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Il Grande Torino

sempre nel cuore

di Redazione

CAMPIONI DEL PASSATO E PROTAGONISTI DEL PRESENTE, SCRITTORI, GIORNALISTI E PERSONAGGI DELLO SPETTACOLO, UOMINI E DONNE CHE AMANO LO SPORT, CELEBRANO CON NOI UNA SQUADRA DI CAMPIONI INDIMENTICABILI CHE HA SCRITTO PAGINE INDELEBILI DELLA NOSTRA STORIA. RICORDI DI FAMIGLIA E RIFLESSIONI PERSONALI, APPUNTI DI CRONACA E ANEDDOTI EMOZIONANTI, IL MITO E LA POESIA, LA LEGGENDA E LA PASSIONE. COMUNQUE SEMPRE TRACCE INCONFONDIBILI NELLA MEMORIA DI QUESTA CITTÀ.

DOMENICO BECCARIA

Presidente Museo Grande Torino

Domenico Beccaria con il figlio Valerio

«Credo sia giusto dare collocazione, prima di ogni altra cosa, ai protagonisti della domanda, ovvero contestualizzare Valentino Mazzola nell’ambito del Grande Torino; e cioè all’interno di un meccanismo ben oliato, com’era il Torino di Ferruccio Novo. Valentino, dall’alto della sua classe cristallina, rappresentava la regia di un undici composto da grandi campioni, che lui conduceva con maestria. I record di imbattibilità casalinga, di reti segnate e subite, di massimi punteggi, come il famoso 10 a 0 all’Alessandria, restano ancora oggi ineguagliati. Identico plusvalore lo portava nella Nazionale a forti tinte granata, che nel secondo dopoguerra ha rappresentato l’orgoglio di patria per tutti gli italiani che si affacciavano oltreconfine, dopo vent’anni di regime e una guerra persa. E anche la sua vicenda personale aveva caratteristiche uniche, quasi inedite, da precursore dei tempi qual era in un’Italia che stava cambiando. Credo che l’episodio maggiormente rappresentativo di Valentino e dei suoi compagni si verificasse ogni qualvolta il Torino si trovava in difficoltà. Oreste Bolmida, il trombettiere del Filadelfia, dava fiato alla sua cornetta e suonava la carica: nel cielo plumbeo di Torino si levava il ruggito della Fossa dei Leoni. Capitan Mazzola si rimboccava le maniche e guardava dritto negli occhi i compagni di squadra. Era il segnale. Di lì a poco si sarebbe scatenato il leggendario ‘quarto d’ora granata’, cui nessun avversario poteva resistere. Le folate offensive si susseguivano impetuose, finché la rete si gonfiava una, due, tre, quattro volte e il risultato passava nelle mani del Toro. Agli avversari non restava altro che accettare rassegnati una supremazia troppo schiacciante. Questo era il Grande Torino: un insieme di uomini e campioni unico e inimitabile, che solo il fato seppe vincere».

 

CLAUDIO SALA

Ex giocatore del Torino FC

«Quella squadra, col suo capitano, è stata un pezzo di storia d’Italia e di Torino; gli Invincibili che riscattano la dignità di un popolo intero con i loro cinque scudetti e le vittorie internazionali. La rivincita di una città, Torino, che tra tante difficoltà ha avuto il merito e la forza di credere in quei ragazzi, con tutto l’amore e la passione possibili. Il simbolo per antonomasia di quel Torino era Mazzola, in particolare con quel gesto, le maniche tirate su, che erano la sua firma. Il segnale che era arrivata l’ora di vincere la partita, e spesso andava a finire così. Da noi non esisteva quel gesto, c’era una postura particolare, lo sguardo che potevo avere io, da capitano, quando era il momento di dare tutto, magari per ribaltare un punteggio sfavorevole. Ed effettivamente lo spirito era affine, con simili risultati. L’unico rimpianto di quell’indimenticabile anno dello scudetto granata fu proprio il record di vittorie casalinghe del Grande Torino, eguagliato ma non superato, all’ultima giornata. Come se qualcosa ci avesse impedito di infrangere quel record, per piazzarci al fianco di quella squadra che è ormai leggenda. Da una parte dispiace di non aver conseguito quel traguardo, dall’altra resta l’onore incommensurabile di stare lì, nella storia del Toro, insieme agli Invincibili».

