Il profilo di Maurizio Montagnese coniuga con naturalezza l’esperienza manageriale di alto livello e un forte impegno sociale. Ha iniziato la sua carriera in Fiat Auto e poi in Olivetti, fino a diventare direttore del personale. Negli anni successivi ha ricoperto incarichi di peso in ambito finanziario e pubblico: da Intesa Sanpaolo a Sagat (la società che gestisce l’aeroporto di Torino), poi Turismo Torino. Un profilo da manager internazionale, seppur sempre radicato nel territorio. Ma è nel Terzo settore che Montagnese ha trovato un nuovo orizzonte d’impatto. Dopo essere stato vicepresidente della Consulta per le Persone in Difficoltà (CPD), dal 2025 ne è diventato presidente, portando con sé una missione: dare voce e strumenti concreti a chi vive fragilità spesso invisibili. Ci è sembrata la figura ideale per parlare del futuro del Terzo settore, di inclusione, di cultura della disabilità.

Presidente Montagnese, qual è oggi, secondo lei, la principale fragilità della città in tema di inclusione sociale?
«Devo riconoscere che in Piemonte sono stati compiuti importanti passi avanti in tema di disabilità e inclusione. Un esempio significativo è il prestigioso riconoscimento internazionale di European Capital of Smart Tourism, un riconoscimento che premia anche l’impegno all’accessibilità turistica, considerata uno dei pilastri fondamentali del progetto, su cui la Città ha dimostrato particolare attenzione valorizzando il contributo della CPD nella stesura della candidatura. Tuttavia, molto resta ancora da fare: al di là dei tanti marciapiedi resi accessibili, l’ostacolo più grande è un problema culturale. Il parcheggio selvaggio, i monopattini lasciati nei passaggi, il 70% dei bar e ristoranti non ancora resi accessibili (nonostante l’estrema sensibilità al tema del Prefetto Cafagna che sempre ci coinvolge ai tavoli dedicati). Se maggiori controlli potrebbero aiutare, il fulcro resta l’atteggiamento delle persone. Ancora si guarda ai disabili come persone che trascorrono le loro giornate in casa, mentre oggi vanno a scuola, vanno a lavoro, sono utenti di punti vendita e ristoranti. Soggetti che contribuiscono al nostro PIL a tutti gli effetti. È questo un mondo che se lo conosci… non lo eviti, anzi. Ti coinvolge e non riesci più a farne a meno, un po’ come è accaduto a me quando ho iniziato a scoprire CPD: i ragazzi che qui lavorano tutti i giorni, giovani motivati ed eccezionali; i volontari, coloro che ci permettono di fare quello che facciamo, un universo che dovremmo salvaguardare perché sono la base del Terzo settore; e poi gli stessi beneficiari, portatori di storie spesso segnate da ostacoli, ma che meritano ascolto e valorizzazione».
Anche perché, è sotto gli occhi di tutti, le fasce fragili della popolazione sono in aumento…
«La configurazione sociale sta cambiando, un tempo le categorie dei fragili erano ben definite. Oggi la povertà, altro ambito di cui CPD si prende cura, colpisce spesso anche i lavoratori. Così si presentano nuovi beneficiari con problemi nuovi a cui dobbiamo trovare nuove risposte. È davvero una trasformazione epocale. Senza dimenticare, parallelamente, l’invecchiamento della popolazione: la terza età sarà il futuro, ma siamo pronti ad affrontare questo stato delle cose? Non possiamo certo sperare che gli studentati vengano tutti trasformati in RSA. Piuttosto progettiamo appartamenti come agglomerati in cui vivere in maniera indipendente ma con servizi condivisi, come la consulenza medica. E pensiamoci bene: perché presto saremo noi i futuri inquilini. Bisognerebbe davvero progettare una società per ogni singola fascia di età».

Il mondo produttivo torinese ascolta abbastanza le voci delle associazioni che rappresentano le persone in difficoltà?
«Dalle mie esperienze pregresse e da ciò che vedo direi di sì. D’altronde, per il mondo delle imprese, abbiamo come esempio illuminato quello di Adriano Olivetti! Questa propensione voglio credere che si sia consolidata. Mi considero un testimone di questo processo: dai miei incarichi nel mondo dell’impresa ora metto le mie competenze al servizio del Terzo settore. Qui in CPD sto portando le relazioni costruite nel tempo (stiamo riprendendo i contatti e devo dire che l’interesse dimostrato è molto) e sto portando anche una gestione che, spero, possa migliorare ancora di più l’organizzazione. Ormai in pensione potrei dedicarmi agli svaghi, ma io credo che chi ha avuto la fortuna di ricevere tanto dal punto di vista economico e professionale, ad un certo punto, si debba mettere a disposizione del prossimo».
A proposito di lavoro, il Terzo settore può essere portatore di occupazione?
«Assolutamente sì. Non dimentichiamo che il Terzo settore rappresenta il 3% del PIL nazionale. Noi, nel nostro piccolo, ne siamo un esempio con 27 dipendenti. Una lacuna grave in questo ambito è che non esiste un contratto di settore ed è incredibile se pensiamo che, in fondo, siamo noi a rappresentare il welfare italiano. Queste professionalità dovrebbero invece essere più tutelate in modo da favorire i lavoratori, ma anche le associazioni che trarrebbero vantaggio da minori costi sul personale. Eppure sembra che ci siano sempre altre priorità…».

