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Luca Davico

Torino è migliorata ma non lo sa

di Gianni Dimopoli

Autunno 2019

COMPIE 20 ANNI IL RAPPORTO GIORGIO ROTA SU TORINO, UNA RICERCA CHE OGNI ANNO ACCOMPAGNA LA TRASFORMAZIONE DELLA CITTÀ. ALLA NUVOLA LAVAZZA IL 26 OTTOBRE.

Incontriamo Luca Davico nella centralissima sede del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi. Sociologo, ricercatore al Dipartimento interateneo (Politecnico e Università di Torino) di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio, il professor Davico insegna Sociologia urbana e Sociologia dell’Innovazione. Autore di numerose indagini e sondaggi su città e funzioni metropolitane, trasformazioni urbane, sviluppo sostenibile, sistemi dell’istruzione e del welfare, eventi e turismo, è il coordinatore del Rapporto Giorgio Rota su Torino dalla prima edizione del 2000.

Le nostre analisi, condotte con metodi scientifici su dati oggettivi, spesso hanno avvalorato le sensazioni generali, ma altrettanto spesso hanno sfatato luoghi comuni o il comune sentire

Come e perché nasce il Rapporto Giorgio Rota su Torino?

«Il Rapporto prende il nome dall’economista torinese morto nel 1984 all’età di 40 anni. Seppure breve, la sua carriera di docente universitario e di consulente delle più importanti organizzazioni e istituzioni italiane, sia pubbliche sia private, è stata ricca di successi. La lucidità delle intuizioni nelle sue analisi su quanto si andava verificando negli andamenti dell’economia reale; il suo interesse per i processi storici, alla ricerca di differenze e analogie; la sua fermezza e pazienza nel sostenere i suoi punti di vista: sono questi i suoi lasciti maggiori, che cerchiamo di onorare con il nostro impegno continuo nella pubblicazione del Rapporto a lui intitolato. Il Rapporto è nato per volontà dell’associazione L’Eau Vive e del Comitato Giorgio Rota, poi Fondazione Rota, confluita nel 2012 nel Centro Einaudi. Il Rapporto accompagna dal 2000 la trasformazione di Torino, cercando ogni anno di leggerne successi e fallimenti, traguardi raggiunti e nuovi obiettivi. Ma soprattutto, come sosteneva Giorgio Rota,cercando di spiegare con linguaggio ordinario le conclusioni conseguite utilizzando i più rigidi tecnicismi».

Quali competenze lavorano al Rapporto?

«Al Rapporto collaborano con me sei colleghi esperti di pianificazione territoriale, affiancati da giovani ricercatori dell’Università e del Politecnico di Torino, oltre che dallo staff del Centro Einaudi. Ci avvaliamo ovviamente di una nutrita rete di collaborazioni con organizzazioni e istituzioni, che ci assistono nella ricerca dei dati che raccogliamo e analizziamo ogni anno per la produzione del Rapporto».

Come sostenete i costi delle ricerche?

«Fin dall’esordio non è mai mancato il sostegno della Compagnia di San Paolo, a cui dal 2016 si è aggiunto il contributo di Banca del Piemonte. Da quest’anno possiamo contare anche sull’aiuto di Reale Mutua Assicurazioni».

Può indicarci i maggiori mutamenti della città in questi 20 anni?

«In tutti questi anni le nostre analisi, condotte con metodi scientifici su dati oggettivi, spesso hanno avvalorato le sensazioni generali, ma altrettanto spesso hanno sfatato luoghi comuni o il comune sentire. Alcuni mutamenti della città sono sotto gli occhi di tutti, e riguardano il centro ma anche alcune periferie, decisamente più vivibili e belle rispetto alla loro situazione di 20 anni fa. Anche molti indicatori della qualità della vita sono nettamente migliorati: livello d’istruzione, dotazione infrastrutturale, qualità dell’ambiente. Ci sono alcuni dati che indicano invece un peggioramento: ad esempio, l’aumento del numero di sfratti denota un generale impoverimento della popolazione, mentre una bassa natalità, fenomeno che comincia a presentarsi anche nelle comunità provenienti dal sud del mondo, fa prevedere importanti problemi di crescita demografica».

Quella di quest’anno è la XX edizione del Rapporto Giorgio Rota su Torino. Qual è il risultato più evidente dell’ultimo Rapporto?