Castiglione e Mazzola in azione

 

RENATO ZACCARELLI

Ex giocatore del Torino FC

«Il Grande Torino. Solo ricordare questa squadra mi mette i brividi. Si accavallano ricordi, emozioni e passioni. I ricordi di un ragazzo arrivato in granata sedicenne, che ha avuto la fortuna di frequentare il vecchio Stadio Filadelfia, sia da ragazzino sia da calciatore professionista. Il Torino di Valentino Mazzola per me ha rappresentato un modello a cui ispirarmi, una stella da seguire per onorare sempre la maglia. I racconti di chi ha avuto l’onore di assistere dal vivo alle gesta dei campioni hanno accompagnato il mio percorso di crescita sia umana sia sportiva. Respirare l’aria di quegli spogliatoi era al tempo stesso motivo di orgoglio e sprone a dare il massimo, a mettere sul campo quel qualcosa in più che soltanto la maglia granata sa trasmettere. Poche altre squadre hanno segnato il mondo del calcio come quel Toro, capace di rilanciare l’immagine di un paese uscito dilaniato dal secondo conflitto mondiale e ancor più dalla guerra civile che ne  seguita. I tanti record, i trionfi, gli innumerevoli successi hanno dimostrato come l’unità di gruppo possa portare dove nemmeno i sogni osano spingersi. E a guidare quella grandissima squadra, la figura di Valentino Mazzola, il capitano, leader indiscusso, silenzioso ma al tempo stesso autorevole e carismatico. Il campione capace di mettersi al servizio della squadra, di dimostrare sul campo la sua grandezza. Aver indossato la stessa maglia numero 10 è per me un grandissimo onore e un’emozione che porterò per tutta la vita nel cuore. Il Grande Torino sarà per sempre parte di me, e, come scrisse Indro Montanelli il 7 maggio 1949 sul Corriere della Sera, “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”. Mito, leggenda: gli eroi del Grande Torino».

 

BEPPE GANDOLFO

Giornalista

«Il Grande Torino è stato il simbolo, insieme a Coppi e Bartali, della voglia degli italiani di risorgere dalle macerie della seconda guerra mondiale. Un paese in ginocchio, città distrutte, troppe vittime. Ebbene, sentendo alla radio le gesta di due grandi ciclisti, Fausto Coppi e Gino Bartali, al Giro d’Italia e al Tour de France, così come godendo delle imprese di Valentino Mazzola e compagni, la gente provava un moto d’orgoglio, trovava dentro di sé quel coraggio, quegli stimoli, quella voglia di ripartire e di ricominciare per sollevare nuovamente la testa. Per questo la tragedia di Superga fu la tragedia di un popolo intero, di un paese intero, dell’Italia tutta. Sbaglia chi pensa che si tratti di vicende legate solamente a una squadra di calcio o a una tifoseria (quella granata), si tratta di un pezzo di storia di ognuno di noi. Tutti i miei ricordi sono legati ai racconti di chi ha vissuto quegli anni e quelle imprese sportive. Tanti i testimoni, una su tutti Carla Maroso, scomparsa l’anno scorso, la vedova di Virgilio, grande difensore morto a Superga. Non posso non citare don Aldo Rabino, per oltre 40 anni padre spirituale del Toro. Quel prete con cui ho avuto la fortuna di scrivere due libri, e che ogni anno il 4 maggio a Superga ci ammoniva a non dimenticare, a non disperdere l’esempio lasciato in eredità da capitan Mazzola e da tutto quel Grande Torino. Don Aldo ci ha insegnato che il Toro non è solo una squadra di calcio ma una comunità che vive valori ben più alti».

Valerio Bacigalupo

PAOLO PULICI

Ex giocatore del Torino FC

«Ricordare il Grande Torino per me ha un significato sempre particolare. Sono nato l’anno dopo la tragedia e quello che so della squadra è quello che mi hanno raccontato i ‘vecchi del Filadelfia’. Quando giocavi capitava spesso che paragonassero le tue azioni a quelle dei campioni del Grande Torino. E anche mio padre, che era tifoso del Milan, me ne parlava di frequente. Erano un esempio da seguire non solo per la città di Torino ma anche per l’Italia intera, anche perché dieci di loro erano giocatori della Nazionale. Dei veri e propri miti. A me, il solo pensare di giocare in quello stesso campo e vestire la loro stessa maglia trasmetteva una carica incredibile. Mi torna in mente l’allenatore che diceva: “Ragazzi, non dimenticate che quando passate lì sotto, quelli da lassù vi stanno a guardare!”. Piccole cose che ti facevano sentire importante, lo dico con orgoglio. E quando abbiamo vinto lo scudetto, non abbiamo dimenticato le imprese di quella squadra, anzi, l’abbiamo fatta ricordare ancor di più quella squadra ricordata già da tantissimi, anche da non tifosi del Toro. Una formazione come quella, che giocava a certi livelli, era un esempio da seguire per tutti. E trasmettere il loro ricordo ai tifosi, giocare lì dove loro stessi avevano giocato, ti dava una carica eccezionale. Essere paragonati a quei campioni per certe giocate penso sia il massimo per qualsiasi calciatore».

