L’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, è un’organizzazione internazionale con sede a Parigi che promuove politiche per migliorare il benessere economico e sociale dei suoi paesi membri (ad oggi 36). Missione che porta avanti con svariate iniziative che passano inevitabilmente da parecchi studi e analisi condotti per andare a identificare (e misurare) stato dell’arte e temi cruciali da cui passa il nostro futuro.
Uno degli argomenti più esplorati dall’OCSE nel corso degli anni è quello del tempo applicato alla vita umana, e quindi in particolar modo l’aspettativa di vita. Un dato molto importante perché, salvo rare eccezioni, ci riconsegna una buona fetta di argomenti per discorrere della qualità della vita in un Paese. Chiaro, una società civile ha il compito di interrogarsi non solo sulla quantità di anni che una persona vive, ma ovviamente di come essa vive; distinguendo fermamente tra vita e sopravvivenza, concetto peraltro molto caro a diverse letture sociologiche e psicologiche.
Attuata la doverosa premessa, passiamo ai dati dell’Health at a Glance: Europe 2023, ampio report redatto proprio da OCSE. Addentrandoci nel testo (lo potete trovare gratis online in formato PDF), scopriamo che l’Italia ricopre una delle posizioni più alte nella classifica europea relativa all’aspettativa di vita, ovvero 3° posto, dietro solo a Svizzera e Spagna, con una media di 83,8 anni alla nascita. E in generale la media italiana non scende mai sotto quella europea (81,5) con picchi di oltre 85 anni per esempio in Trentino. Ecco, diciamo che statisticamente in Europa si vive molto più che negli altri continenti, salvo alcune mosche bianche come Corea del Sud o Giappone (primato mondiale).
Contribuiscono a questi risultati davvero tanti fattori, sia economici che culturali (la relazione, con le sue 240 pagine, è veramente esaustiva), ma il dibattito di oggi vira verso un altro interrogativo: come cambia la nostra società in base a questi dati? Sorvolando i temi della sostenibilità economica o delle pensioni (non è la sede adeguata per parlarne), approfondiamo una tendenza sempre più rilevante: il Senior Housing.
Di che si tratta? In breve: sistemi di appartamenti indipendenti organizzati intorno a una serie di servizi comuni aggiuntivi, pensati per i bisogni di persone over 65, ancora in buona salute, dinamici, curiosi e pieni di possibilità. Ed è un modo di concepire la terza età molto distante da come siamo in realtà abituati noi italiani, infatti il concetto è nato nel nord dell’Europa, in realtà già dagli anni ’60. Ma, e lo sappiamo fin troppo bene, anche la società italiana cambia, e queste evoluzioni, affiancate a un’aspettativa di vita sempre maggiore, hanno messo sotto i riflettori anche nel nostro Paese il format del Senior Housing.
Ne vediamo i segnali in modo evidente: ad esempio a Torino ha inaugurato da non molto una sede cittadina di Specht Residenzen (in corso Palestro), branchia torinese di Specht Gruppe, leader tedesco del Senior Housing dal 1988 (oltre 150 residenze), già in Italia dal 2019 con la struttura di Siena. Insomma, se anche i colossi del settore investono in Italia, l’impressione è che questa piccola, grande rivoluzione dell’abitare sia già in atto anche da noi…
