Iniziamo con il padrone di casa, Mathieu Jouvin, Sovrintendente della Fondazione Teatro Regio.

Ci eravamo lasciati esattamente un anno fa con una riflessione che era anche punto di orgoglio: l’anno 24/25 ha rappresentato una sorta di anno zero, di rilancio per il teatro. La prossima stagione cosa ci racconta?
«Della direzione intrapresa negli ultimi anni, una direzione che vogliamo continuare a perseguire. Ciò significa innovare, sorprendere e coinvolgere il pubblico nella sua pluralità di aspettative. Come? Scegliendo di non essere banali, alternando il grande repertorio con alcuni titoli capaci di incuriosire, di riaccendere l’interesse e stimolare nuove prospettive. Lo abbiamo visto con “Manon Manon Manon” lo scorso anno (un progetto tra l’altro pluripremiato) e lo stiamo vedendo in questi giorni con “Hamlet”. È una formula che funziona, è un modo per raccontare la musica da diverse prospettive. Nel nostro settore cresce la preoccupazione per un repertorio lirico che rischia di restringersi sempre di più, mentre esistono molte opere che meriterebbero di tornare in scena. Noi abbiamo optato per una strada diversa: non la più sicura, forse, ma certamente la più autentica. Perché, come quando si visita una città, a volte è lasciando i percorsi più battuti e addentrandosi nelle vie secondarie che si coglie davvero l’anima del luogo. Ecco, questa è la nostra scelta».

Una scelta che consacra il Teatro Regio tra le eccellenze del panorama teatrale internazionale…
«Umberto Eco ha scritto che l’Italia senza Torino non sarebbe l’Italia. Come dargli torto? Molte cose non sarebbero le stesse senza questa città. È qui che Puccini conobbe la fama con “Manon Lescaut” e “La bohème”; e sempre qui, all’inizio del ’900, “Salomè” andò in scena per la prima volta diretta da Richard Strauss in persona. Oggi, con la nostra proposta, vogliamo riaffermare quella stessa vocazione all’innovazione: pochi teatri sanno spingersi oltre la classicità come abbiamo scelto di fare noi».

Non abbiamo ancora parlato del titolo di questa stagione che, come ci anticipava, si preannuncia ricca di sorprese: Rosso. Immediato è il rimando all’attualità, ma anche a quella passione che tante opere liriche raccontano…
«È sorprendente quanto questa parola evochi immediatamente immagini potenti: il rosso non è solo un colore, è energia pura, fascino irresistibile, forza visiva, è il sangue che scorre nelle vene, il fuoco del desiderio e il calore di chi lotta per un ideale, per amore, per la libertà; è simbolo di conflitto e tensione vitale. Da sempre legato al teatro, ne incarna la passione e l’intensità. Ma la nostra ambizione è stata quella di spingerci oltre il simbolo, oltre la tradizione, per dargli un nuovo significato. La nuova stagione si addentra in quella “regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza”, come la definì lo scrittore francese André Malraux, in cui ciascuno di noi è messo alla prova perché chiamato a discernere tra desiderio ed etica, tra potere e giustizia, tra male e bene. Attraverso l’opera, i suoi testi (la ragione) e la sua musica (le emozioni), potremmo intavolare un confronto con la nostra umanità e forse, chissà, renderci migliori».

È giunto il momento, allora, di entrare nel vivo del calendario. Cristiano Sandri, ci racconta qualche curiosità e momento aulico della prossima stagione, dal suo ruolo di direttore artistico?
«Come ha ricordato il Sovrintendente, nella selezione dei titoli siamo stati guidati dal desiderio di rafforzare quel dialogo tra grandi capolavori e opere meno note che tanto riscontro ha dato in questo anno appena concluso. Aprire con “Francesca da Rimini” – un’opera piuttosto inconsueta – e chiudere con la classica “Tosca” rappresenta simbolicamente il segno di un percorso ormai consolidato. Scegliere, certo, significa anche escludere – e quindi esporsi a critiche – ma ogni decisione è stata presa con grande attenzione e coerenza, seguendo il filo conduttore del Rosso, tema centrale di questa stagione. La stagione artistica “perfetta” forse non esiste, ma ciò che conta è la visione, e soprattutto la coerenza. Una coerenza che troviamo anche nella definizione dei registi, alternando nomi più noti e della nuova generazione, dal linguaggio certo più contemporaneo, e quindi capace di parlare a un pubblico più vasto. Un esempio? Da una parte Stefano Poda, che firma la nuova produzione di “Tosca” dopo il recente successo de “La Juive”, e dall’altra Andrea Bernard, al suo debutto al Regio. Abbiamo il ritorno di Riccardo Muti — in un “Macbeth” che porta l’incisiva firma registica della figlia Chiara Muti — e di Robert Carsen con “Dialoghi delle Carmelitane” di Poulenc, capolavoro mai presentato a Torino. E poi mi fa piacere ricordare cantanti come Lidia Fridman, Luca Micheletti, Roberto Alagna, Chiara Isotton, Roberto Frontali, Ekaterina Bakanova».
Una novità di rilievo riguarda anche la direzione musicale, giusto?
«Certamente: la nomina di Andrea Battistoni completa la squadra del nostro teatro, pronta a guidare il Regio ancora più in alto, con determinazione, coraggio e passione».
Interviene Mathieu Jouvin, chiudendo l’intervista.
«Passione. Penso subito al nostro slogan: Il Regio è di tutti. Un pay-off che non richiama soltanto la nostra politica inclusiva, ma che esprime qualcosa di più profondo: tutto ciò che facciamo è pensato per il pubblico, per avvicinarlo all’opera e renderla il più accessibile possibile. Lo facciamo con il cuore. E il cuore, guarda caso, è rosso».
(foto MARCO CARULLI e TEATRO REGIO)