 

GUGLIELMO GABETTO

Nipote di Guglielmo Gabetto, giocatore del Torino FC

«Il Grande Torino è stato fondamentale per Torino e i torinesi, per l’Italia e gli italiani, e i motivi sono tendenzialmente due: uno calcistico, che vede i granata semplicemente come una delle squadre più forti nella storia del gioco, l’altro legato al periodo storico. Tanti fra i nostri nonni erano stati chiamati alle armi, tutti avevano affrontato i disastri della guerra, e poi venne il Grande Torino, con i suoi cinque scudetti e imprese sportive d’ogni genere. Roba quasi da fiaba, storie di rivalsa, orgoglio e gioia. E Valentino era già leggendario prima di Superga, e lo sarebbe tuttora, per qualità calcistiche e per quella sua leadership silenziosa che ne fece un capitano ineguagliabile. In un’intervista di tempo fa papà raccontava del nonno e di Franco Ossola, e di quel loro bar, il Vittoria, che era punto di riferimento per i compagni del Toro e per i tifosi. Simbolo di un rapporto schietto, diretto, verrebbe da dire ‘normale’ fra giocatori e gente comune che non esiste più. Storie d’altri tempi, storie del nonno che conobbe la nonna in tram, storie di semplicità che fanno bene al cuore. E Mazzola era ideale interprete del suo tempo, moderno ma mai fuori posto. Mi raccontarono di come a Valentino fosse stata  destinata una retribuzione superiore a quella dei compagni, nessuno disse mai nulla, tutti gli riconobbero sempre il ruolo di capitano, con massimo rispetto. E credo sia un chiarissimo esempio di cosa fosse Valentino Mazzola per il Grande Torino».

ELENA D’AMBROGIO NAVONE

Scrittrice

«Il Grande Torino è il battito dell’eternità. Un’emozione che lega storia, presente e futuro; non solo la squadra che ha fatto sognare, quella dell’incredulità nella tragedia e del lutto cittadino e nazionale. L’emozione legata agli Invincibili è rimasta anch’essa invincibile, ineguagliabile, e ancora oggi trasmette l’entusiasmo sano, necessario e fondamentale con cui il grande Capitano, Valentino Mazzola, sapeva contagiare per trasformare ogni partita in un capolavoro. Valentino era una perla rara, nato per dimostrare che i sogni si realizzano; quell’uomo con le braghette era un tutt’uno con il pallone, che i suoi piedi guidavano al ritmo del mitico ‘quarto d’ora granata’. E quando Mazzola si tirava su le maniche, e con lui tutti i colleghi, i dirigenti, gli spalti, era la determinazione che entrava in campo, forte e indomita. Quella dei valori, del sacrificio e della volontà, che resteranno vincenti e senza tempo. La cronologia mi ha esclusa da eventi che hanno fatto la storia di una grande squadra e del suo capitano Valentino Mazzola. Ma non mi vieta di ricordare quando, non ancora trentenne, ascoltavo ciò che mi raccontava mio suocero, Giuseppe Navone, che del Toro era stato per un lungo periodo vicepresidente. Testimone indiretta, posso quindi a mia volta tramandare ai miei figli l’importanza che un evento sportivo con i suoi protagonisti può avere, capace perfino di influenzare fatti sociali e politici di estrema gravità. Come quando la fama del Grande Torino e il successo di Bartali al Giro d’Italia mitigarono la rabbia popolare per l’attentato al ministro Togliatti nel 1948, che aveva portato l’Italia sull’orlo del baratro. Esempi positivi che si sono messi in gioco, da custodire adesso come preziosi insegnamenti per il benessere personale e collettivo».

 

MARCO FRANCIA

Presidente Federgolf Piemonte

«Esiste il culto del Grande Torino e io mi sento parte di esso in quanto tifoso granata, appartenente a una tribù, a un’etnia speciale. Della squadra mi ha parlato mio padre sin da quando ero bambino: con lui ho avuto la fortuna di vedere la vittoria del settimo scudetto, e capii proprio in quel fatidico 16 maggio cosa avesse rappresentato per lui, per Torino e per l’Italia, quella grande squadra di campioni. Ricordo sempre con piacere le parole di Giampiero Boniperti, grande amico di famiglia (e secondo me granata mancato, con quella sua grinta): ogni volta che mi vedeva, oltre a rammentarmi ironicamente che lui era il capocannoniere dei derby, ammetteva che gli sarebbe piaciuto giocare al fianco di Capitan Valentino, perché quella era stata la squadra più forte che avesse mai incontrato. Di Mazzola mi piace parlare come dell’eroe che sintetizza tutte le caratteristiche tipiche di noi granata. Chissà perché, ma lo associo anche a Capitan Ferrini: non so se giocassero alla stessa maniera, ma certo è che tutti e due rappresentano l’essenza del nostro modo di pensare e di vivere. Generosi combattenti, ma soprattutto giusti. E da piccolo credevo che il nostro bellissimo (allora…) parco fosse intitolato proprio a lui, il ‘Valentino’, e un po’ ci credo ancora. Il ricordo più limpido? Con i miei nonni paterni, quando ascoltavamo il 33 giri di Sandro Ciotti ‘Sotto il segno del Toro’, che raccontava in modo struggente la tragedia di Superga con interviste ai sopravvissuti e alle mogli e mamme dei caduti. Quel disco è ancora a casa mia, come la foto del Grande Torino che avevo sul letto da bambino, oltre a quella di Pulici che faceva la pubblicità ai Jesus Jeans… Difficile allontanarsi dal Toro, e penso che gli uomini abbiano sempre bisogno di miti,perché essi sono esempi positivi e servono a superare le difficoltà. Il Grande Torino rappresenta ancora oggi questo elemento quasi ‘consolatorio’, dentro al quale crogiolarsi e sentirsi protetti».

