Cucina, social e community (digitali e non): com’è cambiato il modo di raccontare e vivere il mondo del food? Ne parliamo con Aurora Cavallo, alias Cooker Girl. Chi è? Se siete tra i pochi che non lo sanno, ve lo spieghiamo noi. Aurora è piemontese (di Saluzzo), classe 2001 ed è una delle “influencer” food più amate e seguite d’Italia. Ha scritto tre libri, lavorato a New York, collabora con GialloZafferano… e con i suoi contenuti si è conquistata una platea di milioni di seguaci. Per noi è un’interlocutrice ideale per riflettere su come si gestisce e viene fruita la comunicazione food & wine contemporanea. Partiamo.
Cooker Girl è già una mezza dichiarazione d’intenti… Com’è nato questo nome?
«Ogni volta parlarne mi fa un po’ sorridere. In realtà è nato in modo casuale, io sono appassionata di cucina fin da piccola, preparavo piatti per i miei nonni… ma quando ho aperto il mio blog di ricette mi vergognavo di questa passione (sbagliando), e quindi volevo un nickname per “camuffarmi”. All’epoca guardavo “Gossip Girl” e Cooker Girl mi suonava bene».
Altro aneddoto sulla “genesi”?
«Il vestito rosso, oggi parte cruciale della mia brand identity, è anche lui un caso: dovevo comprare un grembiule, ero con mia madre, lei aveva degli occhiali rossi… et voilà».

Oggi sembra che tutti possano essere cooker girl (o boy o altro) con gli strumenti dei social… Ma è davvero così?
«In parte sì, d’altronde tutti abbiamo uno smartphone, ma servono caratteristiche precise, se no tutti probabilmente lo farebbero…».
Quindi c’è una ricetta… Le dosi?
«Direi un 50% di talento, che significa saper fare qualcosa (raccontare, comunicare, cucinare…) e portare contenuti veri. Questo lavoro è una maratona, senza contenuti si può essere “virali”, ma è la costanza che fa la differenza. Poi servono sicuramente fortuna e tempismo, necessari in un contesto così veloce».

Case history come la tua ci ricordano quanto il modo di raccontare la cucina evolva in fretta, soprattutto sui social. È così?
«Io faccio questo mestiere da cinque anni e già in questo lasso di tempo sono cambiate tante cose. Ho sempre pensato al mondo dei social come a una strada per raggiungere il mio sogno di entrare nella ristorazione. Mi sembrava un percorso giusto, ma c’è stato un tempo in cui essere anche social era un limite. Gli chef consideravano sminuente portare contenuti sui social, oggi invece lo fanno quasi tutti, peraltro alcuni benissimo!».
Cos’è cambiato?
«Forse oggi si riesce ad avere più consapevolezza. Quando si guarda a un contenuto social bisogna avere la lucidità di capire che è un prodotto fatto per un preciso contenitore, non può essere espressione ad esempio del lavoro di uno chef stellato e di tutto il suo ristorante».
In questo senso il tuo percorso ti ha aiutato?
«Più che altro mi ha dato una preparazione forte. Lavorare in ristoranti importanti mi permette oggi di avere una competenza vera, di muovermi con sicurezza in questo mondo, preparando sia il format della pasta in dieci minuti che le ricette più elaborate, con cognizione sia della pratica che della comunicazione di questi contenuti».
Per molte persone sei un portale sul mondo del cibo in generale, è più un piacere o una responsabilità?
«Entrambe. Essere così tanto nella vita delle persone è incredibile, ma è un mestiere che necessita di grande sensibilità, d’altronde si parla a platee gigantesche e ovviamente non si può conoscere la storia di ognuno, ma credo si debba avere ugualmente (o a maggior ragione) rispetto per ogni singola, potenziale storia. Il cibo porta con sé valori che vanno ben oltre il cibo, e questo è uno dei motivi per cui non mi vedrete mai prendere a schiaffi una bistecca. Ogni gesto è comunicazione e la retorica dell’essere fedelmente noi stessi sui social è un cortocircuito con poco senso, perché dimentica le storie di cui parlavamo prima. Banalmente non dico parolacce (ci mancherebbe), faccio tre volte più attenzione a certi argomenti… I social non sono una zona franca priva di professionalità, anzi».

Un aneddoto sul rapporto con la tua community?
«Un po’ di tempo fa mi ha scritto una ragazza per dirmi che lei e la sua famiglia ogni domenica pranzano con una mia ricetta, sempre diversa, come fosse una specie di tradizione. È stato bellissimo».
Una cosa che ti piace del cibo sui social e una che non sopporti.
«Amo la vastità delle informazioni che si possono acquisire online; è un bacino di conoscenza inestimabile, se uno è interessato. Non sopporto la sessualizzazione del cibo, la trovo becera, è inutile e a trazione prevalentemente maschile».
Torino a giugno accoglie i The World’s 50 Best Restaurants… l’impressione è che l’avvenimento non sia stato comunicato alla perfezione, soprattutto alle generazioni più giovani e sui social…
«È vero, ricordo l’effetto ATP Finals: sui social, ma anche per strada, ovunque mi girassi c’era Sinner… Mentre i 50 Best li ho scoperti da gente del settore. Io amo Torino follemente, ma a volte fatica un po’ a raccontarsi».

Quanto è diverso fare la spesa al mercato, uno a caso… quello di piazza Benefica?
«Quando cammino al mercato di piazza Benefica mi sento una regina. C’è il mio banco dei fiori, Simone il pescivendolo, Miranda e Bea per frutta e verdura, Erika per i formaggi di capra… e tutti gli altri. Il mercato per me è la felicità, mi ricorda perché amo Torino e perché ho resistito pochissimo a Milano… Le chiacchierate, i confronti, il mood da quartiere ovunque mi ricordano perché amo questa città».
Chiudiamo con l’AI: magari un giorno ci smentirà, ma oggi l’impressione è che sia difficile avere un’altra Cooker Girl “artificiale”… Che dici?
«Sicuramente riflettere sulla possibilità di nostri “cloni” o comunque di alter ego artificiali è interessante, e il discorso varia anche a seconda delle nostre professioni. Credo che la discriminante sarà saper sfruttare e non subire. Insomma, non scomparire di fianco a un alter ego, ma usarlo per rendere ad esempio più agevoli certi lavori. Chiaro, servono competenza, consapevolezza e linee guida precise; io sono una fan delle linee guida… In ogni caso se un domani dovessi avere la possibilità di girare un contenuto, realmente mio, senza dover per forza mettere a disposizione la mia presenza fisica, perché non dovrei farlo? Non penso sia saggio rifiutare a prescindere gli strumenti di cui possiamo disporre… Io ad esempio non avrei mai iniziato questa bella avventura!».
(foto ATELIER DIGITALE e COOKER GIRL)
