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Massimo Feira

Una nuova stagione per la Fiat Auxilium Torino

di Tommaso Cenni

Autunno 2018

TRACCIAMO CON L'AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA FIAT AUXILIUM TORINO UNA 'MAPPA' DELLA RINNOVATA FIAT TORINO, DAGLI ANNI DELLA RINASCITA A OGGI: IL PASSAGGIO DAL PALARUFFINI AL PALAVELA, IL COACH LARRY BROWN E UN ROSTER TUTTO DA SCOPRIRE

Per la Fiat Auxilium Torino inizia una stagione di grandi cambiamenti: un organico rivoluzionato e una nuova casa, il Palavela. In un campionato di serie A ormai acquisito e di contro sempre più competitivo, l’Auxilium ha ben chiaro il proprio obiettivo: rimanere in categoria e puntare in alto. All’interno di una serie di operazioni atte al raggiungimento di tale scopo, vi è il passaggio, epocale, alla struttura del Palavela. Dell’inedito campo e di molto altro, come la figura del mitico coach statunitense Larry Brown, ci racconta più nel dettaglio Massimo Feira, amministratore delegato dell’Auxilium. Quali altri importanti progetti vengono portati avanti? Quali sono i margini di miglioramento e benefit per la città?

Il Palaruffini è stato la nostra casa per tanto tempo, luogo di ricordi indelebile, un po’ come quella Fiat 500 del nonno, magari la nostra prima macchina, a cui tutti vogliono bene. Chiaro che per un viaggio lungo pensiamo più a una moderna 500X. O nello specifico a un palazzetto più ampio, vivo tutta la settimana, con una serie di potenzialità che è nostro dovere non trascurare

Un breve riassunto, la Fiat Auxilium si è conquistata il diritto di stare tra le grandi a livello nazionale e internazionale: la Coppa Italia vinta, la finale di Supercoppa, le dirette TV e radio, come se ormai fosse la normalità. Noi però sappiamo che in realtà tutto è nato dall’idea di un percorso con alla base molta passione e professionalità. Conferma?

«Diciamo che si è trattato di un lungo cammino che il presidente Antonio Forni aveva già tracciato: riportare la squadra in serie A nel giro di tre anni e ridare un palcoscenico adatto alla squadra di Torino con più visibilità. Ricordo nel 2015 un palazzetto con quattrocento persone la domenica e man mano che il sogno di salire in serie A si faceva più concreto, vedevamo crescere le presenze, e anche le speranze. Ci sono state poi una serie di partite storiche e singoli episodi indimenticabili, il canestro di Trento con la palla che rimbalza ed esce, la partita drammatica ad Agrigento l’anno della promozione quando forse neanch’io ci credevo più, d’altronde non eravamo certo noi i favoriti a salire, ma Verona».

E invece…

«E invece ce l’abbiamo fatta. E poi l’anno dopo, lottando per salvarci, con quei dieci minuti di attesa all’ultima partita aspettando il risultato da Bologna, con quattromila persone in silenzio a pregare, in un’altalena fra inferno e paradiso, fra retrocessione e salvezza. E anche lì ce la cavammo. Oppure ancora la prima in serie A con Reggio Emilia, che ci asfaltò, ma indelebile rimane l’emozione per l’esordio in prima serie. Altro passaggio è stato l’impegno preso insieme a noi da Fiat, il salto di qualità che suona come una certificazione di qualità, e che ci ha permesso di ottenere la Wild Card e di riportare il basket europeo a Torino».

E in questo senso, anche con una logica europea, che una valenza strategica, è il passaggio dal Palaruffini al Palavela. Cosa significa avere una casa del basket di questo livello?

«Tutto è partito da un semplice calcolo matematico: spesso e volentieri i posti al Palaruffini non erano sufficienti per il nostro pubblico. In più v’era la convinzione in società di avere un palazzetto di proprietà da poter utilizzare a 360°. Il Palaruffini è stato la nostra casa per tanto tempo (dal 1979 al 2000, per poi riprendere dal 2015 al 2018, ndr), luogo di ricordi indelebile, un po’ come quella Fiat 500 del nonno, magari la nostra prima macchina, a cui tutti vogliono bene. Chiaro che per un viaggio lungo pensiamo più a una moderna 500X. O nello specifico a un palazzetto più ampio, vivo tutta la settimana, con una serie di potenzialità che è nostro dovere non trascurare».

