Estate 2024 TQ Braille
Estate 2024
In copertina, per questo numero di Torino Magazine Estate 2024, c’è Mathieu Jouvin, sovrintendente del Teatro Regio e nuovo innamorato di Torino. Francese di nascita, torinese d’adozione, il sovrintendente è simbolo di tutti i “nuovi” innamorati di Torino; e poi osservatore cittadino d’eccezione, protagonista di una delle realtà culturali più rilevanti del nostro territorio, uomo rappresentativo dello sguardo internazionale che la città ha assunto.
Di seguito il best off degli articoli più interessanti di questo numero. Ecco quindi i punti di vista degli editorialisti, Guido Barosio, Paolo Griseri, Enrica Tesio, Gian Paolo Ormezzano, Darwin Pastorin e Gianni Dimopoli; la cover story che ci permette di conoscere Mathieu Jouvin attraverso le sue stesse parole; il viaggio del nostro direttore in Polonia, passando da Cracovia e Varsavia; una guida non convenzionale al food torinese, un itinerario estivo atipico e gourmet per chi resta in città anche ad agosto; 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni selezionati dalla nostra Ristoguida; per concludere con l’immancabile scorcio su luoghi e personaggi insoliti di Torino.
Indice
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- La città più elegante d’Italia, editoriale di Guido Barosio
- Il PIL delle mummie e non solo quello, l’editoriale di Paolo Griseri
- Libri d’estate, editoriale di Enrica Tesio
- Non era più football, editoriale di Gian Paolo Ormezzano
- Pelé e Garrincha, sogni spezzati di Madama, editoriale di Darwin Patorin
- Le vacanze al tempo di Torino smart city, editoriale di Gianni Dimopoli
- Viaggio del direttore in Polonia, Cracovia e Varsavia
- Guida non convenzionale al food torinese
- La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
La città più elegante d’Italia
editoriale di GUIDO BAROSIO
Con Davide Scabin mi lega una di quelle amicizie di lungo corso dove ci si dice sempre tutto, a ruota libera, senza cercare conferme (non ne abbiamo bisogno) ma piuttosto idee, paradossi, approcci inediti a quello che ci circonda. Così, una sera, parlando di Torino, mi chiede: «Lo sai cosa mi dicono della città gli ospiti del Carignano? Lo sai qual è per loro il nostro tratto distintivo?». Poi Davide risponde a se stesso con una sentenza: «Dicono tutti che Torino è elegante, la più elegante tra le città italiane». Ed è un dato che deve ispirarci, perché i clienti di Davide sono esattamente quel target qualificato e alto spendente di cui abbiamo bisogno. In più è la reference list che vogliamo far tornare, perché nel turismo non si vince inseguendo one-shot, ma creando fidelizzazione. Consegniamo il concetto di eleganza a coloro che stanno ipotizzando il city branding di Torino.
Un passo indietro. Cos’è il city branding? Una strategia di comunicazione che porta alla costruzione dell’identità di una città. Quindi comunicazione in un’ottica di promozione. Gli elementi da prendere in considerazione? Quelli tangibili – patrimonio monumentale e artistico, benessere economico e infrastrutture, eventi – e quelli intangibili: fascino, storia, mito, cultura, stile… I soggetti da colpire – con campagne adeguate (la comunicazione costa, anche se in Italia facciamo finta di non saperlo) – sono i residenti (per aumentare il senso di appartenenza), i potenziali residenti (imprenditori e popolazione universitaria), i turisti e gli organizzatori di eventi. Le basi sono: un nuovo logo (da apporre ovunque) e una narrazione efficace, sintetica, sincera, emozionante.
Il più riuscito city branding è quello di New York City, concepito da Milton Glaser nel 1977, quando la Grande Mela stava vivendo uno dei momenti più bui della sua storia. La scritta e il lettering “I love NY” (in cui love è un cuore scarlatto) restano ancora oggi inimitabili. In Italia quasi nulla di memorabile. Budget inadeguati e soluzioni troppo cerebrali. Sembra che Torino ci stia provando, ma ci riserviamo qualche dubbio. Il city branding annunciato per il 2023 difficilmente ci sarà nel 2024. L’incarico ad Amanda Burden del colosso Bloomberg Associates (che sinora si è fermata poche ore a Torino) ci sembra affascinante, ma poco connesso con la città, che va conosciuta molto bene quando si parla di city branding. Il parallelo coinvolgimento, che ci pare volenteroso ma superficiale, di cittadinanza e stakeholder, rischia di allungare i tempi senza stringere sul risultato. Dove sono nati gli studi di comunicazione più qualificati d’Italia (qui da noi, ndr) occorrerebbe scegliere in modo chiaro, bene e rapidamente. Torino ha bisogno di un nuovo logo, perché siamo fermi al toro rampante di medioevale memoria. Sembra avere le idee chiare sull’anima di Torino Mathieu Jouvin, a cui abbiamo dedicato la nostra cover. Per lui questa non è una piccola Parigi, ma ricorda invece Vienna, coi suoi caffè, le librerie, l’eleganza delle sue vie.
Ed ecco tornare il concetto di eleganza, che può essere davvero la sintesi che stiamo cercando… Come affermò Coco Chanel: «L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare», mentre per Christian Dior: «L’eleganza deve essere la giusta combinazione di distinzione, naturalezza, cura e semplicità». Questa invece ha la firma di Gianni Agnelli: «L’eleganza è una qualità dello spirito». Può una città essere elegante? Certo che sì. Può farne il proprio tratto distintivo? Sicuramente, a patto che si individui un logo e non si allochi un budget da dilettanti, perché questa è una sfida che non si può perdere, ma neanche pareggiare. E serve essersi già seduti a tavola col nostro genius loci. Se il city branding ce lo facciamo spiegare da oltre oceano rischiamo di essere provinciali di rimbalzo. Vogliamo coinvolgere i gotha della comunicazione? Invitiamoli alla presentazione di qualcosa che li sappia stupire, come seppero stupire i brand di un signore che con Milton Glaser dialogava alla pari: Armando Testa, lui al MoMA di New York era di casa. Le nostre radici del saper fare creativo.
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Il PIL delle mummie e non solo quello
editoriale di PAOLO GRISERI
Nel 2017 il Museo Egizio commissionò all’Università uno studio sulle ricadute economiche del flusso dei visitatori sulla città. Sui giornali lo chiamammo, un po’ scherzosamente, lo studio sul PIL delle mummie. Si rideva ma il risultato fu sorprendente: il flusso dei turisti nel palazzo dell’Accademia delle Scienze produceva in un anno ricadute per 187 milioni di euro. Era il 2017 e il museo stava diventando una meta turistica importante perché nel 2015 erano stati realizzati lavori di profonda ristrutturazione delle sale, quelli, per capirci, che hanno portato nei sotterranei la parte delle biglietterie. Poi c’è stata l’interruzione del Covid, ma dopo la pandemia il flusso dei visitatori è tornato ad aumentare e aumenterà ancora, perché i lavori di ristrutturazione di quest’anno sono fatti proprio per aumentare il numero delle sale.
C’è ragione di credere che oggi il PIL delle mummie sfiori i 400 milioni. Poi ci sono gli altri musei della città. Basterebbe questo aneddoto a convincere anche i più recalcitranti di quanto sia ormai importante l’industria della cultura a Torino. Sembrano ormai lontani i tempi delle discussioni oziose che mettevano in alternativa lo sviluppo della manifattura torinese con quello della cultura e del turismo. In tutto il Piemonte, ha ricordato il governatore Alberto Cirio, gli addetti dell’industria culturale sono circa 20.000 e producono il 3,5 per cento del PIL regionale. Come tutte le industrie anche quella della cultura ha bisogno di continui investimenti.
Ha suscitato polemiche la scelta dell’amministrazione comunale torinese di ridurre i fondi alle associazioni di 1,7 milioni per concentrarsi sul progetto biblioteche, che ha il suo cuore nella ristrutturazione del palazzo Nervi di Torino Esposizioni, nuova sede della Biblioteca civica. Un’operazione ambiziosa che si propone di riqualificare contemporaneamente tutto l’asse del Po dal Valentino alle Vallere.
