Abbiamo chiesto a Paolo Berno, amministratore delegato dell’Ospedale Koelliker, una delle più importanti strutture ospedaliere torinesi, quali siano i modelli di sviluppo cui attingere per costruire la sanità dei prossimi anni. Una sanità più efficiente, sostenibile e vicina ai bisogni reali delle persone, valorizzando il contributo di tutte le componenti in gioco: istituzioni, strutture pubbliche e private, risorse umane e tecnologiche. Ne è uscito un quadro interessante che vede l’ambito sanitario come un settore che può creare posti di lavoro qualificati nei prossimi decenni.

Una considerazione di fondo, come sta oggi la sanità italiana?
«La sanità è evidentemente un pilastro fondamentale del nostro welfare, basato su principi di universalità, inclusione ed eguaglianza. Il fatto che però in Italia il sistema sia caratterizzato da una forte autonomia regionale nelle risorse stanziate dal governo centrale porta a delle considerazioni che in qualche caso rendono meno solido questo concetto: le diseguaglianze tra regione e regione (soprattutto tra nord e sud) sono una realtà evidente e questo porta inevitabilmente a una mancanza di omogeneità sull’offerta con conseguenti livelli assistenziali altrettanto disomogenei. Uno degli elementi critici della sanità italiana è certamente il sottofinanziamento: se confrontiamo la spesa sanitaria complessiva del nostro Paese, pari a circa 138 miliardi di euro, con altre nazioni dell’EU vediamo che il nostro livello, sia come valore assoluto che come rapporto percentuale sul PIL, è significativamente inferiore a quello di Germania, Francia, Regno Unito, Danimarca e Svezia. Alcuni esempi: i dati OCSE 2024 indicano la % media europea sul PIL intorno al 10% mentre in Italia siamo intorno all’8,8% e i paesi sopra citati sono tutti ampiamente sopra la media; la spesa pro capite, sempre da fonte OCSE, in Italia si aggira sui 3.600 euro mentre i paesi sopracitati superano tutti ampiamente i 5.000 euro. È naturale che questa criticità porti a disuguaglianze. Anche perché nelle zone del Paese dove si concentra una forza imprenditoriale più importante, gli investimenti in sanità sono maggiori rispetto ad altre zone dove questa forza è significativamente inferiore. È evidente come sia necessario, per il futuro, programmare a livello centrale maggiori risorse rispetto a quelle attuali».

Qual è la situazione in Piemonte?
«Nella nostra Regione la spesa sanitaria rappresenta oltre l’80% del bilancio regionale; una fetta così rilevante porta ovviamente con sé la necessità di concentrarsi su politiche mirate, in questo momento storico in particolare, al recupero di un equilibrio finanziario che oggi è il problema più rilevante, che manca ormai da troppe legislature e che condiziona molto la struttura complessiva dell’offerta sanitaria, sia pubblica che privata accreditata».
Esistono modelli da valutare e da cui prendere spunto per il nostro territorio?
«Il nostro sistema sanitario è molto diverso da quello delle altre nazioni, dipendente dal governo centrale nello stanziamento e nella ripartizione delle risorse, ma decentrato a livello regionale nella gestione delle strutture e dell’erogazione dei servizi. È un unicum, davvero. Ma ribadisco, tutto dipende dalle risorse: ad esempio in Francia la quota di spesa sanitaria è quasi doppia rispetto all’Italia con una popolazione poco più numerosa. Se a questo aggiungiamo anche il tasso di invecchiamento crescente della popolazione italiana si intuisce facilmente perché dobbiamo far fronte, soprattutto in questo periodo, a numerose emergenze quali ad esempio il fenomeno delle liste d’attesa troppo elevate».