Virgilio Maroso

SABRINA GONZATTO

Giornalista e scrittrice

«Semplicemente esordisco dicendo che è la squadra che porta il nome della città. Nel 1943 Mazzola e Loik vengono acquistati da Ferruccio Novo. A loro si aggiunge Grezar. Tre elementi, già nella Nazionale italiana di calcio, che completano la compagine che sarebbe passata alla storia come Grande Torino. Le loro imprese eccezionali riescono a far innamorare gli italiani, anche quelli che non tifano Toro. Passano gli anni bui della seconda guerra mondiale e gli Invincibili battono tutti, ma sfortunatamente ritornando da Lisbona, il 4 maggio alle 17,05, perdono la vita a bordo del trimotore FIAT G212. Una tragedia. Nei visi e nell’incedere delle migliaia di italiani che affollano piazza Castello per salutare le salme, è siglato il cambiamento di Torino e dell’Italia. Ricordare Mazzola nel suo centesimo compleanno è ricordare il Grande Torino nel settantesimo anno dalla tragedia. ‘Valentino Forever’ è l’evento creato con Giulio Graglia e l’Università eCampus, per i tifosi granata. Mio papà era solito andare al Filadelfia a vedere gli allenamenti del Grande Torino. Lui li ha veramente visti gli Invincibili, e anche oggi che la sua memoria è indebolita dall’Alzheimer ricorda la formazione. Mi racconta di quando veniva zittito perché commentava ad alta voce: di fronte ai miti, bisogna rimanere in silenzio. Un giorno, insieme al fratello maggiore passarono davanti al negozio di Mazzola; intenerito dai due ragazzini incollati alla vetrina, li invitò a entrare. Unforgettable».

 

LUCA FOSSATI

Imprenditore – Ristorante Pizzeria Antico Balon

«Il Grande Torino, un modello unico e inimitabile, con il suo condottiero Valentino rappresenta ancora oggi il significato della parola calcio, questo perché mai nessuna squadra è riuscita a eguagliare il connubio tra uno stadio unico, l’appartenenza dei suoi tifosi e le grandi vittorie. Il capitano era il trascinatore di un gruppo di grandi uomini e giocatori, che sono riusciti a vincere tutto e a entrare nella storia. La città di Torino ha un rapporto viscerale con il Grande Torino per la tragedia di Superga, che ha unito tutti i cittadini in un disastro umano e sportivo dal quale non potrà mai staccarsi. Mio papà, Natalino Fossati, bandiera del Toro degli anni ’60/’70, ha vissuto il Filadelfia come una seconda casa e coi suoi racconti di quegli spogliatoi, che incutevano rispetto e senso di responsabilità, mi ha trasmesso la voglia di Toro. Ho avuto la fortuna di giocare allo Stadio Filadelfia negli anni ’90, e mentre salivo le scale per entrare in campo (le stesse  che salivano Valentino Mazzola e gli Invincibili), ho provato un brivido che ancora oggi ricordo: correndo verso il centro del campo, ho guardato in cielo e ho sentito come una magia, quella che si respira in un teatro che ha solo luci granata».

