Torino, Inverno 2024 – 2025
Viviamo in un’epoca in cui l’innovazione e il progresso sono presupposti fondamentali, sia nell’imprenditoria che nella quotidianità. Tuttavia, dimentichiamo spesso quanto il primo passo verso il cambiamento sia il più difficile: rompere schemi consolidati dalla consuetudine è, senza dubbio, una delle sfide più grandi per l’umanità. Lidia Poët, prima donna ammessa all’Ordine degli Avvocati in Italia, ci ricorda quanto sia complesso – e coraggioso – sfidare lo status quo. Lo stesso accade nel mondo dell’impresa, dove stereotipi, vincoli culturali e sistemi consolidati rappresentano ostacoli non solo per le persone, ma per l’intero sistema economico.
In Italia meno del 20% delle aziende è guidato da donne, e il gender gap rimane una barriera concreta. Ma perché esiste ancora questa disparità? Certo, parte della risposta risiede nei retaggi culturali e nei pregiudizi che accompagnano l’idea che una donna possa ideare e guidare un business come o meglio di un uomo. Ma non è tutto. Molto spesso i vincoli alla crescita non sono solo personali, ma strutturali. Il contesto imprenditoriale è stato infatti pensato da uomini per uomini. E così, ancora oggi, la leadership femminile è vista come un’eccezione, anziché come una normale possibilità, o addirittura un’opportunità. Uno dei pregiudizi più radicati è che le donne debbano “scegliere” tra carriera e famiglia.
Questo dualismo di aspettative – uomini invincibili e donne fragili – è una gabbia per tutti
Questa narrazione, oltre a essere superata, è profondamente controproducente: in un’azienda moderna il successo dipende dalla capacità di conciliare visione strategica e gestione delle risorse, e non in base al genere di chi guida. È tempo di smontare l’idea che le competenze abbiano un genere e iniziare ad accogliere prospettive diverse come una ricchezza e non come un’anomalia. Ma gli stereotipi non colpiscono solo le donne. Anche gli uomini, soprattutto i giovani imprenditori, vivono sotto la pressione di ruoli predefiniti: bisogna essere forti, sempre sul pezzo, capaci di affrontare ogni rischio. Questo dualismo di aspettative – uomini invincibili e donne fragili – è una gabbia per tutti. È forse il vincolo più grande per una crescita sana e sostenibile.
Per superare questi vincoli – economici, culturali, personali – serve un cambio di paradigma. L’imprenditoria del futuro dovrà essere inclusiva, non perché giusta, ma perché intelligente. Studi dimostrano che le aziende con leadership diversificata performano meglio in termini di innovazione, produttività e ritorno economico.
Eppure, il cambiamento non è immediato. Richiede tempo e scelte consapevoli. Serve formare nuovi imprenditori e imprenditrici che vedano il business non come un semplice gioco di numeri, ma come una rete di relazioni e valori. È necessario un sistema educativo che insegni non a competere, ma a collaborare, e servono modelli, come Lidia Poët, che ci ricordinoil valore del coraggio di non conformarsi. Immaginiamo un mondo in cui il gender gap non sia più un problema da risolvere, ma un concetto relegato al passato.
Un mondo in cui non ci chiediamo più se una donna possa essere un buon CEO o se un uomo possa scegliere di essere padre a tempo pieno senza sentirsi sminuito. Per arrivarci dobbiamo agire oggi: come imprenditori, leader, società. È un percorso lungo, non impossibile. E, parafrasando la determinazione di chi ha saputo sfidare ogni barriera, se il diritto non riconosce il valore delle persone, è il diritto a dover cambiare. Lo stesso principio vale per il mondo dell’impresa, il lavoro da fare è molto, e il coraggio di rompere gli schemi deve rimanere il nostro compito principale.
