacque l’idea di un intervento artistico nella Cappella di La Morra, che oggi è diventata un’icona dell’arte contemporanea in Piemonte?

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Cappella del Barolo a La Morra
© TGerbaldo

«Nel 1997 mi fu chiesto, dalla Galleria Continua di San Gimignano e da Piercarlo Borgogno di Alba, di realizzare un’installazione all’interno del Castello Falletti a Barolo. Quel progetto fu sostenuto anche dalle sponsorizzazioni di Bruno Ceretto e, mentre ci stavo lavorando, parlammo a lungo di idee per interventi artistici nelle Langhe, discutendo di diverse possibilità. Ceretto suggerì una cappella abbandonata sulle colline di Brunate, dove produceva il suo Barolo. Questa vecchia cappella era usata per conservare le attrezzature agricole e non era molto più di un granaio. Mi chiese cosa ne pensassi e se si potesse riconvertire l’edificio. La risposta fu un restauro per farlo tornare alle sue origini: una cappella. Una cappella da visitare, dove fosse piacevole pensare e camminare».

Nell’intervento di restauro di quella che oggi è famosa come la Cappella del Barolo, lei coinvolse il suo amico Sol LeWitt. Come avete lavorato insieme?

«Dopo l’incontro iniziale con Bruno Ceretto, scrissi a Sol LeWitt, che conoscevo bene e con il quale avevo esposto da Marilena Bonomo a Bari e in altre gallerie in Europa e negli Stati Uniti. Lavorare con un altro artista è sempre una questione di fiducia, e la fiducia penso sia stata reciproca. Io avevo poca esperienza di interventiall’esterno di un edificio e, quando Sol ha suggerito“uno all’esterno e uno all’interno”, sapevo che questa era la soluzione migliore. Non c’erano motivi di scontro e le nostre tecniche molto diverse – la vernice di LeWitt,i miei pigmenti – si sarebbero adattate perfettamente allo schema ‘uno fuori e uno dentro’. Ci fu necessità di incontrarci solo due volte durante la realizzazione della Cappella, perché quel tipo di collaborazione non creava ostacoli».

Nei mesi scorsi, ha realizzato un altro importante intervento nel Monastero di San Maurizio a Santo Stefano Belbo. Quali sono le caratteristiche di questo lavoro?

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David Tremlett al Monastero di San Maurizio
© Luisa Porta

«La cappella che fa parte del vecchio Monastero ha una serie di false pareti che prima erano di un bianco candido. Il soffitto era quello originale, con una certa disposizione cromatica e un suo ‘design’. C’era contrasto tra le pareti bianche piatte e la superficie molto più vecchia del soffitto. Sentivo che lo spazio aveva bisogno di un’unità, per cui le pareti e il soffitto potevano essere visti come ‘un unicum’, non separati. Ma poiché le due superfici (soffitto/pareti) erano completamente scollegate,solo l’uso del colore poteva in qualche modo collegarle.Così, la zona superiore del soffitto che ho realizzato ora ha le stesse tonalità di colore, mentre l’area inferiore è più scura, più pesante e più ‘terrestre’. La parte inferiore è ‘la base’, la parte superiore è ‘il sopra’. L’area centrale, la cui forma modulare è creata dai diversi angoli e dalle curve di ciò che sta sopra e di ciò che sta sotto, diventa una sorta di paesaggio, bianco e trasparente. Vedo questo lavoro come una riorganizzazione dello spazio in cui sono le colonne inferiori a supportare l’area superiore più chiara».

Un altro dei suoi ‘tocchi’ nelle Langhe è alla Beata Maria Vergine del Carmine di Coazzolo. Di cosa si tratta?

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David Tremlett all’opera nel Monastero di San Maurizio
© Luisa Porta

«In quella Chiesetta di Coazzolo, era la prima volta che potevo lavorare all’esterno di una cappella. Era il mio turno di andare ‘fuori’, come aveva fatto LeWitt per la Cappella di La Morra. Ora avevo imparato di più sulla pittura esterna dal mio assistente di lunga data Ferruccio Dotta, che è piemontese e aveva collaborato sia alCastello Falletti sia alla Cappella di La Morra. La Chiesetta si trova in una posizione particolarmente bella nelle Langhe, con una vista a 360 gradi e un’ottima luce. Inoltre, è molto tranquilla e circondata dal verde (tranne che in inverno) e da quella posizione puoi osservare la geometria che presiede al modo in cui gli agricoltori piantano le loro viti. Questa geometria mi ha fatto pensare a come lavorare la superficie della Chiesetta. È quella geometria casuale, ma perfettamente organizzata, che ho portato alle pareti, con colori che funzionano e giocano con l’architettura, e che spero si possano assimilare alla terra».

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David Tremlett all’opera nel Monastero di San Maurizio
© Luisa Porta

Quali difficoltà ci sono state nell’intervenire su edifici storici come le antiche chiese di campagna che ha ‘trasformato’ in questi anni?

«Nessuna d’importanza rilevante: la Cappella di La Morra ha avuto alcuni problemi di umidità nei primi tempi, ma la famiglia Ceretto li ha risolti; ci sono stati piccoli cedimenti alla Chiesetta di Coazzolo, tra il portico e la cappella principale, che monitoriamo in collaborazione con la Soprintendenza. Ma ciò che amo è la partecipazione della popolazione locale, sempre positiva, utile e tale da far sentire tutti noi (i miei assistenti e io) benvenuti»

 In Italia, pensiamo che gli inglesi amino solo il Chianti e Firenze. Lei, invece, ha dimostrato di amare le Langhe e il Piemonte: che cosa l’ha affascinata in questa terra?

«Non sono sicuro di cosa gli inglesi amino di più. La Toscana è bellissima e ci ho lavorato di recente (via di Mezzo a Ghizzano), e anche lì ho visto grande partecipazione nella gente e supporto da parte del sindaco. Ma il Piemonte e le Langhe, in particolare, sono diversi; in poco tempo, da zona molto povera le Langhe sono passate a essere una regione di produzione di vini eccezionali. Hanno una delle migliori cucine d’Italia (anche se, in tema gastronomico, non dimentico Bari, la Sicilia e la Calabria) e cittadini che lavorano sodo. Una regione in cui le città e i paesi sembrano funzionare bene, senza perdere il senso della tradizione e dell’identità, ma assorbendo la modernizzazione in modo delicato. Forse in Langa alcune aree, nelle vallate tra i paesi, potrebbero essere un po’ meno ‘brutali’».

(foto di ARCHIVIO CERETTO e RELAIS SAN MAURIZIO)