Siamo curiosi, ci racconti un po’ di questo Palavela…

«Al di là della dimensione monumentale, e quindi della comodità e della potenzialità di presenze, molto maggiori del Palaruffini, ciò che ci sta a cuore è che il Palavela sia un erogatore di servizi, possibilmente efficienti. Un luogo in cui grazie alle cinque aree di ristoro si garantiscano pause più rapide e gradevoli negli intervalli; uno spazio in cui gli sponsor abbiano la possibilità di presentare le proprie aziende e la società di organizzare i propri eventi. Insomma un palazzetto moderno che abbia la forza e la lungimiranza di aggiornarsi di anno in anno per essere vivo ogni giorno della settimana e non solo il week-end della partita».

Parliamo dei giovani, un riferimento per chi gioca ma anche bacino di futuri tifosi e affezionati, partendo dai più piccoli. Quanto conta questo elemento di interscambio generazionale nella vostra idea di basket?

«Quest’anno parte il progetto Fiat Generation che corre su due binari: la creazione di una under 13/14 e una collaborazione sempre più stretta con gli under 18 del CUS Torino. Elementi nuovi e genuini che vanno a inserirsi in quel percorso che volevamo fosse l’Auxilium Basket Academy, e cioè un network che mettesse in comunicazione la ‘galassia’ delle nostre società dilettantistiche di pallacanestro sul territorio».

Durante l’intervista

Veniamo alla community, la capacità di fare sistema con gli attori principali che hanno a cuore la città è stato un vostro pregio fin dall’inizio. Una scelta azzeccata: tenere unite, coinvolgendole, aziende e imprese locali, raccontando questa avventura anche grazie ai media del territorio.

«Ci abbiamo lavorato tanto, coinvolgere per noi è sempre stato un po’ sinonimo di vivere questa avventura in maniera serena, consapevoli che questa squadra non è ‘nostra’ ma è ormai patrimonio di una città, della gente, fa parte del DNA di Torino. Lo può essere come il Toro o la Juve o la Mole Antonelliana,con la dovuta umiltà. Quindi la viviamo come una cosa di tutti e da qui nasce lo spirito di collaborazione».

Veniamo ora alla novità per eccellenza: il coach. Larry Brown è una leggenda vivente del basket made in USA, unico allenatore della storia ad aver vinto il titolo nazionale NCAA e il titolo NBA; un uomo di 78 anni oggi calato in una nuova realtà. Lui com’é?

«Parliamo di una persona estremamente giovanile, curiosa, aperta al confronto e disponibile ad ascoltare e capire. Poi però ha i gradi del leader e riesce a sorprendere tutti quotidianamente, dai giocatori allo staff. Si tratta di una scelta che non è solo ‘d’immagine’, ma nasce da una forte convinzione, e cognizione, tecnica, per la quale l’abbiamo fortemente voluto»

Il coach Larry Brown

L’idea di gioco di Larry Brown è difatti particolare: molto verticale, diretta, con pochi tiri da tre, un’esaltazione degli uno contro uno e del sacrificio di squadra. Quanto è più facile fare uno scatto in più in aiuto di un compagno se è il guru di Brooklyn a chiedertelo?

«Probabilmente è più difficile dirgli di no. Poi dipende dall’attitudine dei giocatori in primis, le capacità motivazionalidi Larry Brown le conosciamo un po’ tutti e sono storia; detto questo il gruppo pare avere questa disponibilità».

Il capitano, Peppe Poeta, è l’anima della squadra, i neoacquisti Marco Cusin, il ‘Cuso’, ex Olimpia Milano con cui ha vinto lo scudetto, e Carlos Delfino, ex NBA, portano tanta esperienza. Di qui un enorme potenziale da sfruttare.

«Sì è un bel gruppo, una discreta miscela fra grande esperienza, nazionale e internazionale, anche con James Michel McAdoo, e interessanti prospetti meno conosciuti dalle nostri parti ma che Larry Brown ha fortemente voluto. Per conoscerli basta venire al palazzetto. Chiaramente aspettando il ritorno di David Okeke (da febbraio fermo per problemi cardiaci, ndr)».

Una rosa da grandi ambizioni, un palazzetto che se pieno può essere un sesto uomo. Il bello dell’inizio è che ci si può non porre limiti. Cosa sogniamo?

«Confidiamo in una stagione allegra, con una squadra allegra, che si diverte e fa divertire. Poi penso che i risultati vengano di conseguenza. Bisogna anche saper vincere. Intanto so una cosa: se la squadra si diverte, chi entra al palazzetto per la prima volta, non può fare a meno di tornare».

(Foto di FRANCO BORRELLI e UFFICIO STAMPA FIAT TORINO AUXILIUM)