Prima parlava della presenza o meno di forza imprenditoriale che potrebbe essere di supporto all’intero sistema sanitario. Dal suo osservatorio, quanto conta la collaborazione tra pubblico e privato?
«Il peso del mondo privato nel sistema sanitario piemontese è attualmente molto basso; parliamo dell’8% circa, pari a poco meno di 700 milioni di euro, valore peraltro fermo da oltre 12 anni. Ritengo che un maggiore peso specifico e un maggior coinvolgimento del settore privato possa essere utile a sostenere l’intero sistema, grazie alla capacità di essere flessibile e adattabile alle necessità del momento. Senza dimenticare la capacità di investimento dell’investitore privato: oggi investire in strutture sempre più accoglienti dal punto di vista dei percorsi e dei servizi, sempre più organizzate nella gestione degli asset produttivi, nella tecnologia, nel digitale, con professionisti e medici di provata capacità, è indispensabile per riuscire ad erogare prestazioni di livello qualitativo clinico e di servizio di assoluta eccellenza. Per questi motivi auspichiamo che la collaborazione tra pubblico e privato possa crescere in futuro per dare un miglior servizio ai nostri cittadini e per realizzare quella che sarebbe la vera funzione della rete privata accreditata, cioè di spalla del servizio erogato dagli ospedali pubblici».
A questo proposito quali sono le direttrici secondo cui dovrebbe muoversi questa sintesi a favore poi degli utenti?
«Il recupero dell’equilibrio economico finanziario di cui parlavo prima è vitale, a mio parere, per dare respiro a tutto il settore. Le prestazioni da mettere al servizio degli utenti devono aumentare, se non altro per far fronte alla crescita del tasso d’invecchiamento della popolazione con conseguente crescita della domanda di salute; il pubblico potrebbe concentrarsi su quelle prestazioni salvavita o comunque percorsi clinici complessi, come la traumatologia o l’oncologia, di cui la rete oncologica piemontese è un bell’esempio; i privati, a loro volta, potrebbero concentrare il loro impegno sulla parte diagnostica e sulla chirurgia a “minor complessità” e di maggior routine. Il che avrebbe un duplice vantaggio: saturare la capacità produttiva inespressa del privato accreditato e snellire le liste d’attesa che soprattutto nel periodo post Covid hanno avuto un’impennata molto rilevante. La creazione dei presupposti per la crescita dell’attività privata o assicurata è, per gli ospedali privati accreditati, spesso un obbligo di sopravvivenza tenuto conto che la capacità produttiva saturata dai budget che ci vengono assegnati dalla Regione per fare attività SSN è molto bassa rispetto alla capacità produttiva dell’intero ospedale. Oggi il settore privato, anche grazie a quella capacità di investire in tecnologia, sul digitale e sui percorsi organizzativi a cui accennavamo prima, sta diventando molto attrattivo e lo sarà sempre di più anche per nuove figure professionali manageriali e per giovani specializzandi e specializzati».

Ha introdotto il tema delle risorse umane. Lei ha esperienze gestionali molto importanti, come vede il settore da un punto di vista occupazionale, immagina che possa essere un motore di sviluppo da questo punto di vista?
«L’incidenza occupazionale nell’ambito sanitario è molto rilevante e abbraccia un numero di figure professionali importante: pensiamo ai medici, ai tecnici di laboratorio e di radiologia, agli OSS, agli infermieri, per passare all’amministrazione, al personale dei servizi accessori, al personale tecnico, fino agli esperti di informatica, di comunicazione e marketing. L’ospedale è davvero un mondo che include un coacervo enorme di professioni. Di opportunità, dunque, ce ne sono e ce ne saranno molte. Ricordiamoci che gli investimenti nelle risorse umane rappresentano il vero patrimonio delle aziende, alle quali è indispensabile dare formazione e creare piani di crescita mirati ad personam. Solo così potremo arrivare ad avere le risorse necessarie giuste per affrontare le sfide del futuro».
Quali sono le nuove professioni che saranno più richieste nei prossimi anni, a suo giudizio?
«L’intelligenza artificiale è già entrata nella medicina e negli ospedali. Sempre più, in prospettiva, vedremo crescere la richiesta di specialisti in AI o big-data; professionisti di telemedicina e sanità digitale; tecnici di robotica chirurgica e riabilitativa; biotecnologia e genomica; cyber security e strateghi del wellbeing. Queste sono, secondo me, le aree che regaleranno più opportunità alle generazioni di un futuro che è già cominciato».