Scopriremo solo a fine lavori, si annuncia a giugno 2026, se e come la scommessa sarà stata vinta. Il messaggio che viene dall’esperienza degli ultimi anni è che l’offerta culturale, al pari di qualsiasi altro prodotto, per rendere va continuamente aggiornata e rinnovata. E messa in rete. Quindi non solo i musei, ma anche le ATP Finals, nella speranza che vengano prorogate. E poi gli appuntamenti di “turismo alternativo”, quelli di arte contemporanea, in cui la città si è guadagnata un ruolo internazionale, e il Kappa FuturFestival, di fama mondiale nella musica elettronica.
Che cosa si potrebbe fare di più? Collegare meglio Torino. Senza infrastrutture anche la cultura soffre. Basta chiedere ai ristoratori del centro storico per scoprire l’effetto immediato e consistente che ha avuto sul loro giro di affari il ritorno di Ryanair a Caselle. Il treno veloce Malpensa-Caselle-Torino potrebbe avere un impatto molto maggiore. Così come il collegamento ferroviario veloce tra Torino e Nizza attraverso il Mercantour. Progetti futuribili, certo, ma forse l’unica strada, insieme alla conclusione della Torino-Lione, per far uscire la città dall’isolamento. Insomma, abbiamo per le mani un pacchetto considerevole di offerte turistiche e notevoli possibilità di sviluppo. Il PIL della cultura e del turismo torinese potrebbe svilupparsi ulteriormente. A patto che a ogni cambio di orario stagionale le ferrovie non penalizzino i collegamenti della città. Anche nelle piccole cose: è incredibile che ancora oggi non ci sia un collegamento diretto, senza fermate intermedie, tra Porta Susa e Caselle. Basterebbe un quarto d’ora invece degli attuali 31 minuti. Il tempo è denaro, come la cultura.
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Libri d’estate
editoriale di ENRICA TESIO
Certi libri mi aspettano, mi guardano dallo scaffale o dal comodino in paziente attesa del loro momento. Sono titoli impegnativi, mattoni che non possono essere sbocconcellati le sere di giorni lavorativi, hanno bisogno di tutta la mia attenzione, hanno bisogno di tempo e il loro tempo è finalmente arrivato, perché è quello delle vacanze. L’estate è la stagione delle mie personali maratone letterarie. Parto con un po’ di volumi cartacei e metto in valigia anche il kindle. Con il kindle è un vero corpo a corpo, potrei scrivere Il kindlesutra: mille posizioni per leggere con piacere. Sul fianco, la testa sul cuscino, il kindle sdraiato anche lui, reggo fino a quando la cartilagine dell’orecchio fa il callo. Sulla schiena con il kindle in sospensione e le braccia piegate sulla testa, reggo fino a quando mi assopisco e mi faccio cadere il dispositivo in fronte. E via così. Il problema è che la passione che io nutro per i libri pare non sia trasmissibile, né genetica, i miei bambini non hanno manifestato ancora il mio stesso entusiasmo di fronte a una nuova storia in cui immergersi.
È che non si può convincere qualcuno a leggere, così come non si può convincere qualcuno a innamorarsi, succede e basta. Tutti gli argomenti che usano i professori a scuola e che uso anche io mi sembrano, in questo senso, parziali e sciocchi. Diciamo che i libri sono cibo per l’anima, espandono il vocabolario, sono un viaggio da fermi. Che i libri aprono la mente. Ma non credo sia proprio così. In verità credo che non apprendiamo nulla leggendo, ma che leggendo diventiamo qualcosa, cosa non lo sappiamo, ma ci trasformiamo, sia perché nel momento in cui leggiamo siamo trasportati in un altrove che ci abita, sia perché partecipiamo del meglio che abbiamo in noi. La lettura, dicevo, è come l’amore, questione di incontri, incontri il tuo libro ed è fatta. Nella mia personale formazione, l’iniziazione vera e propria fu ad opera di Stephen King e di una raccolta di racconti che si intitola Stagioni Diverse, manco a dirlo la lessi un’estate, avevo quattordici anni. Mi aprì la mente? Non so, ma di sicuro mi spaccò in due il cuore. Mi auguro che accada presto anche ai miei figli, magari proprio durante queste vacanze.
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Non era più football
editoriale di GIAN PAOLO ORMEZZANO
Quanto segue è tutto inventato però tutto verosimile, dunque più vero del vero costruito, finto, fasullo che spesso nel calcio (soltanto?) ci viene ammollato, e nel caso di noi giornalisti vi ammolliamo, in vari modi e forme. Dunque accadde che il Grande Torino tornò in campo, in campionato, per una di quelle elementari magie legate – penso, temo – all’intelligenza purtroppo artificiale. I suoi giocatori erano quelli che sapete, un pochino stropicciati dalla paura provata quando l’aereo, che li riportava a casa da Lisbona, stentava a trovare l’aeroporto cittadino e vagolava nella bufera. Tornò quel Toro nella serie A con la squadra che prima vinceva sempre e che però adesso non vinceva più.
Valentino Mazzola era temutissimo ergo marcatissimo, e veniva subissato di falli. Quando reagiva un briciolino l’avversario, appena toccato o anche soltanto sfiorato, subito si contorceva come se fosse stato travolto da un’orda di dinosauri arrabbiati e l’arbitro abboccava. Loik senza il solito gran Mazzola al fianco non era più lui. Menti era sbalordito di dover calciare le sue celebri punizioni su barriere chiusissime, vicinissime, che fra l’altro gli opponevano pure un calciatore sdraiato, dietro i compagni, contro i tiri rasoterra, una cosa umiliante per il gioco (gioco???!!!) del pallone. In quell’attacco Ossola era troppo tecnico per sopravvivere ad agguati regolarmente sleali, e Gabetto… Bé, il gran funambolo acrobata Gabetto volitava in area, ma non aveva peso. Era anziano, era reduce dalla Juve del quinquennio, e facilmente lo prendevano per la maglia e lo tenevano giù, con arbitri sempre pavidi verso il potere, sapete quale, se non incapaci già di per sé.
E dietro? Bacigalupo insisteva a peccare di carenza di autostima, quando era lui il più bravo di tutti i portieri. Davanti a lui Ballarin era sin troppo pulitamente atletico, giocava un calcio semplice, non arzigogolava mai, pativa chi lo diceva sempre un po’ troppo sommario per il Grande Barnum. Al suo fianco il sublime Maroso usciva pulito e splendido dall’area palla al piede, giocava a testa alta e veniva cercato, trovato e bloccato da raggi laser speditigli negli occhi dagli spettatori criminali che sapete. Al centro della difesa Rigamonti scavallava generoso, ma era anche lui vittima della eccitazione scaltra e infame degli avversari che si dicevano colpiti irregolarmente, urlavano persino e tenevano la scena mentre i compagni rifiatavano e gli infermieri e sinanco i medici facevano finta di essere preoccupati. I due mediani Grezar e Castigliano erano giocatori troppo tecnici puri per capire qualcosa di quel bordello sceneggiatissimo.
Tutto ma tutto il gioco era diverso da quello che gli ex Invincibili praticavano. La gente poi era coinvolta, quasi istruita a far casino ignobile, i tifosi veri erano annichiliti da agitatori professionali. La televisione accompagnava, offriva, imponeva, enfatizzava anche con trucchetti il tutto, che non era più football. Ci voleva qualcosa, qualcuno per sbloccare la tragicommedia, la farsa ignobile: Gabetto era uomo di mondo, nobile e saggio, e chiese di essere sostituito.
Venne schierato un centravanti di gran peso fisico, un colombiano di bella pelle scura, si chiamava Duvan Zapata, aveva già 33 anni ma teneva dentro ancora tutta la voglia di saltare e colpire di testa più in alto di tutti, e infatti vinceva le speciali classifiche dei cannonieri de cabeza. Lui al posto di Gabetto che fu ancora più amato dai tifosi veri, e se lo meritava eccome. Entrò dunque Zapata, gli Invincibili ripresero a vincere, tanto era sì cambiato ma non c’era più neppure una forte stampa sportiva scritta a spiegare, ammonire, consigliare, insomma a raccontare bene.
E così solo noi vecchi tifosi granata della borgata sportiva Superga capimmo tutto.
