Torino ai tempi delle ATP Finals: oggi ci sembra quasi scontato parlarne, esultarne, farne uno Speciale, ma quando nel 2022 Ford decise di diventare partner delle Finals, tutto questo era un po’ meno scontato. In questa edizione abbiamo deciso di guardarci un po’ indietro, ai cinque anni di Torino capitale del tennis che sono (quasi) passati, giusto un momento, per tornare poi a focalizzarci doverosamente sul futuro che ci attende. Anzi no, lui non ci attende per nulla, siamo noi che gli andiamo incontro costruendoci giorno per giorno la strada che vogliamo percorrere.

In questo senso abbiamo voluto interpellare Francesco Di Ciommo, presidente di Ford Authos, CEO di FDC Consulting ESG, ideatore e promotore di un master di secondo livello (abbastanza unico nel suo genere) dedicato alle competenze digital ESG. Perché abbiamo scelto Francesco Di Ciommo? Per tutto questo e perché è l’uomo ideale per parlare di grandi eventi in maniera evoluta, perché nei suoi interventi i giovani e il futuro hanno un posto in prima fila, e perché è testimone (e testimonial) di una case history capace di superare i confini regionali per diventare un esempio virtuoso a livello nazionale.
Francesco, quanto è importante parlare di sostenibilità nel momento in cui ci addentriamo nell’argomento “grandi eventi”?
«Grandi o piccoli che siano questi eventi, è impensabile oggi separare il tema della sostenibilità da quasi ogni aspetto del nostro lavoro. Non è un’opzione, ma una necessità. Anche a livello di competitività economica».

In quanti lo hanno capito o sembra stiano andando in questa direzione?
«In una certa Europa è la prassi, da noi sicuramente in tanti lo hanno capito, certo è che ancora una fetta (sempre più ridotta) di addetti ai lavori crede sia solo un modo di dire o di fare marketing… ma non è assolutamente così».
Nella pratica, quando si progetta un evento cosa vuol dire essere sostenibili?
«Anzitutto attivare procedure che riducono l’impatto ambientale, con concretezza e non a parole. Poi promuovere la giustizia sociale, fondamentale perché un evento oggi non si giudica solo con i numeri o i risultati economici, ma analizzandone la qualità complessiva, anche del team che se ne occupa. E poi assicurando sostenibilità economica, attraverso strategie di gestione e l’uso di standard codificati».

Quindi si tratta di un lavoro su tanti fronti?
«No, su tutti i fronti. Sicuramente ci sono tante tante aree d’intervento, alcune maggiori e altre minori, ma la competenza aiuta a creare le liste di priorità e a gestire questa necessaria complessità. Per questo servono figure formate e professionalizzate in questo specifico ambito».
Esempi pratici di scelte da operare?
«Scegliere location accessibili con i trasporti pubblici, utilizzare energie rinnovabili, gestire al meglio i rifiuti, promuovere catering locali, ridurre il consumo di carta a favore del digitale… L’elenco delle azioni è lungo, ma il problema il più delle volte non è metterle in pratica, bensì ricordarsi dell’esistenza stessa di questi fondamentali».

Quindi confermiamo che spesso il “limite” è culturale?
«Culturale e di formazione. Parliamoci chiaro, abbiamo praticamente tutti gli strumenti per mettere in pratica quasi ogni azione, ciò che manca il più delle volte è la volontà di farlo, che deve essere accompagnata dalla conoscenza necessaria a farlo bene».
Prendiamo ad esempio il panel degli argomenti che l’acronimo ESG (environmental, social, governance) ci suggerisce: come ci dobbiamo muovere?
«Con consapevolezza e competenza. Partiamo appunto dall’ambiente, come dicevamo esistono azioni che non sono ignorabili: mitigare l’impronta di carbonio (verso la carbon neutrality), gestire rifiuti e risorse idriche, ridurre gli sprechi, utilizzare energie rinnovabili e promuovere la biodiversità. Vi viene in mente altro? Magari su due piedi no, ma c’è tanto ancora da fare, per questo serve formazione».

E per il sociale?
«Per quanto riguarda il sociale, garantire il benessere, i diritti e l’inclusione di tutte le persone coinvolte, coinvolgendo gli stakeholder e la comunità locale. In questo senso i professionisti di domani dell’ESG avranno, se possibile, un ruolo ancora più determinante nella costruzione dei luoghi e delle generazioni del futuro. Non possiamo non considerare che dalle occasioni di vita del nostro presente, eventi inclusi, passi l’edificazione di ciò che sarà».
Sono occasioni che svolgono anche il ruolo di “esempio”?
«Diciamo che essendo sotto gli occhi di tutti mostrano in modo più diretto le proprie caratteristiche a un pubblico più ampio del normale. E questo aspetto, che può sembrare una “preoccupazione”, nella nostra logica diventa un’opportunità. Ad esempio, se dal punto di vista economico riusciamo a costruire eventi che mostrano come si possa portare avanti un consumo di risorse efficiente e sostenibile, garantendo benefici economici e di gestione funzionale, riutilizzando le strutture, coinvolgendo il tessuto economico… dimostriamo che esiste un modo di lavorare virtuoso, ripetibile anche in altre occasioni».