Concentrando il discorso sul Koelliker, qual è il percorso che sta seguendo oggi l’ospedale?
«L’ospedale Koelliker ha una storia d’eccellenza davvero lunga; limitando il focus agli accadimenti più recenti, l’ospedale è stato acquisito nel 2021 dalla famiglia Giubergia con un’idea di progetto fondata su alcuni concetti chiave: qualità, che si declina da un punto di vista clinico, con i migliori protocolli diagnostici; con personale medico e infermieristico in possesso di skills di eccellenza; con percorsi di customer experience all’interno dell’ospedale costruiti sulle caratteristiche dei pazienti che afferiscono all’ospedale; con percorsi completi intesi come presa in carico del paziente a 360 gradi; quest’ultimo lo ritengo particolarmente qualificante perché, anche se alcuni step del percorso di cura del paziente non sempre sono erogabili dalla nostra struttura, facciamo in modo di poterli proporre grazie a partnership con altri ospedali. Ecco, questo è un processo che io credo possa diventare una leva di efficienza e un modello da seguire per tutte le realtà sanitarie, siano esse pubbliche o private accreditate; avanguardia tecnologica in diagnostica per immagini, in chirurgia robotica, in telemedicina e in servizi web; organizzazione: attraverso le gestioni operative di ricovero e ambulatoriali volte a efficientare gli asset produttivi e il lavoro in team di tutte le funzioni di staff. Non possiamo poi non citare la formazione tecnica e culturale delle risorse umane: progetti di valutazione del personale e piani di carriera ad personam e multidisciplinarietà sui percorsi clinici. Il tutto deve essere supportato dal concetto di sostenibilità dell’organizzazione nel suo complesso. Recentemente abbiamo anche fatto la scelta di stimolare e supportare l’anelito di molti dei nostri professionisti verso la ricerca scientifica creando la Fondazione Koelliker, dove raccogliere e sviluppare progetti e idee. Lavorando sulla qualità certamente si arriva molto più facilmente all’efficienza».
In questo contesto, qual è il ruolo delle risorse umane all’interno di una struttura come quella che lei dirige?
«Il ruolo delle risorse umane è assolutamente centrale nella nostra organizzazione. Il focus è seguire e supportare la crescita dell’individuo. Cerchiamo di stimolare molto le nostre persone partendo spesso dalla logica del “why, how, what”: perché facciamo questo mestiere, quindi la mission aziendale, come pensiamo di raggiungere gli obiettivi della mission e quali sono le azioni pratiche che andiamo a implementare. Solo con la motivazione e un percorso di crescita professionale mirato oggi si tengono a bordo le persone e si creano i dirigenti del domani».

In chiusura un suo giudizio su Torino e sul Piemonte: le classifiche dicono che non siamo messi così male, ma che ci sono ambiti in cui si deve assolutamente migliorare.
«Oggi Torino e il Piemonte rappresentano un quadro variegato e complessivamente positivo in diversi ambiti, con punte di eccellenza ma anche aree che necessitano di attenzione e percorsi di miglioramento. Il declino del mondo dell’automotive ha spostato il focus dell’attrattività di Torino sul suo patrimonio artistico e culturale e su una ricca offerta di eventi. Punti di forza della città e del territorio limitrofo oggi sono i musei di fama internazionale, le residenze sabaude, eventi internazionali quali il Salone del Libro e il Torino Film Festival, eventi enogastronomici che abbracciano vasti territori della regione, spesso legati alle tradizioni locali e alla natura, eventi sportivi di rilevanza mondiale come le ATP Finals, le Universiadi invernali, il Tour de France e il Giro d’Italia; eventi musicali quali l’Eurovision e i tantissimi concerti di star nazionali e internazionali; istituzioni universitarie di grande rilevanza come il Politecnico. Dal punto di vista delle aree di attenzione sicuramente c’è la necessità di mantenere alto il livello di innovazione e attrattività, specialmente per le nuove generazioni, e di aumentare la capacità ricettiva della città adeguata agli eventi che ospita; la bellezza della città e del territorio piemontese merita di essere valorizzata per diventare sempre di più meta privilegiata per il turismo e gli investimenti».
(foto MARCO CARULLI)