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Pelé e Garrincha, sogni spezzati di Madama
editoriale di DARWIN PASTORIN
Tanti fuoriclasse hanno sfiorato la Juventus, senza però mai giungere, alle volte per un soffio, alla corte di Madama. Il primo nome da sogno fu Pelé, fuoriclasse assoluto, mito del Santos e della Seleção verdeoro: negli anni ‘60 venne corteggiato dall’Inter e, soprattutto, dalla Juve. Il mensile della società, Hurrà Juventus, se ben ricordo, mise in copertina la Perla Nera nella convinzione di poter vedere il campione arrivare a Torino e fare coppia con il funambolico “Rebelde” Omar Sivori.
Il possibile trasferimento fece quasi scoppiare una rivoluzione non solo a Santos, ma in tutto il Brasile. Intervenne a quel punto il presidente brasiliano João Goulart, che bloccò la cessione, parlando di Pelé come di “un patrimonio nazionale”. Anche un giovanissimo Maradona finì, quando già faceva il fenomeno nell’Argentinos Juniors, nel mirino della Vecchia Signora. Ma le segnalazioni di emissari, allenatori dalla vista acuta ed ex calciatori non convinsero Giampiero Boniperti, con qualche rammarico, va detto, per Gianni Agnelli, che aveva una passione per i frombolieri d’Argentina.
Ricordo quando il direttore di Tuttosport, l’indimenticabile Piero Dardanello, soprannominato da Gianni Brera “Pierin Dardanide”, mi disse di cercare, ovviamente al telefono, il “Gullit biondo” della Colombia, ovvero Carlos Valderrama: «Piace alla Juve, datti da fare». Dalla cabina del giornale, dove si potevano effettuare le chiamate intercontinentali, cercai un collega a Cali, lo trovai facilmente e mi diede, senza problemi, il numero di Carlos. E in nemmeno un’ora eccomi ad avere l’esclusiva con il numero 10 sudamericano.
Mi confermò di desiderare la società bianconera, simbolo di successo e famosa anche nella terra di Gabriel García Márquez. La trattativa non andò in porto, probabilmente per questioni economiche, chissà. Ma un altro colpaccio mancato fu quello di Mané Garrincha, ala destra dalle gambe storte, tragica e poetica, dalla finta spiazzante e dalle serpentine impossibili, mundial in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962.
Sulla sua storia di asso imprevedibile e imprendibile, e di personaggio onirico, ho scritto due libri: il primo nel 1996 per Limina (Ode per Mané, Quando Garrincha parlava ai passeri, prefazione di Gianni Minà, postfazione di Maurizio Maggiani, post scriptum di José Altafini), il secondo nel 2023 per tenere a battesimo Garrincha Edizioni (Garrincha, Tra dribbling, poeti e angeli smarriti, prefazione di Giovanni Salomone). E proprio nel comporre questo secondo “canto” ho scoperto, navigando sul web, una storia poco conosciuta, pubblicata da un sito sportivo facendo riferimento al prestigioso quotidiano carioca O Globo.
Ecco il fatto: Mané, negli anni Sessanta, poteva finire alla Juventus! Da strabuzzare gli occhi. Paulo Amaral, preparatore fisico della Seleção nella straordinaria spedizione del ‘58, venne ingaggiato da Madama nel 1962 come allenatore (resterà soltanto per una stagione in bianconero) e cercò di convincere Boniperti e gli Agnelli a prendere Garrincha, con una frase che suonava più o meno così: «È uno capace di vincere una partita solo».
La Juve preparò una buona offerta, ma il Botafogo, il club di Mané, dopo averci pensato e ripensato, disse di no, per non far piangere i propri tifosi! I bianconeri riprovarono a sondare i carioca nel ‘64, ma davanti ai problemi fisici dell’ala tutto svanì in una nuvola di fumo. Già, che peccato. Vinícius de Moraes modulò: «La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino».
Insomma: dal campo al mito. Ma non alla Juventus.
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Le vacanze al tempo di Torino smart city
editoriale di GIANNI DIMOPOLI
Ma come volete che siano le vacanze? Ma smart, no? Intelligenti: non come quelle di Remo e Augusta Proietti nel celeberrimo episodio del film Dove vai in vacanza? (1978), bensì come quelle di Non c’è campo (2017), un simpatico film su un gruppo di liceali in gita in un paesino del Salento e sulle loro reazioni alla scoperta di “non avere campo”. Ma non è necessario andare in Salento per sconfiggere la nomofobia: io, ad esempio, trascorrerò le mie vacanze a Torino, in maniera inconsueta.
La nomofobia (così si chiama la sindrome da disconnessione) è certamente un disagio più da adolescenti, ma non sono pochi gli adulti che ne presentano chiari sintomi. Quindi, prima di arrivare a tanto, credo proprio che quest’agosto mi regalerò un periodo di detox tecnologico, complice l’usanza italica di sospendere, proprio in agosto, la gran parte delle attività aziendali e professionali.
Per un buon detox tecnologico basta seguire poche regole, che gradualmente ci libereranno dalla dipendenza da smartphone, tablet, internet, social, e Torino è la città ideale, smart anche in questo, per questa sfida: si può cominciare da poche ore, per esempio “dimenticando” a casa il cellulare durante una passeggiata in uno dei tanti parchi della città, e proseguire a cena con amici, magari privilegiando quei locali che hanno iniziato la sana abitudine di bandire l’uso del cellulare, con piccole attenzioni in più per i clienti disciplinati.
Insomma, nel giro di una settimana è possibile riuscire a trascorrere intere giornate senza degnare di alcuna attenzione qualunque cosa funzioni con l’energia elettrica.
È vero, ormai il paradigma always-on, amplificato dal biennio pandemico, sembra irrinunciabile: utilizziamo spesso l’alibi dell’eventuale emergenza di un familiare o di un amico, ma allora usiamo l’espediente di condividere il nostro percorso disintossicante con un nostro convivente, alternando questi periodi di disconnessione prolungata.
Sono assolutamente consapevole che non è affatto un impegno semplice: non a caso sono rintracciabili in rete tanti siti pieni di consigli utili, e inoltre sono nate organizzazioni che accompagnano in questi percorsi di disintossicazione. Ma se questo non bastasse, esistono certamente soluzioni più drastiche, come quella raccontata da Eric Brende, ricercatore del MIT (Massachusetts Institute of Technology) nel suo libro Meglio senza (Ponte alle Grazie, 2005), la sua provocatoria avventura in un villaggio amish, tra calessi e tinozze per il bucato: un libro che ho letto e che mi ha fatto molto riflettere sui ritmi e le priorità che la nostra organizzazione sociale andava subdolamente affermando già una ventina di anni fa.
Nelle nostre vacanze smart, quindi, impariamo a preferire spazi e tempi che ci aiutino a liberarci dalla dipendenza tecnologica che tanti danni rischia di provocarci: danni psichici, sebbene il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), non lo riconosca formalmente; ma anche fisici, come ci informa dal suo sito l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche: «… Sono sempre di più le persone che soffrono di disturbi come per esempio il “texting neck”, ossia il cosiddetto collo da SMS: continuare a guardare lo schermo tenendo la fronte verso il basso è come avere un bambino di 7Kg sul collo, ogni volta».
Buone vacanze, dunque, e che siano smart, ovviamente.
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Cracovia + Varsavia, il futuro della storia
La nazione della rinascita perpetua
Primavera 1985, arrivo in serata alla stazione centrale di Varsavia: il deserto, tutto chiuso, luci basse, coppie di militari armati a sorvegliare i treni e il niente, con uno sguardo distratto verso noi, provenienti da Vienna. Poi, all’uscita, vedo un caffè aperto, l’unico, e come clienti due giovani con lo sguardo basso. Al tavolino due bicchieri con l’acqua calda e una sola bustina di tè, che si passavano tra di loro. Avverto l’imbarazzo, volto le spalle ed esco nel buio, benvenuto a Varsavia.
13 giugno 2024, quasi quarant’anni dopo, medesima stazione, pomeriggio inoltrato. Folla, negozi, punti ristoro. Se guardi e non ascolti le voci, potresti essere a Milano, Parigi o Madrid. Esci e, dietro le tue spalle, fanno bella mostra di sé i grattacieli di downtown: l’esibizione più evidente di una nazione locomotiva dell’Europa orientale, prezioso ponte tra est e ovest: magnifica nello stretto intreccio tra modernità e tradizione.
