L’Italia è il paese che amiamo, certo, ma verrebbe anche da dire “l’Italia è un paese difficile”. Il peso della burocrazia nello sviluppo delle attività produttive in Italia rappresenta una delle principali criticità per l’economia del Paese. In molti settori produttivi, dalle imprese manifatturiere alle startup tecnologiche, la lentezza e la complessità delle procedure amministrative ostacolano la crescita e l’innovazione, compromettendo la competitività italiana a livello globale.
Ne abbiamo parlato con Mauro Esposito, protagonista di importanti interventi architettonici, ma anche difensore strenuo di un modo nuovo di concepire il rapporto tra stato e impresa: collaborare per un futuro migliore del paese che amiamo.
Architetto/ingegnere, oggi l’Italia è, secondo le statistiche, il paese dove tutti vorrebbero poter andare almeno una volta nella vita, e però uno degli ultimi dove andare a elaborare un’iniziativa lavorativa, com’è possibile?
«Il problema della burocrazia in Italia è radicato in un sistema caratterizzato da normative frammentate, sovrapposizioni di competenze tra diversi livelli di governo e una cultura amministrativa più concentrata sul rispetto formale delle regole che sui risultati concreti. Questa situazione crea un contesto in cui avviare un’attività, ottenere licenze o semplicemente gestire operazioni quotidiane, diventa un processo lungo, costoso e imprevedibile. Secondo alcuni studi, l’Italia è tra i Paesi europei in cui è più difficile fare impresa, non per la mancanza di talento o risorse, ma per l’enorme peso della burocrazia. E poi diciamolo a chiare lettere: il burocrate, che ha sempre un nome e un cognome, è l’unico responsabile delle lungaggini e delle richieste assurde, e troppo spesso viola la legge con la certezza dell’impunità».
Le riforme necessarie per snellire il sistema sono state spesso annunciate, ma raramente attuate in modo efficace
E tutto ciò pare abbia un costo enorme…
«Il costo diretto della burocrazia per le imprese italiane è abnorme. Il World Bank’s “Doing Business Report” ha costantemente evidenziato l’Italia in una posizione di svantaggio rispetto ad altri Paesi avanzati proprio a causa dei tempi necessari per ottenere permessi, avviare attività commerciali e, in particolar modo, rispettare le numerose normative. Questi ritardi non solo scoraggiano gli investimenti, sia nazionali che esteri, ma comportano anche costi aggiuntivi per le imprese, che devono spesso dedicare risorse significative a consulenze legali o a navigare attraverso i labirinti burocratici».
Non è però solo il fattore economico a preoccupare vero?
«Vero. Il costo della burocrazia non è solo economico. La lentezza delle procedure scoraggia l’innovazione e riduce la possibilità di rispondere rapidamente ai cambiamenti del mercato. Un’azienda che deve attendere mesi, se non anni, per ricevere autorizzazioni per un nuovo progetto, rischia di perdere opportunità cruciali, sia in termini di mercato che di competitività. Questo impatta negativamente anche sulla capacità del Paese di attrarre investimenti stranieri. Le multinazionali preferiscono spesso spostare le loro operazioni in Paesi dove il contesto regolatorio è più snello e prevedibile. Ma questa piaga genera anche corruzione e infiltrazione della criminalità organizzata. Non tutti hanno il coraggio di denunciare e non tutti hanno la possibilità di attendere tempi così lunghi, quindi in situazioni di crisi c’è sempre qualcuno che propone una strada alternativa, e se non si hanno forti valori morali e grande determinazione è facile cadere nella tentazione, perché anche dalla parte dei burocrati esiste qualcuno che accetta il compromesso e si propone di risolvere la questione con “un fiorino”. Il dottor Gratteri diceva in un’intervista delle settimane scorse che ogni operazione contro la malavita organizzata ha sempre visto sia politici che funzionari pubblici coinvolti, e questo dà la misura dell’attenzione che bisogna prestare a questo fenomeno chiamato semplicemente Burocrazia».

Nel privato come nel pubblico…
«Un esempio concreto di quanto la burocrazia possa essere un freno allo sviluppo pubblico e privato è quello delle infrastrutture. In Italia progetti infrastrutturali strategici, come nuove autostrade o reti ferroviarie, possono essere bloccati per anni a causa di ricorsi, lungaggini amministrative o complessità delle autorizzazioni ambientali. Questo non solo ritarda lo sviluppo delle reti necessarie per far crescere l’economia, ma crea anche un forte divario tra nord e sud del Paese, dove le infrastrutture sono particolarmente carenti».
Come si riverbera il tema sulla frustrazione inevitabile che genera anche rispetto alle nuove leve?
«Il mancato sviluppo delle iniziative produttive a causa della burocrazia ha un costo implicito che è difficile quantificare, ma che si riflette nella perdita di opportunità economiche, posti di lavoro e innovazione. La cosiddetta “fuga di cervelli” è in parte alimentata da un contesto in cui le nuove idee e iniziative faticano a decollare a causa dei vincoli amministrativi. Giovani imprenditori e innovatori italiani spesso preferiscono avviare le proprie attività all’estero, dove i tempi di avvio sono più brevi e il sistema burocratico meno opprimente. Importanti studi affermano che la somma di queste situazioni fortemente limitanti valga oltre 50 miliardi all’anno di danno per gli italiani».
Tutta una serie di fattori che amplificano il danno in modo smisurato in pratica.
«Il costo complessivo di questa situazione per l’Italia è enorme. Si stima che una burocrazia più snella potrebbe portare a un aumento significativo del PIL, grazie a una maggiore capacità di attrarre investimenti, sviluppare nuove imprese e migliorare l’efficienza del settore pubblico. Inoltre, la riduzione della burocrazia non solo faciliterebbe la vita delle imprese, ma potrebbe contribuire a ridurre il costo del sistema pubblico, che attualmente spende miliardi ogni anno per mantenere un apparato amministrativo complesso e poco efficiente».

Se dovesse sintetizzare, in chiusura, le azioni da portare avanti rispetto a questo male atavico del nostro paese, cosa si sente di dire?
«Mi sento di dire, anche perché con il mio lavoro vivo il tema in modo continuo e sistematico, che la burocrazia rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico e produttivo in Italia. Le riforme necessarie per snellire il sistema sono state spesso annunciate, ma raramente attuate in modo efficace. La riduzione dei tempi e delle complessità burocratiche potrebbe rappresentare una svolta per l’economia italiana, permettendo al Paese di competere meglio sui mercati internazionali, attrarre maggiori investimenti e trattenere i talenti che oggi spesso si vedono costretti a emigrare per vedere realizzati i propri progetti. Io cercherei di superare i limiti che la legge Bassanini ha giustamente imposto in un momento storico difficile come quello della stagione di Tangentopoli, ma ora le cose sono diverse e forse ridare potere e responsabilità alla politica che deve rispondere al cittadino e non al funzionario che sappiamo bene che non risponde a nessuno, potrebbe essere la chiave di volta. È giunto il momento di occuparsene con determinazione».
(foto ME ENGINEERING)
