Torino, per Andrea Ganelli, non è stata una scelta programmata, ma un incontro destinato a durare. Originario del Lodigiano, arrivò nel capoluogo piemontese alla fine degli anni Novanta per collaborare con il notaio Marocco, figura di riferimento del notariato cittadino. Sentiva che sarebbe stata una tappa professionale importante, ma con il tempo è diventata molto di più: Torino si è trasformata per il notaio in una città da osservare, comprendere e, in qualche modo, adottare.
«Quando arrivai nel 1999, Torino era molto diversa. All’epoca il centro era attraversato dal traffico, la trasformazione urbanistica della Spina era ancora in corso e il turismo non aveva ancora scoperto la città. Il baricentro della vita economica e culturale restava legato alla Fiat, che continuava a rappresentare il riferimento dell’intero sistema cittadino. Ho poi assistito, negli anni successivi, a passaggi cruciali: la crisi industriale dei primi Duemila ad esempio e, poco dopo, la svolta simbolica delle Olimpiadi del 2006, che hanno contribuito a ridefinire l’immagine della città e ad aprirla a una nuova stagione culturale e internazionale».
È da questa esperienza lunga un quarto di secolo che nasce la riflessione di Andrea Ganelli sulla Torino di oggi: una città che ha saputo cambiare, ma che secondo lui deve ancora trovare una direzione chiara per il proprio futuro.
Quanto conta per una città oggi riuscire a immaginare il proprio futuro?
«Ogni decisione sul futuro, sia per un individuo sia per un sistema complesso come una città, deve partire da una visione. O meglio, da un disegno. Ecco, senza un obiettivo chiaro, senza un’idea consapevole del medio e lungo termine, il rischio è di non costruire nulla. Guardando solo al breve periodo il declino diventa inevitabile. Il mondo corre velocissimo: se certe cose non le facciamo noi, le faranno altri, Torino ha bisogno di una vision e per una città significa progettare il futuro per centinaia di migliaia di persone».
Quanto la Torino di domani deve essere coerente con la sua storia di città industriale?
«Paradossalmente proprio quel passato è una delle ragioni della difficoltà a determinare una visione. Per decenni qualcuno dettava la linea. Non c’era l’abitudine a interrogarsi sul futuro. L’Avvocato diceva: ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia. Aggiungerei: anche per Torino. Questa filosofia ci ha un po’ intorpiditi».
Ma il passato, non può essere semplicemente archiviato…
«Senza il manifatturiero Torino non può costruire un’economia solida per il futuro. Turismo e cultura sono fondamentali, ma non bastano, lo dicono i numeri. Non creano quel tipo di occupazione diffusa di cui hanno bisogno anche le fasce sociali più fragili. Il lavoro industriale resta uno strumento di inclusione. Poi magari per i figli sarà diverso, ma oggi questa dimensione resta essenziale».
A proposito di giovani, come si fa a ingaggiarli per progettare un’idea di futuro? In fondo la città di domani saranno loro a viverla.
«Non vedo in questa fase una spinta forte verso il coinvolgimento dei giovani nella costruzione di una classe dirigente “contemporanea”. Basta guardare l’età media di chi occupa le posizioni decisionali. Un tempo esistevano i partiti e corpi intermedi – circoli, parrocchie, sindacati – che erano luoghi di confronto e formazione. Oggi questi spazi sono più deboli. Allo stesso tempo, anche i giovani sembrano meno inclini alla contestazione. Vedo poca ribellione verso questa situazione. A Torino, spesso, ci si adatta».
E questo nonostante sia una grande città universitaria?
«In parte sì. Negli ultimi anni sono arrivati numerosi studenti stranieri attirati dalle nostre esigenze, ma molti ragazzi della borghesia torinese scelgono di studiare altrove e poi restano lontani. È un’opportunità perduta».
Quanto tempo ha Torino per dimostrare di avere una visione chiara?
«Ovviamente meglio tardi che mai, ma in realtà… siamo già in ritardo. Non ho la ricetta, ma qualche spunto sì. Non abbiamo più la prima industria italiana, ma abbiamo la prima banca del Paese. E dato che le imprese vanno dove trovano i finanziamenti: forse si potrebbe partire da qui».
Un gesto concreto verso la città del futuro?
«Agire verso le giovani generazioni non soltanto dicendo che il futuro è loro, ma anche consentendo loro di entrare nel presente. Un gesto concreto? Bisognerebbe smettere di mettere settantenni e ottantenni nei posti che contano. Diamo spazio ai 30enni e ai 40enni che vivono in città. Non ci ruberanno il posto: saranno semplicemente la futura classe dirigente».
(foto MARCO CARULLI)