In quel viaggio del 1985 mi ero recato nella chiesa dove predicava padre Jerzy Popieluszko, 37 anni, ucciso dalla polizia di stato. Il luogo trasformato in tempio dai militanti di Solidarność. Una ragazza mi mostra le foto di folle immense con un omino piccolo che, pregando e arringando, cattura l’attenzione di tutti. Non sa come spiegarmelo, poi dice: «Questa è…Questa è…Patria!», già perché le messe di Jerzy furono le prime picconate al Muro. Tre anni più tardi l’elezione al soglio pontificio di Papa Wojtyla fu un altro colpo per il regime: nel 1989 il muro smise di prendere picconate e crollò.
Ecco, per capire veramente la Polonia di oggi occorre ripassare la storia di ieri, e anche di ieri l’altro. Storia che riappare, coi suoi personaggi, tra le vie, le piazze e i palazzi della nazione di oggi. Ho sempre pensato che una guida – umana, di carta, online, o di artificial intelligence – funziona se ti fa “vedere i fantasmi”. Se quei protagonisti di vicende lontane, o più vicine, escono dai muri e dalle porte per osservarti e avvicinarti, per farti vedere un mondo che non c’è più, il loro mondo.
E io, vi giuro, in questo viaggio ho incontrato Casimiro il Grande, l’altrettanto grande Pilsudski, Schindler con la sua lista, gli ebrei della più grande comunità al mondo, e ancora gli ebrei che affrontarono i nazisti con pietre e coraggio, poi padre Jerzy, poi Giovanni Paolo II…
La storia di un’aquila che guarda a occidente
Polonia, una terra di campi infiniti e città fortificate, ha vissuto secoli di turbolenze e rinascite. La sua storia è un intreccio di orgoglio e resistenza, un romanzo di lotta e speranza. La geografia e la geopolitica non sono mai stati un elemento favorevole.
La terra dell’aquila con le ali spalancate (emblema sin dal medioevo) ha sempre avuto il capo rivolto a ovest, come nella ricerca ostinata di un destino europeo. Però la mancanza di confini naturali l’ha messa nelle mire dei tre grandi imperi continentali: Austria, Russia e Germania.
Le pagine di storia cominciano a sfogliarsi mille anni fa. Il cristianesimo unisce nel 966 la nazione sotto una fede comune. Cracovia, con le sue torri e i suoi mercati, divenne il cuore pulsante del regno. Nel 1364 Casimiro III il Grande fondò l’Università di Cracovia, uno dei più antichi istituti di istruzione superiore d’Europa. Nel 1503 Nicola Copernico osò sfidare le stelle stesse, proponendo che il sole, non la terra, fosse al centro dell’universo.
Il Seicento e il Settecento videro crescere la comunità ebraica, che assunse grande rilevanza culturale e demografica. Il XVIII secolo portò la tragedia delle Partizioni e la Polonia venne divisa tra Russia, Prussia e Austria. Jean-Jacques Rousseau scrisse: «Polacchi, se non potete evitare di essere inghiottiti, potete evitare almeno di essere digeriti».
Nel 1918 la Polonia riacquistò la sua indipendenza. Varsavia divenne la capitale di un nuovo inizio, ma il sollievo fu breve. Nel 1939, con l’invasione della Germania e dell’Unione Sovietica, ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale. Varsavia fu distrutta, il ghetto ebraico raso al suolo, milioni di abitanti persero la vita. Dopo, la Polonia – “spostata” verso ovest per desiderio di Stalin – cadde sotto l’ombra del comunismo.
Il resto è storia recente. Con il “papa venuto da lontano” e Lech Wałęsa icone della libertà ritrovata. Tappe più recenti: l’ingresso nella NATO e nell’UE, 1999 e 2004. Per Isaac Singer: «La Polonia è una terra di mille storie, di mille culture, tutte intrecciate in un mosaico di dolore e bellezza».
Il nostro viaggio punta verso le due città più emblematiche del paese: Cracovia, la prima capitale, risparmiata dalle devastazioni della guerra, polo culturale e artistico di levatura assoluta, e Varsavia, l’imprescindibile, il luogo della storia e della memoria, risolutamente affascinante nella sua propensione al nuovo.
La città dell’ermellino
Per Henryk Sienkiewicz: «Cracovia è un libro aperto della storia polacca, scritto con monumenti, strade e piazze». Per Wislawa Szymborska: «Cracovia è una città di poesia, dove ogni pietra e ogni angolo ha una storia da raccontare». Alcune mai rivelate, come testimoniò Joseph Conrad.
Dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO già nel 1973, il centro storico della città è un osanna al Medioevo e al Rinascimento, come lo sono le città del Veneto e della Toscana, che in qualche modo lo ricordano. Questi i capolavori da ammirare trattenendo il respiro. Rinek Glówny, la più grande piazza medievale d’Europa, espone, nel suo centro Sukiennice, il mercato dei tessuti, che da 700 anni non ha cambiato vocazione. Il Castello Reale di Wawel, situato sulla collina che domina la città, che include la cattedrale dove vennero incoronati e sepolti numerosi sovrani. Capolavoro di abbagliante bellezza la Cappella di San Sigismondo; nella Cripta di San Leonardo celebrò la sua prima messa Karol Wojtyla. La Basilica di Santa Maria, nella Piazza del Mercato, deve la sua notorietà universale all’altare in legno scolpito da Veit Stoss.
La storia di Cracovia si intreccia, a partire dal XVI secolo, con quella della comunità ebraica, che ebbe la sua “città nella città” a Kazimierz. Durante il Seicento e il Settecento fu un vibrante fiorire di attività religiose, culturali ed economiche; vennero edificate sinagoghe, scuole e istituzioni comunitarie. Durante l’occupazione nazista gli ebrei furono sterminati e deportati, per non tornare mai più a Kazimierz, che oggi resta un fascinoso (per certi aspetti misterioso) luogo della memoria. Dove i “nostri fantasmi” sono ansiosi di raccontarci la loro storia in ogni vicolo e dietro a ogni uscio. Mentre la Kazimierz di oggi – accattivanti ristorantini, negozi vintage, mercatini, gallerie d’arte, atmosfera bohémien – si incontra nella via Szeroka e in Plac Nowy.
Dove la tragedia del popolo ebraico si respira a pieni polmoni, è nell’ex fabbrica di Oskar Schindler, personaggio celebrato da Steven Spielberg, nel film vincitore di sette premi Oscar. L’edificio racconta le vicende dall’anteguerra alla fine del conflitto. Filmati, fotografie, cimeli, ma, soprattutto, allestimenti multimediali, trasportano il visitatore fino all’essenza dell’orrore, in compagnia di fantasmi mai così reali. Subito fuori Cracovia la visita d’obbligo è alle Miniere di Sale di Wieliczka. Un vero e proprio viaggio “verso il centro della terra”: gli impianti si estendono per oltre 300 chilometri di gallerie, arrivando a una profondità di 327 metri.
L’origine, leggendaria, le vuole concepite dalla principessa Kinga nel XIII secolo. La meraviglia coglie il visitatore metro dopo metro e lo spettacolo è garantito dalle formazioni minerali (che ricordano la neve e il cristallo), ma più ancora dalle opere in sale realizzate dai minatori nel corso del tempo: scene mitologiche, rappresentazioni del loro lavoro, infinite scene religiose. Il capolavoro assoluto è la gigantesca cappella di Santa Kinga, un pantheon della fede senza eguali, almeno come collocazione. Indimenticabile.
Lascio Cracovia con negli occhi La Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, l’opera del genio toscano che amo di più, conservata nel Museo Czartoryski. Quell’eleganza nel gesto, quell’uso delle sfumate, quel realismo delicato, quel senso di vitalità inimitabile, sono un omaggio implicito dell’arte italiana alla Polonia.
Varsavia, la sempre nuova
E adesso poco meno di tre ore in treno per arrivare a Varsavia, la capitale. Città da scoprire che ti lascia l’anima in costante movimento, per quella impressionante mutevolezza di scenari che si coglie in un quotidiano sliding doors; oggi tra le metropoli europee più interessanti.