VALENTINA VERATRINI

Attrice

«Lo sport, così come l’arte, ha la capacità di essere un potente catalizzatore di simboli, attraverso vicende che assurgono al rango di miti veri e propri. L’essere umano ha bisogno di riconoscersi in modelli straordinari che smuovano emozioni e incarnino la speranza in un mondo migliore, soprattutto in momenti di trasformazioni epocali. Tutto questo hanno rappresentato la squadra del Grande Torino e la figura di capitan Mazzola per la città di Torino e per l’Italia intera. In un periodo storico catastroficamente segnato dalla seconda guerra mondiale e poi da una rinascita caparbia e coraggiosa, la squadra granata è stata l’incarnazione della volontà umana. Uomini semplici, campioni ineguagliabili che, lontani dai riflettori deformanti e alienanti della fama, che spesso oggigiorno distorcono e inquinano l’atto eroico degli sportivi, hanno consegnato alla storia le loro gesta atletiche e le loro vite, semplicemente parlando. Abbattendo i confini della rivalità, dell’antagonismo, della competizione che vede un compagno di squadra da una parte del campo e un avversario nella metà opposta. Perché tutta l’Italia, senza colori e senza fazioni, ha amato il Grande Torino. Nel 2017 ho avuto la possibilità di avvicinarmi,. non di poco, a queste vicende, incorporandole al mio percorso di attrice, attraverso uno spettacolo che ho interpretato insieme ad Alessia Pratolongo, ‘Le maniche del capitano’ (regia di Ivano Arena). È stato come rivivere i tanti racconti di mio padre, granata da sempre. La cravatta del Toro lo ha accompagnato anche nel suo ultimo viaggio, a suggello di un’epoca, da lui vissuta in prima persona, insieme a tutti quegli italiani che ripartirono da zero sulle macerie del mondo».

 

PAOLO ZAGO

Events & marketing manager

«Parlare del Grande Torino, per chi ha organizzato il Centenario del 2006, l’inaugurazione del Fila e ha studiato, pianificato e gestito con altri fratelli granata decine di appuntamenti che sono ormai parte della nostra storia, è come parlare di una cosa cara, di una cosa che è parte indissolubile della mia vita. Tra i mille ricordi legati a questi eventi, il più emozionante è stato senza dubbio l’allestimento della mostra del Centenario e, in particolar modo, della sala dedicata alla squadra e al suo capitano. Toccare le maglie dei giocatori, i trofei, gli effetti personali e le memorie della loro breve esistenza è stato un momento che mi ha riservato sensazioni mai provate, quasi come se quel gruppo di ragazzi strappati alla vita rientrando a casa fosse lì a dirmi di mettercela tutta per far sì che non venisse mai dimenticato, che fosse sempre presente nella nostra memoria, nella nostra città. Sono convinto che sia compito nostro, di ogni tifoso granata, come hanno fatto mio nonno e poi mio padre, tramandarne il mito e la leggenda, per poter un giorno tornare grandi. Valentino Mazzola e il Grande Torino devono essere il punto di partenza per ritrovare l’orgoglio di una squadra invincibile, che domini i campi di calcio con la grinta, la classe e l’amore incondizionato per la nostra maglia. Anche se oggi navighiamo purtroppo in un grigiore preoccupante, il futuro può tornare a essere colorato di granata con una squadra e una società di livello, il museo dedicato al Grande Torino al Filadelfia, le giovanili che vincono ovunque, lo stadio sempresold out… Sogno? Forse, ma chi non crede non si imbatterà mai in un miracolo. Forza, vecchio cuore granata».

FABRIZIO VALENTINI

Imprenditore

«Il Grande Torino ha rappresentato per la città e per l’Italia una forza indispensabile per superare il disastroso dopoguerra; insieme a Fausto Coppi e Gino Bartali, è stato il vero testimone di una rivincita mondiale tutta italiana, unico vero elemento di ‘sicurezza’ per intere generazioni. Simbolo di quella squadra e immortale vessillo di un’epoca, il capitano di quel Toro, Valentino Mazzola, indimenticato e indimenticabile non solo per i suoi tifosi. Torino era vincente anche perché era la città di quella squadra che vinceva ovunque; quel Grande Torino che giocava (più che altro vinceva) al mitico Filadelfia, teatro di grandi gesta di protagonisti calcistici. I ricordi che ho legati al Grande Torino riguardano tutti mio padre, anche lui grande tifoso granata. Ricordo quando mi portava a Superga, per farmi toccare con mano quei nomi che sentivo dalle sue storie. La stessa cosa sto facendo io con le mie bambine, Ginevra e Lavinia, per tramandare a un’altra generazione ciò che non si può dimenticare».

 

GUIDO MARTINETTI

Imprenditore

©Viola Berlanda

«Per uno che non ha vissuto a pieno, per ragioni anagrafiche, neanche uno scudetto del Toro, quel Grande Torino è qualcosa di incredibile. Impensabile nella mia vita da tifoso granata l’idea di poter vincere, addirittura, non uno ma più scudetti uno in fila all’altro. Ecco, credo che il Grande Torino fosse un po’ questo: un’irripetibile meraviglia, tanto bella da non poterci credere; in un mondo profondamente diverso in cui i bambini tifavano Toro e i capitani, quelli veri, si prendevano le loro responsabilità. Si tiravano su le maniche, simbolo della loro leadership, e li si sarebbe seguiti ovunque. Oggigiorno avremmo decisamente bisogno di uomini di questo tipo. Ho due ricordi legati alla loro storia, uno tramandatomi da mio padre (cui, a sua volta, è stato tramandato dai più anziani) e uno più personale. Il più personale risale a quando ero piccolo, giocavo a calcio e facevo il portiere; leggevo tante cose e mi ero appassionato ai racconti sulla Nazionale, e da bambino granata ogni volta non capivo come in quella mitica partita con l’Ungheria del ’47 potessero esserci dieci giocatori del Toro in campo, per me era ai limiti dell’assurdo. L’altro ricordo riguarda il racconto dei giocatori di quel Grande Torino che per andare a giocare prendevano il tram, e sembrano davvero passati mille anni. Non esisteva tutta questa esaltazione mediatica, ogni cosa era più normale, anche i giocatori non erano poi così diversi da noi altri, e ogni tanto farebbe comodo ricordarselo».