Ecco, ma quand’è che possiamo definire un evento sostenibile? Esiste un percorso, una serie di passaggi, anche amministrativi, da rispettare per rendere evidente questa attività e poterne dare conto?
«Ovviamente sì, con una premessa: si tratta di un mondo in evoluzione continua, che non si può “subire”, ma che occorre seguire quotidianamente. In ogni caso, esistono fasi e stadi che si possono in qualche misura certificare, tramite soggetti specializzati; noi di FDC siamo tra questi, e il nostro mestiere è proprio quello di indirizzare, accompagnare e supportare le imprese in questo senso».
Alcuni esempi a riguardo?
«Partirei dalle Certificazioni e Standard regolatori di questi percorsi. Ad esempio è una mossa utile iniziare con l’adottare la norma UNI ISO 20121, che fornisce un sistema di gestione per eventi più sostenibili, o in alternativa altri standard riconosciuti come la certificazione Eventi Sostenibili® ICEA».

Sono passaggi abbastanza tecnici o ci sbagliamo?
«No, lo sono assolutamente, anche perché la sostenibilità non è un hobby. E non pensiamo che la scelta di location e allestimenti, il tema delle infrastrutture per le energie rinnovabili, perfino i gadget sostenibili, non lo siano».
Quindi è tutto complicato?
«Come ogni mestiere. Chi di noi farebbe sistemare la propria vettura a un cardiologo o un cuore al proprio meccanico? Il cortocircuito di questa necessaria evoluzione ESG è che a volte pensiamo non abbia bisogno di figure altamente specializzate, ma non è certamente così. Pensiamo alla minimizzazione dei rifiuti, persino alla donazione del cibo non consumato, a tutte le regole che gestiscono queste azioni… è naturale servano grandi professionalità».

In qualche maniera allora ce la possiamo fare?
«Le cose “nuove” ci hanno sempre spaventato un po’, come umanità conviviamo da sempre con la paura di non essere all’altezza del futuro che dobbiamo costruire. Ragioniamo un attimo sul tema della digitalizzazione: la nostra generazione ha faticato a comprenderla, i giovani ci si immergono senza problemi. Non a caso quando abbiamo iniziato a ragionare su una formazione D-ESG, ci siamo subito rivolti al contesto accademico: i giovani sono orientati al futuro, già pensano a limitare l’uso della carta, a sfruttare l’invio digitale per degli inviti… Dobbiamo solo mettere a sistema una direzione che in parte è segnata».
Da un punto di vista dei benefici che la sostenibilità negli eventi porta alle imprese è possibile provare a fare una sintesi? Lei è sempre stato un uomo di sostanza e spesso si parla di questi temi con una certa vaghezza. Quali sono, perlomeno per titoli, i vantaggi che un comportamento virtuoso porta alle imprese?
«Andiamo per punti. Sicuramente la reputazione aziendale: organizzare un evento serio e sostenibile migliora l’immagine degli organizzatori, rispondendo allo stesso tempo alle aspettative di un pubblico sempre più attento all’ecologia. Un pubblico che, finito l’evento, torneremo a ingaggiare all’interno di un mercato sempre più attento a queste tematiche. Poi parlerei di efficienza operativa: vien da sé che la riduzione degli sprechi porta come minimo a una diminuzione dei costi operativi, di gestione post evento e così via. Senza contare l’argomento innovazione: promuovere un approccio responsabile e innovativo alla gestione degli eventi significa costruire percorsi e professionalità già nati in una parte di futuro, innovativi fin dalla genesi e perfino già testati. In ultimo citerei la sensibilizzazione, ma attenzione: creare occasioni in cui sensibilizzare i partecipanti e la comunità verso una transizione ecologica ed etica più sostenibile, non è solo una “bella” azione, ma un tassello importante nella costruzione di un mercato più intelligente, giusto e funzionale. Non ci dobbiamo dimenticare che siamo trasformatori della nostra realtà».

A volte ci dimentichiamo forse un po’ di questo ultimo passaggio, finiamo a credere di non essere abbastanza o di non avere le carte in regola per costruire effettivamente qualcosa?
«Succede alle persone e succede anche alle città. Un po’ di scoraggiamento alle volte è anche comprensibile, ma non bisogna farsi contaminare troppo. Noi abbiamo la fortuna di vederlo sia in azienda che al master, ce lo dimostrano continuamente i nostri ragazzi: siamo in una fase fondamentale del nostro sviluppo. Questa fase non è un dramma, ma anzi la possibilità di essere il pezzo di storia che farà la differenza verso un futuro migliore. Servono serietà, volontà, determinazione e soprattutto convinzione, ma con i compagni di viaggio giusti possiamo fare davvero tutto. In fondo, il nostro timore più grande è anche la nostra fortuna: abbiamo la responsabilità di disegnare il futuro che sarà, dobbiamo farlo al meglio».