«Varsavia è un miracolo di rinascita, una città che si è sollevata dalle ceneri della distruzione per diventare un simbolo di speranza e resilienza», scrive Norman Davies, uno che di storia se ne intende. Per il re dei reporter, il polacco Ryszard Kapuściński: «Varsavia è un laboratorio della storia, dove il destino di una nazione è stato scritto e riscritto».
Nel 1596 fu Sigismondo III a renderla, per la prima volta, capitale. Da allora Varsavia segue il destino dell’intera nazione. Alla fine del secondo conflitto mondiale due rivolte tatuano a sangue la capitale polacca: quella del Ghetto e poi quella di tutta la città, durata 63 giorni, terminata col massacro degli abitanti e l’abitato raso al suolo. Mentre i russi, i nuovi dominatori, attesero gli eventi, senza intervenire, dall’altra parte della Vistola. Dopo l’armageddon la città ricostruì meticolosamente il centro storico e divenne simbolo della resistenza contro il comunismo. Poi, finalmente, la libertà; e la nuova Varsavia.
A noi l’ha raccontata Joanna Bonini, (www.guidadivarsavia.it, blog in italiano con infinite informazioni). Dalle sue parole la città e dei sovrani e del popolo, degli antichi palazzi ricostruiti e dei nuovi edifici in vetro e acciaio che si alzano verso il cielo, è diventata un libro di parole, di racconti, di narrazioni, dove i “fantasmi” non mancavano mai, amichevoli, solerti nel farsi conoscere. Kapuściński amava dire che il reportage è un’opera collettiva, che scriviamo con chi ci accompagna. Per noi Joanna è stata molto più di una guida, il medium ideale per una città complessa, senza sintesi ma infiniti contrasti.
Ed eccoci alla top 5 di Varsavia. Pronti, via! Zamek Królewski, il Castello Reale. Imponente, austero ed elegante al contempo, è stato ricostruito in ogni minimo dettaglio, tanto da non far pensare che l’amorevole intervento sia avvenuto. Gli interni ci restituiscono la ricchezza di una grande monarchia rinascimentale del Bellotto, che vennero utilizzate per la ricostruzione.
Rynek Starego Miasta, la piazza del Mercato delle Città Vecchia; anche questa è una magistrale copia conforme dell’originale. Qui si trova la Sirena di Varsavia, il simbolo della città, creatura mitologica e guerriera che leva la sua spada contro i nemici.
Łazienki Królewskie, il parco Lazienki, è, coi suoi 80 ettari, il polmone verde della città. Luogo magico e nostalgico ricorda la figura di Stanislaw August Poniatowsky, ultimo re polacco. Di grande suggestione il celebre Palazzo sull’Acqua, tra i pochi edifici storici risparmiati dalla guerra. Ogni estate a Lazienki si tengono concerti di pianoforte dedicati a Fryderyk Chopin, approdo privilegiato dei massimi interpreti mondiali. Il Museo Polin sulla storia degli ebrei polacchi è una struttura di abbagliante efficacia architettonica, che racconta mille anni di vicende, dal medioevo alla contemporaneità.
La centrale elettrica di Varsavia, conosciuta come Elektrownia Powiśle, è situata nel quartiere Powiśle. Costruita tra il 1904 e il 1907 venne chiusa negli anni 2000; a quel punto iniziò un formidabile processo di riqualificazione e trasformazione, che mantenne il fascino originale degli impianti inserendo spazi commerciali e per eventi culturali, ristoranti, uffici, centri benessere, un hotel e appartamenti con vista sulla Vistola. Elektrownia Powiśle è oggi un simbolo della capacità di Varsavia di reinventarsi, mantenendo un originale equilibrio tra passato e futuro.
E ora il parco da cui osservare la città, che è anche il giardino sopraelevato più sorprendente d’Europa. Progettato dalla paesaggista Irena Bajerska, lo si può percorrere sul tetto della Biblioteca Universitaria della Città (BUW) ed è stato inaugurato nel 2022. L’obiettivo era creare un ambiente accogliente e rilassante per studenti, docenti e visitatori, integrando la natura con l’architettura contemporanea. Ovunque ponti, pergolati e sentieri che attraversano le diverse aree verdi. Siamo in un ambiente connesso con i più aggiornati dettami della sostenibilità, eppure onirico nel suo allestimento, quasi uscisse dalle pagine di Jules Verne, che centocinquant’anni fa immaginò un diverso futuro per il genere umano.
Il Greenwich Village di Varsavia
E adesso Praga, quartiere situato sulla riva orientale della Vistola, un tempo villaggio indipendente. A lungo considerato area fatiscente e pericolosa, oggi è un luogo bohémien e alternativo, tranquillo e colorato, caratterizzato da case in mattoni rossi, vicoli raccolti e romantici, giardini, piccoli ristoranti, case dismesse, chiesette raccolte, fiammeggiante street-art, cortiletti che esibiscono le antiche madonnine votive, apprezzate gallerie e negozi vintage. In gran parte risparmiato dai bombardamenti ha mantenuto la sua architettura storica, e noi lo abbiamo amato particolarmente.
Da visitare la Soho Factory, ex area industriale trasformata in moderno complesso culturale e creativo. Ospita gallerie d’arte, studi di design, teatri e ristoranti. Nel suo complesso si trova il suggestivo Museo Neon, che preserva ed espone le insegne dell’era comunista, al tempo le uniche fonti luminose della città. La vodka non è solo una bevanda, fa parte della storia e della cultura polacca: il Centrum Praskie Koneser ce la racconta in un museo dedicato. Oggi Praga è un quartiere sospeso tra passato e presente. La trasformazione, l’adeguamento degli edifici, ha lasciato spazio a una gentrificazione che, si teme, possa alterarne il contesto storico e identitario. Far coesistere questi elementi è una delle scommesse nella Varsavia dei prossimi anni.
La città verticale sfida il mondo
Abbiamo lasciato per ultima la città che punta dritta verso il cielo, quella con i grattacieli che ne hanno modificato per sempre lo skyline. Ansia da prestazione architettonica, coraggio urbanistico, la voglia di un nuovo che sia competitivo a livello internazionale.
Si inizia con un “vecchio nuovo” che fa da ponte tra passato e presente: il Palazzo della Cultura e della Scienza, regalo di Stalin ai polacchi nel 1952, uno dei più emblematici edifici del realismo socialista al mondo, certamente tra i più alti coi suoi 237 metri. Se gli abitanti lo hanno osteggiato per decenni ribattezzandolo “Il mostro” – nello spazio di fronte si tenevano le grandi parate del regime – in tempi più recenti hanno preso ad osservarlo con maggiore simpatia, imponendolo in tutto il merchandising turistico della città. Quel che è certo è che oggi si trova assediato da altre torri, firmate dai massimi architetti universali.
Ed ecco una sintetica mappa verticale. Warsaw Spire, la guglia di Varsavia, 220 metri di altezza, forma avvolgente mozzafiato, anno di costruzione 2016, progetto dello studio polacco Jaspers-Eyers Architects. Złota 44: 192 metri di altezza, anno di costruzione 2017, design distintivo e lussuoso, la torre residenziale più alta d’Europa, opera di Daniel Libeskind. Warsaw Trade Tower, anno di costruzione 1999, 208 metri altezza, sotto progetto dell’agenzia statunitense RTKL e dell’agenzia polacca Hermanowicz. Varso Tower, anno di costruzione 2022, architetti Foster and Partners, attualmente il grattacielo più alto dell’Unione Europea, con i suoi 310 metri, antenna compresa. Q22, anno di costruzione 2016, architetti Kuryłowicz & Associates, nei suoi 195 metri ospita uffici e spazi commerciali, il suo design moderno e sostenibile è stato pensato per ridurre l’impatto ambientale. Rondo 1, anno di costruzione 2006, 192 metri di altezza, progettato da Larry Oltmanns, quando lavorava per la Skidmore, Owings & Merrill. InterContinental Warsaw, anno di costruzione 2003, architetto Tadeusz Spychała, 164 metri di altezza. Cosmopolitan Twarda 2/4, anno di costruzione 2014, 160 metri di altezza, progettato dall’architetto tedescoamericano Helmut Jahn. E infine Skyliner, anno di costruzione 2021, 195 metri di altezza, un progetto di APA Wojciechowski Architekci.
