Ho sfogliato alcuni dati di un report ISTAT del 2024 in cui si tratta di fiducia nei confronti delle Istituzioni. In particolare, quando si parla di partiti politici, oltre una persona su cinque è completamente sfiduciata, ossia assegna un voto pari a zero, e almeno una su due invece assegna un voto da 1 a 5.

Numeri che raccontano puntualmente la diffusa sfiducia degli italiani nei confronti dell’organo di rappresentanza principale del Paese (che ritroviamo nei dati sull’afflusso alle urne).
La statistica cambia leggermente nel caso delle Istituzioni locali: la fiducia è un po’ più elevata al Nord, con il 53,2% delle persone che attribuisce alla propria amministrazione comunale punteggi tra 6 e 10, comunque niente di entusiasmante… Soprattutto se rapportiamo questi risultati agli standard degli altri Paesi europei e del mondo.
Secondo sondaggi OCSE (2023), la fiducia degli italiani nelle Istituzioni è inferiore alla media OCSE in tutti i settori analizzati (giustizia, PA, governi locali, governo nazionale e Parlamento): l’Italia si colloca al 19° posto su 30, con un punteggio medio di 32 su 100.
I Paesi con maggiore fiducia? Lussemburgo, Svizzera, Finlandia, Norvegia e Canada, mentre agli ultimi posti ci sono Slovacchia, Costa Rica, Slovenia, Colombia e Cile. Noi siamo nella seconda metà della classifica e, con tutto il rispetto per i Paesi citati, non dovremmo stare lì (almeno non sulla carta e per rilevanza economica).
Dunque, dati alla mano, la domanda sorge spontanea: con che coraggio (o follia) oggi un’impresa italiana sceglie di nascere, vivere, prosperare… o comunque di provare a fare tutto ciò? Come può progettare il proprio futuro in un contesto in cui buonissima parte della cittadinanza ha smesso di avere fiducia nelle Istituzioni e nei suoi rappresentanti? Da premessa le nostre imprese non dovrebbero avere nessunissima voglia di lanciarsi in questa “avventura”, eppure lo fanno.

Peraltro molto bene, con ottimi risultati, notevoli entusiasmi e numeri rilevantissimi: basti pensare che le PMI generano in Italia circa il 64-65% del fatturato e l’81% dell’occupazione totale. Verrebbe da dire che, nonostante tutto, il cuore viene spesso lanciato ben oltre l’ostacolo (o gli ostacoli). Rovesciando la prospettiva però, l’evidenza che ci si para davanti è cristallina: se, considerate le problematiche e la sfiducia, le nostre imprese sono in grado di costruire tutto questo valore, cosa potrebbero fare una volta assistite da una struttura realmente efficiente e “di fiducia”?
Nella scorsa “puntata” abbiamo parlato del costo della burocrazia italiana (centinaia di miliardi di euro ogni anno), ma ben più complicato è studiare quale impatto economico avrebbe sul nostro Paese una ritrovata sinergia con le Istituzioni e in generale un ritorno di fiamma della fiducia delle nostre imprese. È complicato perché l’equazione si basa (anche) su dati non strettamente numerici, e poi perché manca a riguardo una vera letteratura economica dedicata.
Alcuni operatori di settore se ne sono accorti: non a caso la Guida alla finanza di Pictet del 2023 ha inserito tra gli 8 indicatori macroeconomici da seguire per capire la finanza contemporanea proprio gli indici di fiducia (suddivisi tra quelli delle aziende e quelli dei consumatori), segnalando come più affidabili l’indice IFO, lo ZEW e quello prodotto dall’Università del Michigan. Nella dissertazione viene esplicitato come gli indici di fiducia siano «importanti indicatori dello stato di salute di un’economia».
Ecco il cortocircuito: l’economia italiana continua a essere la terza più importante dell’Unione Europea, mentre la fiducia degli italiani nei confronti delle Istituzioni è ai minimi storici. Ed ecco il sogno: immagino un Paese che si ricorda di essere tale, che rimembra come i risultati della cittadinanza debbano essere i medesimi dello Stato; un Paese in cui avere fiducia reciproca, agendo come una squadra e non come un groviglio burocratico spesso indistricabile. Resterà solo un sogno?