I giocatori a cena

JIMMY GHIONE

Inviato di Striscia la Notizia

© Archivio

«Probabilmente, per noi granata il Grande Torino rappresenta un po’ tutto; d’altronde viviamo di quei ricordi, bellissimi, difficilmente ripetibili, che però, nella loro unicità, ci assegnano un posto nella storia del gioco del pallone che nessuno potrà mai sottrarci. Io vivo a Roma e orgogliosamente sottolineo la mia fede granata, e da tutti è riconosciuta, anche fuori dall’Italia. Il Grande Torino è un qualcosa che ci annuncia, ovunque andiamo, e noi lo porteremo per sempre dentro ai nostri cuori. Valentino Mazzola era un po’ il simbolo di quella squadra, di quei valori; un esempio, un calciatore moderno che manca al calcio di oggi. Il mio ricordo di lui va a quando scoprii a Roma che lo Stadio Flaminio (ex Stadio Nazionale) era stato dedicato negli anni dopo Superga al Grande Torino, e i romani lo vezzeggiavano come Stadio Torino. Questo perché il tributo a quel Toro non conosce colori, valica ogni barriera, ogni divisione. Quella squadra che perdeva 1 a 0, si ‘tirava su le maniche’ e vinceva 7 a 1, guidata dal suo capitano, ha strappato un pezzo di cuore a chiunque, torinista o meno».

ISABELLA BIOLETTI

Promoter Alassio Magazine

«Il Grande Torino è un pezzo di cuore di questa città e di ogni tifoso granata. Quello stesso pezzo di cuore che ci è stato portato via con la tragedia di Superga e rimane insostituibile; per me, per i tifosi, per la città di Torino. Parliamo proprio di uno strappo al cuore che, per quanto doloroso, ha generato una cosa potentissima: il ricordo del Grande Torino, e quello sì che è immortale. Ed è ciò che resta a noi tifosi granata, che ci lega in maniera indissolubile più di qualsiasi altra cosa e dal quale bisognerebbe ripartire per raccontare il Toro ai più piccoli. Valentino, poi, era il riassunto dell’integrità e della forza di quella squadra, la schiettezza di chi sa di essere forte e non ha bisogno di urlarlo. Quando penso al Grande Torino penso a mio padre, a una me molto giovane che cerca di attirare la sua attenzione seguendo in ogni modo quella che era la sua passione: il Torino. E amando uno dei suoi idoli, e cioè Valentino Mazzola, il capitano, l’integrità fatta persona, quell’eroe onesto formato dopoguerra che mostrava a tutti quanto fosse possibile in realtà farcela, a prescindereda ogni difficoltà. E lo faceva in maniera semplice, senza parlare troppo, come quella volta in cui, senza dire nulla, uscì dal campo per andare a prendere un tifoso che probabilmente non aveva avuto buone parole nei suoi confronti. Giusto per farlo smettere e per tutelare la sua integrità. Quella di un uomo che non si sarebbe mai tirato indietro per difendere la dignità, propria o del Torino».

Virgilio Maroso con i suoi tifosi

CARLOTTA IOSSETTI

Attrice

«Lo ammetto, non sono una grandissima appassionata di calcio, né di sport in generale, però in casa mia si è sempre respirata aria granata. Papà Renato, taxista, uomo abituato al vasto pubblico della strada, ogni giorno tornava a casa con una storia o un’avventura e tanti racconti dedicati alla sua grande passione: il Toro. Aveva cinque anni il giorno della tragedia di Superga, era con suo papà (mio nonno), anche lui taxista, anche lui grande tifoso granata. Ricorda quella giornata piovosa, con la nebbia e Superga come scenario di una catastrofe che mai la città avrebbe voluto riservare ai propri campioni. “Torino non si è mai ripresa da quello shock”, dice papà. E qualche volta mi ci ha anche portata, a Superga, per mano, ripetendomi la storia di quella squadra invincibile e irripetibile. Ci sono le targhe, i segni della tragedia, ma mi ha sempre colpito come più che il ricordo di quei fatti, che ormai cominciano a custodire in pochi, perduri nei tifosi granata l’orgoglio per quei ragazzi giovani, grandissimi campioni, morti nel cielo della loro città. Mazzola era l’idolo di papà, d’altronde lo era di molti, e orgogliosamente ricorda come anche Valentino portasse suo figlio di cinque anni al Filadelfia. Più di tutto, specie se si è un po’ più piccoli, di Mazzola resta impressa nella memoria la gestualità da capitano, macché, quasi da supereroe, con cui si tirava su le maniche e guardava la tribuna come a dire “ora la vinciamo noi”. E poi la vincevano per davvero, e per questo quel vuoto dentro probabilmente non lo si può più riempire in alcun modo. Per chi ha amato Valentino e compagni resta il ricordo del Fila, delle maniche su, di quel Grande Torino che solo il fato vinse».