Nessuna città europea, negli ultimi vent’anni, ha concepito un simile sforzo urbanistico per conquistare il cielo. Inoltre la data delle edificazioni ha permesso di approfondire al meglio le tematiche di sostenibilità, creando i grattacieli più green del continente. Sono loro i biglietti da visita di una nazione che sa osare, e vuole raccontarlo attraverso la potenza visionaria garantita dall’unione tra vetro, acciaio e cemento armato. La più appariscente sfida verso il proprio futuro.
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Guida non convenzionale al food torinese
Ecco una guida versione food, per non dimenticare che anche il (buon) cibo è cultura. L’idea qual è? Una sorta di mappa, più o meno convenzionale, più o meno conosciuta, con diversi consigli food & wine in città; per divertirsi, magari stupirsi, e soprattutto per sentirsi ancora (anzi sempre) in vacanza. Immaginiamo dunque una tier list, con cui poter non essere d’accordo, che copre, preferibilmente, i mesi da luglio a fine settembre circa, strizzando l’occhio con particolare insistenza alla stagione estiva.
Quindi, doverosa premessa, occhio alle chiusure agostine che da sempre sono meno prevedibili di un Europeo di calcio (anche se le “serrate” di un tempo paiono ormai appartenere a un’epoca di stradari e cabine telefoniche lontana, lontana…). Messe da parte le citazioni a George Lucas, come si compone questa mappa? Facile (si fa per dire): immaginate due sezioni distinte.
Nella prima parte 13 consigli spassionati, orgogliosamente non per tutti i gusti o palati, per esperienze enogastronomiche di valore in città. 13 come gli uomini minimi necessari a una squadra di pallone che voglia avere almeno due cambi. 13 come una sopravvalutata serie televisiva. O come la morte nei tarocchi (tiè tiè tiè, ndr).
Nella seconda sezione invece un racconto, una passeggiata dal mattino alla sera, da piazza Solferino a Revigliasco (qui ci si va in macchina però), con svariate indicazioni food.
Pronti? Cominciamo.
1. I nuovi panini già cult di Smashy
Ok, partiamo con qualcosa di assolutamente convenzionale per chi bazzica un po’ il nuovo food torinese: i panini smashati più famosi della città; marchio di fabbrica di un locale super specializzato, che in via San Massimo fa solo due panini (entrambi dannatamente bene) e le fries. Vi consigliamo Smashy in questa stagione perché attualmente pare che senza affrontare infinite code non si possa più mangiare un suo hamburger (o cheeseburger); e quindi meglio provarci d’estate, quando la gente fugge e restano solo i puri.
2. Madama Cristina Experience low cost
Sì perché via Madama sembra diventata un microcosmo tutto da scoprire. Con le scarpe comode e non nelle ore più calde della giornata la affrontiamo quasi tutta. Passeggiamo nel mercato della piazza (senza comprare nulla), guardiamo le vetrine di Ficini con le sue leccornie, ammiriamo corso Marconi nuovo e verde, progettiamo di prendere biglietti per la stagione autunnale del Colosseo, e poi per premio ci mangiamo un panino shawerma in via Monti 11 a La Terrasanta (che può sembrare ormai un blockbuster, ma invece è sempre real palestinese).
3. Pizza ad asporto in una location “controcorrente”
Franchino la pizza “romana” la vorrebbe sempre bassa e scrocchiarella, e anche a noi non dispiace come consistenza; ma in generale ci basta che sia buona. Tornando all’articolo, questo terzo consiglio è più che altro legato alla location, a un sogno concettuale… Ma prima di tutto ci serve una pizza ad asporto, deve essere “comoda” e ottima. Noi vi consigliamo qui Tellia (via Maria Vittoria 20), e nel punto N°4 un’altra valida alternativa, ma scegliete quella che preferite Il “nocciolo” è un altro: dove la mangiamo? In una location “controcorrente”, una piazza Santa Giulia semi-vuota, come in un’utopia alla Miller (o quasi), lontana dalla movida notturna o dalle operose attività dell’anno. Ci sediamo in piazza. Ci godiamo l’assurdo. Con una pizza che, mi raccomando, deve essere un’ottima pizza.
4. Capolavori da forno by Alessandro Spoto
E a proposito di Franchino Er Criminale (noto food content creator, ndr): quale forno si è preso un bel 10 in pagella a Torino? L’ottimo Alessandro Spoto, con le sue pizze e focacce e leccornie assortite. Per chi mastica forni torinesi, Spoto Bakery, o meglio Voglia di Pane (via Chiesa della Salute 23), è nome conosciuto. L’idea è questa: prendete un po’ di focaccia, qui dietro piazza della Vittoria, individuate una panchina all’ombra… Ecco il vero lusso esperienziale.
5. Le vinerie come piacciono a noi
Raramente Franco Rabezzana sbaglia business: e infatti la sua Vineria Rabezzana di via Monferrato 20/B è un’ottima idea. Passate per un aperitivo piemontese, magari consultando il calendario degli eventi; così vi accomodate in area pedonale e col calice fresco vi godete anche un concertino (con tomino).
6. L’Imbarchino con pochi studenti
Ovvero una cosa che può esistere solo quando arriva l’estate e gli studenti tornano a casa o partono per le vacanze. E di conseguenza voi, veraci patrioti urbani, potete degustare un Imbarchino più assaltabile, per una birra fredda in riva al Po in questo posto che può essere concepito solo o qui o nel suggestivo (e inclusivo) porto di Amburgo.
7. La birra buona in via Rocciamelone
Altro giro, altra birra; d’altronde l’estate mette sete. E poi a Torino è stata spillata la prima birra italiana di sempre (viva noi!). Ricercando ciottoli e temperature più umane, affidatevi ai ragazzi di Dogana (via Rocciamelone 12/A): tra i migliori in città se si tratta di buone birre.
8. L’izakaya da Donburi House
Se spalmati sul divano, con il ventilatore puntato, approfittate dell’estate anche per rifarvi una cultura sul cinema nipponico o anime, non perdetevi Donburi House. L’unica vera possibilità che avete a Torino per godervi un locale di izakaya autentico. Non sapete cos’è l’izakaya? Non è che possiamo spiegarvi tutto noi… vi basti sapere che è da provare. Donburi lo trovate in due indirizzi: via Maria Vittoria 34/D e via Stampatori 12.
9. Una bella cena (quasi) stellata in una location bellissima
Ovvero: cenare con uno dei menu di Alessandro Scardina al ristorante La Pista, sul tetto del Lingotto. Andate prima che la Rossa gli dia la stella. Perché i prezzi ad oggi sono ancora onestissimi a fronte di una qualità molto alta, e perché Alessandro ha talento. Vi divertirete, peraltro in un posto da cartolina.
10. Un nuovo bistrot per essere Felici(n)
All’ombra della Consolata c’è un nuovo, magnifico dehors. E noi non potevamo non metterlo nei consigli per l’estate. Qui potete fare colazione, pranzo, merenda, aperitivo… Tutto in Langa style, e tutto buono. Lo abbiamo detto altre volte: Felicin alla Consolata è una delle novità più liete del nostro anno gastronomico; voi non perdetevela. P. S. non giudicateci troppo per il gioco di parole nel titolo…
11. Ceviche mon amour
Probabilmente funziona come per certi amori: ci si guarda e si è già fregati. A noi è successo più o meno così con il ceviche. Classico, nikkei, con il tonno… fatelo un po’ come vi pare. È fresco, gustoso, esotico il giusto, e da qualche tempo anche Patrimonio dell’UNESCO. A Torino tanti i luoghi per gustarlo, ma per la versione street vi inoltriamo a Patria Cevicheria Street Food in via Berthollet 33/A.
12. Empanadas come in argentina ma al Castello di Rivoli
Il protocollo está claro. Se siete in cerca di un sogno di una notte di mezza estate in salsa vagamente sudamericana, abbiamo l’idea giusta per voi. Prenotate le vostre succose empanadas in corso Peschiera 198/B, da Alpi Empanadas (tutte rigorosamente preparate a mano) e portatevele su al Castello di Rivoli. Per una cena davvero speciale e con vista.