Alberto Anfossi, segretario generale di Compagnia San Paolo, e Camillo Venesio, AD e direttore generale di Banca Del Piemonte

«Già il titolo che abbiamo voluto dare al Rapporto di quest’anno, ‘Futuro rinviato’, lascia intuire il risultato finale delle nostre indagini. Il nuovo millennio era iniziato con una forte propensione della città a guardare lontano e mettere in pista numerose iniziative che potessero sopperire al venir meno delle prospettive industriali. Oggi possiamo registrare con orgoglio importanti traguardi raggiunti dalla città: innovazione tecnologica, cultura e creatività sono certamente settori che pongono Torino tra le eccellenze italiane ed europee. Anche la rete delle organizzazioni formative, Politecnico e Università in primis, è vanto della città: registriamo sempre più presenze a Torino di studenti attratti da tutto il mondo, ancora molti dalle regioni del sud Italia, soprattutto Sicilia e Puglia. Purtroppo, dobbiamo ammettere che la città non ha saputo costruire reali opportunità di lavoro in grado di trattenere questo patrimonio di giovani qualificati. E questo non è l’unico dei traguardi che non abbiamo raggiunto tra quelli che ci eravamo posti 20 anni fa. Se guardiamo alla periferia nord della città, ad esempio, dobbiamo ammettere come la fotografia attuale non sia molto dissimile da quella del 2000: esistono oggettivamente situazioni difficili, a cui non abbiamo saputo porre rimedio non per disattenzione o cattiva volontà, ma spesso solo per aver sottovalutato  l problema, da affrontare con mezzi decisamente superiori a quelli preventivati».

Vuole provare a sintetizzare in un aggettivo Torino 2000 e Torino 2020?

«Per il 2000 userei certamente l’aggettivo ‘progettuale’. Per la Torino di oggi ricorrerei al termine ‘inconsapevole’. Come ho detto, la città è per molti versi oggettivamentemigliorata, sia urbanisticamente sia come qualità della vita. Ma noto che i torinesi non ne sono consapevoli e che, allo stesso tempo, hanno smarrito la capacità di riconoscersi in grado di cambiare le cose che non vanno. È lo stesso atteggiamento che ritrovo nei miei studenti di oggi, decisamente più abili di quelli di 20 anni fa, ma nient’affatto dotati della grinta, della cattiveria direi, per pretendere cambiamenti laddove la situazione lo richiederebbe».

Qual è oggi il rapporto tra gli intellettuali e i decisori pubblici? E quale dovrebbe essere?

«Su questo mi definirei fortunato: le nostre relazioni con gli amministratori locali sono ottime. Godiamo di ampia considerazione, anche grazie all’autorevolezza che siamo stati capaci di conquistarci in questi anni. Sono profondamente convinto che, secondo il principio “conoscere per deliberare”, come diceva Luigi Einaudi, le nostre ricerche devono servire ai nostri amministratori per avere coscienza dei fenomeni e provare a prendere decisioni coerenti. È naturale che non sempre abbiamo registrato risultati soddisfacenti, però devo ammettere che, quando ho potuto confrontarmi con assessori tecnicamente competenti, l’interlocuzione è stata decisamente più proficua. E tutto ciò ha trovato praticoriscontro in alcune azioni poi realizzate».

Un’ultima domanda, professore. Se lei fosse il sindaco di Torino, cosa farebbe prima di tutto?

«Difficile dirlo per una persona come me, che non ha né le capacità né l’ambizione per un tale ruolo. Ma se la sindaca Appendino me lo chiedesse, le direi di lavorare prima di tutto per riportare tra i torinesi quel sentimento di orgoglio di far parte di questa comunità, presupposto essenziale per recuperare l’entusiasmo che la città sembra aver perso. Poi le suggerirei di non  cancellare pregiudizialmente le cose buone realizzate in passato: penso ad esempio al terzo piano strategico elaborato non da Fassino o dalla sua giunta, ma da centinaia di personalità dei vari mondi della città, presentato nella seconda metà del 2015 e subito accantonato con il cambio dell’amministrazione. E, ancora, le raccomanderei di accogliere qualunque suggerimento per promuovere maggiormente l’attrattività turistica della città con semplici azioni a costo zero. Ad esempio, oggi è nascosto tra le pagine del portale istituzionale della città un encomiabile progetto di valorizzazione dell’arte pubblica a Torino: si nota immediatamente che è un servizio di consultazione per appassionati della materia, e invece sarebbe di bassissimo costo, ma di alto impatto, una semplicissima guida, in evidenza su una pagina del sito turistico di Torino, che consentisse ai visitatori di battere percorsi inesplorati alla scoperta del più ricco patrimonio di arte pubblica al mondo, quindi fruibile liberamente e gratuitamente solo perdendosi tra strade e piazze su tutto il territorio della città».

(Foto di FRANCO BORRELLI)