IRENE MESTURINO

Progettazione Torino Spettacoli

«Il mio ricordo personale legato al Grande Torino è un ricordo di bimbetta. Di solito ero, peraltro felicemente, appannaggio delle nonne Mariuccia ed Elda, ma quel giorno fui affidata a nonno Giuseppe (Erba), appassionato tifoso granata. ‘Guardare un bambino’, come si usava dire, non era cosa per lui. L’eccezione fu speciale. Mi portò con sé al Teatro Regio (dov’era sovrintendente), che percorremmo – totalizzando chilometri – avanti e indietro e su e giù: incontrammo tutti senza sosta, lui presissimo dal suo lavoro e io una nuvoletta piccina che arrancava – divertita – al seguito. Infine, venne il momento dello spettacolo e mi fecero sistemare in un palco che era rimasto vuoto. Guardavo tutto intorno a me, con attenzione esplorativa di cinquenne, poi le luci iniziarono a diminuire la loro potenza fino a spegnersi. Dalle prime note di Puccini, la dimensione si fece magica. Flauti, oboi, clarinetti, arpa, archi… un viaggio celestiale che mi condusse al sonno più bello di tutta la mia vita. Mi svegliai sollevando il mento dal velluto rosso su cui mi ero appisolata e trovai davanti a me, fermo a osservarmi, sorridente, mio nonno: “Adesso che hai sentito una musica così bella che sembra arrivare direttamente dal cielo, te lo posso dire: noi granata tifiamo per la squadra per cui tifano gli angeli”. In prima elementare avevo già il poster del Toro nella mia cameretta, accanto alle scarpette da punta per la danza classica… imparai presto da Giuseppe che Valentino Mazzola era stato un numero 10 da far tremare le vene e i polsi, un calciatore versatile e moderno, capitano e simbolo di una delle squadre più forti di sempre: il Grande Torino».

Grande Torino
Nella Foto:Il “Trio Nizza”
© Archivio Storico Salvatore Giglio

FEDERICA BALBO

Presidente Unione Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Torino

«Mi piace iniziare citando Indro Montanelli: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”. Il Grande Torino, la squadra guidata da Valentino Mazzola – il Capitano – una squadra che è stata definita leggendaria, degli Invincibili, dei campionissimi, e probabilmente rimarrà tale per sempre, era una squadra amata da tutti, nata dalle macerie della guerra e simbolo della rinascita del dopoguerra, e riportava l’Italia alla gloria del mondo. Il merito di aver costruito il Grande Torino va al presidente Ferruccio Novo, il quale ha saputo – anno dopo anno – aggiungere importanti tasselli a una squadra diventata vincente ed epica, che ha stabilito record irripetibili. Il Grande Torino, ancora oggi, fa emozionare adulti e bambini; grazie alla ricostruzione del Filadelfia, si respirano l’atmosfera e il cuore Toro degli Invincibili, che sembra non siano mai stati scalfiti nonostante siano passati 70 anni; anche perché – in fondo – Capitan Valentino e i suoi compagni “sono soltanto in trasferta…”. Purtroppo, ho solo ricordi raccontati dai nonni e da mio papà, che mi ha trasmesso la passione granata, ma se penso al Toro di Valentino Mazzola – uno dei più grandi centrocampisti della storia del calcio – non posso non pensare al fatidico ‘quarto d’ora granata’: quando il risultato della partita non si era sbloccato, oppure quando il Toro era in svantaggio, con i tre squilli di tromba del trombettiere del mitico Stadio Filadelfia – Oreste Bolmida – Valentino Mazzola si rimboccava le maniche, dando il segnale del cambiamento, e dagli spalti partiva il grido ‘Toro, Toro, Toro’. La squadra aumentava il ritmo e cambiava la partita, come capitò contro la Lazio il 30 maggio del 1948, quando passò da un sonoro 3 a 0 al 3 a 4 finale. Questo è certamente un aneddoto che tutti conoscono e rimarrà nei cuori dei tifosi, che identificheranno per sempre – con quel semplice e affascinante gesto di Valentino Mazzola – il Grande Torino».