Guardando sempre all’occupazione, ma dal punto di vista dell’accessibilità, qual è la situazione a livello nazionale e del territorio?
«Mi basti dire che l’Unione Europea ha già ammonito il nostro Paese per il numero troppo basso di disabili assunti (questo a livello nazionale, perché, devo ammetterlo, Torino sta lavorando bene in tal senso). È di nuovo un problema culturale. Se per assumere una persona con sindrome di down l’anacronistica Commissione delle abilità residue fa ancora domande del tipo “sa alzare dei pesi?”, allora si capisce quanto siamo lontani dagli obiettivi. Non basta la legge 68 per far assumere i fragili. Un noto disabile atleta paraolimpico ha detto “non prendetemi perché sono disabile. Chiedetemi cosa so fare e datemi dei compiti da fare”».
Quali politiche servirebbero per non lasciare indietro nessuno nella trasformazione del mercato del lavoro?
«In breve, ci sono tante leggi a tutela della disabilità, ma poi quanto vengono applicate? Mi viene in mente una frase dello storico presidente della CPD, Paolo Osiride Ferrero: “Cosa mi dà più fastidio? Chi, potendo trovare soluzioni per migliorare la vita delle persone con disabilità, non lo fa, per indifferenza o pigrizia”. Pensiero da applicare sul lavoro così come in tutti gli ambiti».

In che modo, allora, la CPD si interfaccia con il mondo del lavoro torinese per promuovere l’inclusione delle persone con disabilità e fragilità?
«Per sbloccare questa situazione è necessario entrare nelle aziende e creare un collegamento con il mondo della disabilità. È quanto facciamo qui attraverso, ad esempio, l’Agenda della Disabilità che indica come portare il giusto approccio all’interno del mondo impresa. L’Agenda serve per far incontrare le best practice con le aziende che vogliono sposare il cambiamento. Abbiamo così attivato un corso di disability management alla SAA e poi creato il DIR, un insieme di 60 indicatori da sottoporre con un questionario per rendersi conto di cosa l’impresa stia facendo concretamente nei confronti della disabilità e da qui tracciare una mappatura. È gratificante sapere che le aziende lungimiranti, impegnate nell’inserimento di persone con disabilità anche gravi, hanno sempre riconosciuto il valore di queste collaborazioni».
Questo è solo uno dei compiti della CPD. Ci riassume la vostra vocazione?
«CPD si occupa di chiunque si trovi in una situazione difficile. Supportiamo le persone con disabilità e offriamo assistenza a coloro che non sono autosufficienti, in fragilità economica, sociale e relazionale. Ma non solo: ci occupiamo anche di formazione all’interno di aziende, amministrazioni pubbliche e scuole, per bambini e insegnanti. E partendo dai bambini si fa cultura della disabilità anche tra i loro genitori».

Lei è considerato un “visionario dell’inclusione”, impegnato a trasformare Torino in una città-laboratorio, dove lavoro, mobilità e spazi urbani siano pensati davvero per tutti. E dove nessuno venga lasciato indietro. Quali sono i progetti futuri più o meno prossimi legati a CPD ora che è diventato presidente?
«Sono tre i principali obiettivi che si pone oggi CPD: innanzitutto, elevare il livello dell’azione sociale (alzare l’asticella, ci piace dire), superando i pregiudizi e diventando motori del cambiamento culturale; cercare di essere ancora più efficienti sui bandi europei che troppo spesso non vengono intercettati in modo adeguato, e poi cambiare la nostra “casa”, la sede di corso Unione Sovietica. Tutti meritano bellezza, vorremmo poter ricevere i nostri beneficiari in un luogo ancora più accogliente. Non dimentichiamoci che, ad un certo momento della nostra vita, potremmo diventare noi stessi utenti di CPD. Oltre a queste macro aree saremo impegnati sulla Fondazione HPL, un progetto diventato realtà da qualche settimana e che si dedicherà (noi insieme all’associazione BenE) al supporto delle neurodivergenze nei bambini dai 5 agli 11 anni, lavorando su diagnostica e potenziamento cognitivo. E poi ci attende il World Summit del Turismo Accessibile, dal 5 al 7 ottobre prossimo. È uno dei regali del premio Capitale Europea dello Smart Tourism 2025: si terrà proprio a Torino questo convegno di rilevanza internazionale che vedrà coinvolti 500 delegati da tutto il mondo, il Ministero del Turismo, Città di Torino, Regione Piemonte, noi di CPD insieme a tante altre associazioni. Tre giorni per parlare di disabilità dal punto di vista dell’accessibilità turistica. Turismo e diritti, nella mia visione, sono due binari che possono e devono viaggiare insieme».
(foto MARCO CARULLI e CPD)
