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Giacomo Portas

«Esageruma un poc»

di Laura Sciolla

Primavera 2021

IL LOGO POLITICO DEL PARTITO TORINESE DEI MODERATI È IL PIÙ LONGEVO IN CITTÀ. PER TORINO MAGAZINE, CITY MAGAZINE PIÙ LONGEVO D'ITALIA, È L'OCCASIONE GIUSTA PER DEDICARE UN'INTERVISTA AL CAPO CARISMATICO DEL GRUPPO, GIACOMO PORTAS, CHE CI RACCONTA LA SUA VISIONE SUL FUTURO DI TORINO, «LA CITTÀ PIÙ BELLA D’ITALIA»

Digitando la parola ‘Moderati’ su Google, il risultato in SERP è immediato, e ciò che appare nella descrizione inaspettato. Ecco subito i Moderati, quelli di Portas, appunto, con una definizione che spiega più di mille discorsi: «I Moderati sono un partito politico italiano radicato principalmente nella città metropolitana di Torino, nonché nel resto del Piemonte, ma presente anche in Lombardia, Emilia-Romagna, Campania e Sicilia».

Insomma, onorevole Portas, i Moderati per definizione siete voi, a quanto pare.

«Sì, detto così può stupire, ma d’altronde questa è la realtà. Il nostro fu l’inizio della storia nella quale l’essere moderato rappresentava davvero l’idea politica che sta alla base del progetto».

Partiamo dalle origini, allora.

«Eravamo quattro amici al bar (Giacomo Portas, Gabriele Maretti, Giuliano Manolino e Giovanni Pizzale, NDR) che, un po’ è vero, “volevano cambiare il mondo”, come dice la canzone. Era il 12 dicembre del 2004 e decidemmo di fondare un nostro partito, i Moderati. Non era un momento facile per intraprendere questa follia: gli schieramenti allora erano ben definiti, UDC, La Margherita, DS, Rifondazione Comunista. Ma proseguimmo, registrando il simbolo con lo studio Jacobacci & Partners. Nel 2006 esordimmo alle elezioni comunali di Torino, per il secondo Chiamparino, andò molto bene, ottenemmo il quorum, e così iniziò la nostra avventura».

E ora vi ripresentate nel 2021…

«Per la quarta volta. È ormai attestato che il nostro è il simbolo politico torinese più longevo. Prima era Forza Italia a detenere questo primato, ma in seguito ha cambiato nome, per poi riesumarlo nuovamente. E anche la Lega era nata come Lega Nord, pertanto esce dalla concorrenza e i Moderati si aggiudicano questo record. Lo sappiamo, il logo è un po’ datato, ma ci siamo affezionati».

Soprattutto in questo momento storico, è necessario dare aiuto concreto ai tanti bar, ai tanti locali storici che stanno soffrendo per la pandemia

Considerata la sua storia politica, ha avuto modo di osservare dall’interno i cambiamenti che hanno caratterizzato Torino negli ultimi 20 anni. Ci racconta il suo punto di vista?

«Le Olimpiadi del 2006 hanno costituito un periodo che resterà nei cuori di tutti i torinesi. Abbiamo vissuto una Torino internazionale, vivace, esplosiva. Si sono rifatte le strade, sono stati costruiti nuovi impianti, è nata la metropolitana. Mentre Milano doveva riprendersi da Tangentopoli, così sprofondata in un cono d’ombra, Torino brillava. Ma poco dopo cominciò il declino, una discesa che la Giunta, in particolare negli ultimi cinque anni, non è riuscita a contrastare, incapace di trovare nuove occasioni di rilancio. Contemporaneamente, la FIAT si è a poco a poco allontanata, quasi a dimenticare la città natale».

C’è chi ha provato a convertire Torino in una città turistica…

«Vero, il turismo potrebbe essere una strada da percorrere, ma non si può pensare che il comparto turistico sostituisca in toto la grandezza della storia industriale torinese. Tra l’altro, è poi arrivata la pandemia, che ha distrutto ogni progetto che si era provato a perseguire».

Quindi, quale sarebbe la sua visione per il futuro?