E ora il raccontino…
Quando ero un bambino l’estate a Torino era un affare da L’ultimo dei Mohicani. Ricordo via Monginevro con le serrande tutte giù. Un caldo equatoriale in via Di Nanni. Il parco Ruffini che sembrava la Copa América. Alcune cose sono uguali, altre sono cambiate. Ed è bello sia così, anche perché rimembro un pensiero di allora che suonava tipo: «Chissà come cambieranno le cose in futuro?». Ed ecco la risposta: per certi versi in meglio (certo, a posteriori son bravi tutti…). Torino è oggi una città sempre più turistica che, a differenza di diversi anni fa, si può vivere anche in estate. Cosa che torna utile quando uno cerca di disegnare un percorso food cittadino estivo.
Da dove partiamo? Da piazza Solferino, perché è bella e relativamente considerata. E perché al Bar Norman, recentemente ristrutturato, si può assaggiare una delle brioches vuote più buone della città (e non solo quella, menzione d’onore anche al pain au chocolat).
Da qui proseguiamo inizialmente su via Pietro Micca, ma poi ci spostiamo quasi subito in via XX Settembre. Prima di girare verso sinistra, segnaliamo in via Barbaroux 8 una bella panetteria-pasticceria, Cerea Artisan Bakery, un po’ nascosta, ma con ottime frecce al proprio arco.
Riprendiamo via XX Settembre, e arriviamo al fondo, giusto per spuntare al Duomo, dire “uao!” e accasarci in piazzetta 4 marzo. Cianci, Trattoria Spirito Santo… nella piazza più francese di Torino sedetevi dove capita. Altra segnalazione, soprattutto per i girapiole, qua dietro c’è Caffè Vini Emilio Ranzini (via Porta Palatina 9), da mettere in wish-list.
Salutato il pranzo utilizziamo il passage di Palazzo Reale per sbucare in piazza Castello (opzionale un giro ai Giardini Reali), elogiamo Carlo Mollino e il Regio, ci godiamo l’ombra dei portici di via Po, ricordandoci più in là di quando la Mole non era quel bellissimo Museo del Cinema che è oggi. Per smaltire il pranzo proseguiamo fino alla piazza più bella del mondo, ovvero piazza Vittorio, e scendiamo a vedere il Po. Nota bene: il caffè lo abbiamo preso al caffè Elena “brindando” a Cesare Pavese, perché siamo dei romantici; ma l’aperitivo lo prendiamo alla Vermoutheria Peliti’s dei redivivi Murazzi, perché siamo anche super contemporanei. Ci perdiamo nella vertigine di queste volte in mattoni (che è voglia di volare), e ci rilassiamo perché poi ci toccherà la scalata.
Letteralmente, perché Revigliasco in linea d’aria è tipo qua dietro, ma quanto sale questa strada… Infatti per cena, prenotando, optiamo per la Taverna di Frà Fiusch, un posto che è casa, ma anche certezza di ottime emozione gourmand. Qui la sera fa quasi fresco e sembra d’essere in vacanza. Ci lasciamo cullare da Ugo Fontanone e dal suo Piemonte emotivo impiattato. Certo, questo panorama, la città vista dall’alto, in fondo è abbastanza convenzionale, ma quant’è bella.
Il ritorno è a passo lento, una curva alla volta, con i finestrini giù e una degna colonna sonora. Qui è questione di gusti, e ognuno ha i propri. Noi ci limitiamo a consigliarvi posti buoni per mangiare, bere e stare bene, in vacanza a casa vostra.
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La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Al Cacimperio
in via Lamarmora 17
Ottimo posto per mangiare carne su griglia a Torino. Al Cacimperio è un grande classico, con tagli di carne pregiata italiani e dal mondo, e la griglia a centrotavola.
Andirivieni
in via Edoardo Rubino 43
Socialità, inclusione, buona cucina. Questo ristorante all’interno di Cascina Roccafranca è un’ottima osteria etica in cui mangiare ricette contemporanee e ben fatte.
Antonio Chiodi Latini
in via Bertola 20
Uno dei migliori ristoranti in città per degustare cucina vegetale d’alto livello. Complice la mano di chef Antonio Chiodi Latini, il cuoco della terra. Prezzi un po’ elevati, ma vale l’esperienza.
Azotea
in via Maria Vittoria, 49
Il miglior abbinamento cocktail-piatti d’Italia. Lo dice il Gambero Rosso. La cucina nikkei, ovvero giapponese-peruviana di chef Robles è già un cult torinese.
Barbagusto
in via Belfiore 36
In San Salvario una piola gestita da giovani, un luogo di risate e belle accoglienze, di cucina semplice e spontanea. Una trattoria urbana di cucina piemontese, con il giusto mood.
Bifrò
in via Mazzini 23
Tra le 21 migliori steakhouse d’Italia una è a Torino, ed è Bifrò. Prezzi medio-alti, ma qualità della carne veramente spaziale.
Caciucco
in via Amedeo di Castellamonte 2 a Venaria Reale
Il ristorante Caciucco si è spostato a Venaria, ma la formula vincente è sempre la stessa. Menù degustazione originale, divertente, con tanto pesce e soprattutto tante idee.
Caffè dell’Orologio
in via Morgari 16
Altra piola in San Salvario, un luogo da vivere tutto il giorno, con una cucina schietta e per certi versi d’altri tempi. Prezzi e cucina onestissimi: un’ottima idea per una trattoria semplice in cui mangiare bene.
Cannavacciuolo Bistrot
in via Umberto Cosmo 6
Antonino Cannavacciuolo non ha bisogno di presentazioni. Questo è il suo bistrot torinese. Emanazione della leggenda che ormai avvolge lo chef campano. Ha una stella Michelin, e quindi merita l’esperienza.
Carignano
in via Carlo Alberto 35
Una stella Michelin per il ristorante Carignano e quel geniale chef che è Davide Scabin. Uno dei più talentuosi chef italiani di sempre. Fiore all’occhiello di Torino.
Coco’s
in via Bernardino Galliari 28
Una delle ultime piole vere e veraci di Torino. Affianco al mercato di piazza Madama. Una trattoria urbana capace di attraversare le epoche e affascinare con la propria poetica semplicità. E con il gusto.
Condividere
in via Bologna 20
Condividere è stato sicuramente per un po’ di tempo uno dei più interessanti ristoranti in città. Un format nuovo, di condivisione appunto, curato dall’estro di chef Zanasi. Una meritata stella Michelin.
Contesto Alimentare
in via Accademia Albertina, 21
Ristorante piccolo, intimo, in centro città, che Francesca e Matteo hanno portato nel tempo a essere uno dei più amati dai torinesi. Piatti semplici ma curatissimi, e tanto gusto. Un cult? La panna cotta alla lavanda.
Cucina cinese
in via Madama Cristina 113
Cucina cinese di nome e di fatto. Vera, verace, a prezzi onestissimi. Niente a che vedere con la cucina cinese commerciale che si trova solitamente in giro. Per gli amanti del genere è un posto top.
Da Gino Pizzeria
in via Monginevro 46
Dovevamo scegliere una regina delle pizze al padellino di Torino. Non è facile. Ci sono Cecchi in via Nicola Fabrizi. C’è Da Michi in via San Donato. Il Cavaliere in corso Vercelli. E tanti altri. Ma per noi la pizza al tegamino, gloria e vanto di Torino, è da Gino in via Monginevro. Dove anche la farinata è spettacolare.
Del Cambio
in piazza Carignano 2
Forse una delle location più belle della città. Qui veniva a mangiare Cavour. E qui oggi cucina Matteo Baronetto, chef con una stella Michelin, e fiero alfiere della cucina piemontese d’alta classe.
Dolce Stil Novo
in piazza della Repubblica 4 a Venaria Reale
Dal 1994 chef Alfredo Russo è stellato Michelin, e dentro la Reggia di Venaria da trent’anni propone una cucina d’alta gamma, curata, intelligente e innovatrice quanto basta.
Felicin alla Consolata
in piazza della Consolata 5
Affianco al caffè del Bicerin. Venite qui per mangiare a pranzo i tajarin al ragù. Oppure per un aperitivo con calice di vino e crostini piemontesi. Felicin a Torino è la Langa in formato bistrot.
Gardenia
in corso Torino 9
Mariangela Susigan è una chef geniale. Con grande attenzione alla cucina green, e soprattutto con notevole talento, che le è valso una stella verde Michelin. Vale l’esperienza, specie per il menù degustazione.