 

GUGLIELMO DELLA PORTA

Partner & CEO Spin-To

«Sebbene non l’abbia visto in prima persona, il Grande Torino l’ho vissuto attraverso gli occhi e i racconti di mio papà, che fin da quando ero bambino mi ha sempre cresciuto a pane e (Grande) Toro. Non è stata una semplice squadra di calcio, è stata qualcosa di più. Negli anni del secondo dopoguerra ha rappresentato un simbolo della rinascita italiana, un ‘orgoglio nazionale’ amato da tutti e rispettato dagli avversari. In un paese sotto le macerie che a poco a poco rialzava la testa, quei ragazzi in maglia granata, che vincevano sempre e ‘colonizzavano’ la Nazionale, portavano con sé la speranza di un futuro migliore. Non solo grandi calciatori, ma anche grandi uomini: semplici pur essendo famosi e sempre disponibili con la gente. Sicuramente, Valentino Mazzola è quello che più ha rappresentato il tremendismo di questi Invincibili. Il suo eclettismo sul campo, il suo gesto di rimboccarsi le maniche per trascinare i compagni e il pubblico nel ‘quarto d’ora granata’ sono andati oltre la storia per diventare leggenda. Ritengo possa essere definito il Capitano dei Capitani: un esempio inarrivabile a cui tutti i capitani del Toro dopo di lui hanno dovuto e devono aspirare. Per me, il Grande Torino è una splendida favola che mio padre mi ha raccontato e che a mia volta ho raccontato ai miei due figli. È stato infatti mio papà a portarmi per la prima volta allo stadio, quando avevo quattro anni, e a insegnarmi cosa vuol dire essere del Toro: un senso di appartenenza speciale e unico, che si tramanda di generazione in generazione e che, ogni volta che vado a Superga o al Fila, mi fa ancora adesso luccicare gli occhi e tremare le gambe. Perché noi tifosi granata non siamo solo tifosi del Toro. Noi siamo il Toro».

Foto di gruppo a Barcellona

FRANCO RABEZZANA

Imprenditore – Osteria Rabezzana

«Il Grande Torino rappresenta un pezzo importante della storia del calcio italiano e mondiale, una squadra di grandi campioni che purtroppo solo il fato vinse e che rappresenterà per sempre il vero e genuino volto del calcio per la nostra città. Valentino Mazzola, il capitano di questa squadra, è un simbolo per Torino ed è considerato tra i più grandi numeri 10 del calcio; secondo me, il miglior calciatore italiano di tutti i tempi. Insieme a Luigi Meroni, ha veramente rappresentato per Torino un mito e l’emblema dei calciatori eroi. Il mio ricordo del Grande Torino mi è stato trasmesso da mia nonna e da mia mamma: lo sgomento di una città intera per la tragedia di Superga e l’enorme partecipazione ai funerali in piazza Castello del 6 maggio 1949, a cui tutta Torino prese parte con un fortissimo sentimento che resterà forse unico nel tempo. E se, per ovvi motivi d’età, non ho avuto l’onore di vedere Valentino Mazzola sul campo, ho visto però giocare in molte occasioni il figlio Sandro, anch’esso grande calciatore con caratteristiche tecniche molto simili a quelle del padre».

  

MARCO BERRY

Illusionista e conduttore TV

«Ho sempre tifato Toro, ho sempre saputo che questa è una squadra leggendaria, lo è da sempre. Lo so perché me lo raccontava mia nonna, che ho sempre chiamato Ninna, che tre anni fa se n’è andata alla modesta età di cento anni. Lei era la testimone orale di quella squadra che aveva qualcosa in più, un racconto, una storia che è diventata leggenda. E non erano i dieci undicesimi granata che formavano la Nazionale di calcio, per me era proprio il racconto della mia Ninna che abitava in via Rosario di Santa Fè, dietro a quel leggendario Stadio in cui lei non era mai entrata; ma questo non le ha mai impedito di tramandare oralmente le imprese di una squadra senza avversari, e ogni tanto lo faceva con me: “Caro Marcolino, devi sapere che il Torino era fortissimo, la squadra più forte che c’era al mondo. Ma non era come oggi. I giocatori erano poveri e la maggior parte arrivava allo Stadio Filadelfia in bicicletta e alcuni dovevano attraversare la città. Bene, iniziavano la partita ed erano così forti, ma così forti, ed erano così tanto in vantaggio, che anche se mancava un bel po’ di tempo alla fine, quelli che abitavano più lontano prendevano la bicicletta e lasciavano la partita. E questo perché, tanto, erano irraggiungibili ». Io so che è così, non solo una storia per ragazzi che è divertente leggere. Grazie Ninna, anche se non me la puoi più raccontare, questa storia mi resterà per sempre nel cuore».