«Sono assolutamente ottimista. Torino ha dalla sua il pregio di essere una città bellissima. Il fatto di essere stata prima capitale d’Italia si respira in ogni palazzo, in ogni corso, in ogni piazza. Ricordo ancora quando, negli anni ’80, il capoluogo era sinonimo di Juventus e FIAT. Nient’altro. Eppure, chi veniva a visitarla ne rimaneva sbalordito. Quindi benissimo, spingiamo sul turismo, ma allora, soprattutto in questo momento storico, è necessario dare aiuto concreto ai tanti bar, ai tanti locali storici che stanno soffrendo per la pandemia e che potrebbero offrire opportunità per il futuro della città. Sono poche le città che possono vantare i nostri caffè. Supportiamoli per porre le basi per la ripresa in chiave turistica».

E poi?

«Trovare lo sbocco per lo sviluppo di una rinnovata Torino industriale, per le attività commerciali in generale, per i servizi. Siamo abituati all’“esageruma nen”, mentre io direi “esageruma un poc”. I piemontesi sono persone serissime, e questo è un vanto, ma ci vuole anche gente con una mentalità aperta, imprenditoriale, una visione ottimistica che supporti le opportunità che potrebbero aprirsi con il Recovery Fund. Oltre alla necessità di contare su una guida politica in grado di guidare la rinascita».

Su quali aspetti si dovrebbe investire?

«I trasporti, ad esempio, sia per quanto riguarda la mobilità interna sia rispetto ai collegamenti esterni; si parla da tempo dell’alta velocità che dovrebbe unire Torino e la Liguria… Poi lo sviluppo tecnologico: è facile parlare di 5G, ma poi i servizi non ci sono. Alcuni progetti sono stati avviati ma ancora oggi, per rinnovare la carta d’identità, si devono attendere due mesi. Quindi, nuova tecnologia sì, ma fruibile. La qualità di una città si misura anche dalla velocità dei servizi, così come la vivacità di una metropoli si misura dal numero di gru al lavoro. Provate ad alzare gli occhi in alto, a Torino: nulla si muove».

Il futuro sembrano essere le città smart. Anche lei condivide questo pensiero?

«Come descritto perfettamente dal rettore Saracco nel suo ultimo libro, il green è la chiave della svolta di Torino. La raccolta differenziata è uno degli aspetti che vanno vissuti come opportunità, non come costi. Poi c’è il problema dello smog: non bastano le piste ciclabili, bisogna invitare i cittadini ad adoperare il bus dimenticando l’automobile. Ma per questo è necessario offrire alternative, implementando la proposta del trasporto pubblico. È partendo da piccole cose che Torino, passo dopo passo, tornerà a risplendere come 150 anni fa. Ne sono certo».

Saranno le nuove generazioni a farsi portatrici di questi cambiamenti in positivo?

«Non mi fossilizzerei su un discorso generazionale. Io, piuttosto, differenzierei tra le persone che hanno buon senso e quelle che non ce l’hanno. Abbiamo bisogno di buon senso, tutto qui. Se fossi sindaco, ad esempio, punterei sul bello, partendo, come dicevo, dai servizi e dal settore delle costruzioni. Cercherei di rendere Torino una città attraente: non tentando di imitare Milano e diventando una metropoli di due milioni di abitanti, quanto piuttosto affermando Torino come una città di nicchia, dove vivere bene perché immersi nella bellezza. Poi, magari, andare a lavorare nella fervente capitale meneghina, ma alla fine tornare a casa felici di respirare l’eleganza della nostra Torino».

Se dovesse lasciarsi andare alla fantasia, cosa promuoverebbe in particolare?

«Un mio sogno? Creare l’assessorato delle piccole cose: riparare le buche, rimettere in sesto una fontana. Sono dettagli che denotano che la città è viva, e pone attenzione ai particolari. Particolari oltretutto che, aggiungendosi ai magnifici portici, ai palazzi eleganti, ai musei importanti, renderebbero la città unica».

Per perseguire questa visione, cosa dovrebbe fare la politica secondo lei, che in questo campo è un veterano?

«Mi sta chiedendo cosa è cambiato di più in questi decenni? Il fatto che la politica è sempre più vicina ai media e lontana dai cittadini. La politica, insomma, fa spettacolo, mentre bisognerebbe tornare a essere concreti. Studiando bene le mosse da compiere e poi agendo, per dare scacco matto a quest’atmosfera soporifera che sta avvolgendo da troppo tempo la nostra Torino». Il riferimento al mondo scacchistico non è un caso, Giacomo Portas è realmente un giocatore di scacchi. «Anche Draghi è appassionato di scacchi – sorride – chissà se prima o poi avrò modo di sfidarlo»

(Foto di FRANCO BORRELLI)