Griglio
in via Lanzo 57
Capostipite del format delle macellerie con cucina. Per gli amanti della buona carne cotta su griglia (spiedini, costine, bistecche…) questo posto è praticamente il paradiso.
Il Barbabuc
in via Principe Tommaso 16
Ristorantino intimo di cucina piemontese, con qualche incursione da altre culture gastronomiche. In cucina chef Alberto, giovane, bravo e giramondo. Un posticino dai gusti molto interessanti.
Kadeh Meze Wine Bar
in via della Basilica 1
Meze e wine significa tipo mangia e bevi. Ecco quindi un tapas-bar turco nato dall’estro e della determinazione del giovane chef Stefan Kostandof, che ha consegnato a Torino un locale nuovo, fresco e intrigante.
Kenshō
in via dei Mercanti 16
Secondo noi il miglior ristorante giapponese di Torino. Prezzi un po’ alti ma nel complesso giusti per una cena che diventa non solo un’occasione di gusto, ma una vera esperienza di sensazioni che una volta almeno bisogna provare.
Kirkuk Kaffe
in via Carlo Alberto 16
Approdo sicuro per chi volesse gustarsi un po’ di sana cucina curda. Un bel viaggio tra sapori e soprattutto profumi del Medio Oriente. Tra spezie, tante verdure, ottimo tè e dolci sfiziosi.
L’Ancora
in via della Rocca 22
Andate qui per la buona cucina di pesce. Specie se crudo. Ma anche per gli ottimi primi o le spadellate di gamberi e piatti simili. Prezzi medio-alti, ma L’Ancora non si discute. Sempre un ottimo consiglio.
La Credenza
in via Cavour 22 a San Maurizio Canavese
Una stella Michelin per uno dei ristoranti stellati più famosi e storici della città. Un breve fuoriporta vi porterà in un vero tempio dell’alta cucina del territorio.
La Ferramenta del Gusto Emiliano
in via Giacosa 10
Il miglior posto in città in cui mangiare cucina emiliana. Quindi lasagne, tagliatelle, salumi… Un nome, una garanzia, che nel tempo si è ritagliato parecchio spazio a Torino.
La Taverna di Frà Fiusch
in via Beria 32 a Moncalieri
In realtà questa taverna è a Revigliasco. Ed è un bel ristorante, con una mentalità da trattoria. Quindi piatti curatissimi, ma autentici, e quasi tutti della tradizione di campagna piemontese.
Le Ramine
in via Isonzo 64
La definiremmo una bella trattoria torinese di classe e di quartiere. Che esalta al meglio dimensione “popolare” e allo stesso tempo una naturale eleganza. Il tutto non propriamente in centro città.
Madama Piola
in via Ormea 6
Piola di lusso in San Salvario. E non perché sia cara, anzi il rapporto qualità-prezzo è eccellente. Ma perché porta le ricette delle piole torinesi in una veste e con una cura un po’ più alta. Un ottimo esperimento ben riuscito. E non era scontato.
Magorabin
in corso San Maurizio 61
Marcello Trentini, una stella Michelin, è stato per tanti anni lo chef più punk della città. E nonostante il tempo passi è sempre lì, tra nuove idee, ottima cucina e ambiziosi progetti.
Mollica
in piazza Madama Cristina 2
Questi panini sono stati nominati miglior street food del Piemonte nel 2022. e probabilmente quelli di Mollica Piccoli Produttori sono tra i panini oggettivamente più buoni della città. Componeteli da soli, o lasciatevi guidare da loro.
Opera
in via Sant’Antonio da Padova 3
Stefano Sforza è uno chef di quelli bravi. Che cucina con estro ed eleganza. In questo ristorante d’alta classe che strizza l’occhio alla stella Michelin.
Osteria Antiche Sere
in via Cenischia 9
Obbligatoria la prenotazione per quella che è una delle migliori trattorie della città. Premiatissima e con merito. I prezzi si sono un po’ alzati, ma tutt’ora sono in pochi a riuscire a raccontare il Piemonte così bene attraverso dei piatti.
Osteria Rabezzana
in via San Francesco d’Assisi 23
Luogo di vino (perché è anche enoteca), buona cucina e musica. Tanti concerti all’Osteria ed eventi interessanti, ma soprattutto l’ottima cucina del territorio di chef Giuseppe Zizzo, ormai piemontese d’adozione.
Pescheria Gallina
in piazza della Repubblica 14
Trovate Gallina anche in San Salvario, ma noi vi consigliamo il luogo in cui tutto è iniziato. A Porta Palazzo, per comprare o degustare pesce freschissimo. Beppe Gallina è oggi un vero cult cittadino.
Piola Da Celso
in via Verzuolo 40
Piola autentica in zona Cenisia. Popolare nei piatti e nei prezzi, ma sempre curata. Un successo da sempre, e infatti la folla ne è chiara dimostrazione. Necessario il giro di antipasti.
Ristorante Consorzio
in via Monte di Pietà 23
Storico Tre Forchette della guida del Gambero Rosso. Questo è il classico posto in cui mandi qualcuno se vuoi raccontargli la cucina piemontese fatta per bene. Consigliata la prenotazione.
Ristorante La Pista
al quarto piano del Lingotto
Si tratta del ristorante sul tetto del Lingotto. La cucina di chef Alessandro Scardina strizza l’occhio alla stella Michelin con menù degustazione da fuochi d’artificio. Lui è bravo, giovane e consigliato.
Ristorante Larossa
Via Sabaudia 4
Chef Alessandro Larossa è giunto a Torino portandosi la stella Michelin. Uno dei re dei risotti del Piemonte si è piazzato a in città dunque, con tanta voglia di fare bene.
Scannabue
in largo Saluzzo 25
Sicuramente nella top 5 dei ristoranti in cui mangiare il buon Piemonte a Torino. Laurea ad honorem per la guancia brasata, la battuta di fassona e il bunet.
Sestogusto
in via Mazzini 31
Non la solita pizza, non le solite farine o le solite offerte. Ecco una delle poche pizze che possiamo orgogliosamente definire gourmand. Per una pizza speciale Sestogusto è un’ottima idea.
Suki
in via Amendola 8
In realtà ha due sedi: quella più da ristorante è in via Ormea. Ma noi segnaliamo la formula pranzo in stile bento del Suki di via Amendola; perché è divertente, sa stupire e ha un prezzo onestissimo.
Sushi del Maslè
in via Mazzini 37
Il sushi di carne a Torino ha un nome: Sushi del Maslè. Qui è nata questa moda, che poi si è espansa (vedi il Sushi del Manzò di via Gramsci), ma il Maslè resta un solido punto di riferimento.
Taverna Greca
in via Monginevro 29
Nota di merito per Greek Food Lab in via Berthollet, ma per noi la cucina greca a Torino è la Taverna Greca in via Monginevro. Piatti ricchi, clima rustico, prezzi giustissimi. Proprio come in Grecia.
Trattoria della Posta
in strada Mongreno 16
Una delle trattorie più antiche di Torino, con la famiglia Monticone che dagli anni ’50 se ne prende cura. Cult il giro di antipasti, imprescindibili gli agnolotti, speciali i formaggi.
Trattoria Lauro
in via Airasca 13
Chi l’ha detto che la piola a Torino deve proporre solamente insalata russa, vitello tonnato e battuta al coltello? Lauro è la piola torinese in formato cucina di pesce. Dagli spaghetti alle fritture. Meglio prenotare.
Unforgettable
in via Lorenzo Valerio 5
La tavola del talentuoso Christian Mandura vale la stella Michelin. Al centro c’è la cucina vegetale, ma soprattutto l’estro di un giovane chef prodigio diventato ormai grande. Unforgettable è un’esperienza sensoriale a tutto tondo.
Vale un Perù
in via San Paolo 52
La cucina peruviana a Torino si mangia in molti luoghi meritevoli di nota. Ma se dobbiamo sceglierne uno, diciamo il papà di tutti gli altri. Per noi il top del top: Vale un Perù. Ceviche, pisco e maracuja al massimo della forma.
Vintage 1997
in piazza Solferino 16
La stella Michelin più longeva di Torino, da oltre vent’anni. A volte è uno snobbato, ma se il Vintage si riconferma ogni anno è perché se lo merita. Un grande classico della cucina torinese.
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