Inverno 2024-2025 TQ Braille
Inverno 2024-2025
Torino Magazine sceglie Matilda De Angelis nei panni di Lidia Poët come copertina del numero Inverno 2024, un numero che racconta di un modo nuovo di comunicare la nostra città e lo fa attraverso Matilda De Angelis, protagonista de La legge di Lidia Poët, serie già cult di Netflix, una delle “fiction” italiane più vista di sempre. Lidia Poët come nuova icona glamour dunque, ma soprattutto come eroina ottocentesca, simbolo di rivoluzione e di lotta per la libertà. La Cover Story racconta proprio di questo: di una Torino inquadrata come non mai dalla macchina da presa e di una Matilda, diva-non diva, approfondita anche grazie al punto di vista di Camilla Cattabriga, fotografa dello scatto di copertina e grande amica della De Angelis.
Alla ricca Cover Story si sono poi aggiunti: il punto di vista di Guido Barosio; le interviste a Camilla Cattabriga, fotografa del nostro scatto di copertina, collaboratrice di Netflix, amicissima di Matilda De Angelis, e ai grandi eventi in città, dallo sport (Universiadi e Final Eight di Basket) a quelli ospitati dal Lingotto, fino ai trent’anni dell’European Training Foundation; immancabile lo spazio dedicato al dialogo con il mondo, e quindi al Viaggio del direttore, stavolta impegnato a raccontare il Messico in uno spettacolare viaggio tra sole giaguaro, paesaggi mozzafiato, Dia de los muertos e tanto altro.
In chiusura un ampio Speciale Food Inverno e la nostra Ristoguida dell’inverno.
Indice
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- Il toro, la salamandra e il camaleonte di Guido Barosio
- Matilda De Angelis e Lidia Poët in una Torino mai vista
- Intervista a Camilla Cattabriga: fotografare Lidia/Matilda
- Intervista a Umberto Gandini «Abbiamo scelto Torino e continueremo a farlo»
- Intervista ad Alessandro Ciro Sciretti «Le Universiadi? Uno spot incredibile»
- Intervista a Pilvi Torsti «Siamo pronti a presentare ETF alla città»
- Messico e Nuvole: sotto un sole giaguaro
- Speciale Food Inverno 2024: gusto e rivoluzione
- La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Il toro, la salamandra e il camaleonte di Guido Barosio
Questo editoriale è stato riscritto. Ed è la prima volta che accade. Non andava bene? Per nulla. E l’avevo condiviso – come sempre– con Andrea Cenni, il mio editore. Peccato fosse stato scritto il 21 novembre. Stamattina – il 5 dicembre – lo abbiamo riletto, ed era vecchio. Le città – che sono una creatura in perpetuo, anche se non sempre avvertibile, movimento – non stanno mai ferme, o progettano o arretrano, vivono e si alimentano di obiettivi. Ma non procedono mai alla medesima velocità, a volte sono levrieri che fiutano un traguardo, e a volte questo tra guardo neanche si vede, ma prevale l’istinto.
Cos’è cambiato e cosa sta cambiando per Torino? La consapevolezza che stiamo tornando al centro dei giochi, che siamo di nuovo un soggetto metropolitano oggetto di stupore e meritevole di interesse. Non per una cosa sola, ma per tante.
Tracciamo un rapido elenco dell’accaduto: la settimana dell’arte (una delle migliori di sempre), le ATP Finals (la migliore tra le quattro nostre, con 600 milioni di telespettatori/mondo), il Torino Film Festival (mai così attrattivo, qualificato, sexy e glamour: l’immagine di Sharon Stone in rosso abbagliante ha fatto il giro del mondo), la prima del Regio (col sovrintendente Jouvin nocchiero ambizioso e visionario), gli All Blacks per la prima volta a Torino (rugby mondiale in una serata leggendaria), i 200 anni del Museo Egizio (Mattarella ci applaude e il nuovo statuario richiama visitatori da ovunque); e poi a Venaria Tolkien stringe la mano a William Blake, La legge di Lidia Poët 2 (la nostra Lidia Poët, con Matilda De Angelis in cover) promette di essere, come la precedente, la fiction europea più vista al mondo.
Uff… tiriamo il fiato e voltiamo pagina. Dal 13 al 23 gennaio i Giochi Mondiali Universitari invernali; dal 26 febbraio al 16 giugno il Museo Nazionale del Cinema ospiterà una delle mostre più attese del continente, The Art of James Cameron. Adesso mi siedo un attimo perché mi sembra di parlare, se non di New York, almeno di Barcellona.
Una mia collega milanese, che il mondo lo visita anche più di me, venendo in città mi ha detto, quasi irritata: «Ma a Torino succede sempre qualcosa!». Bella frase, che segna un passaggio nel tempo, e anche nelle gerarchie, tra le città italiane. Viste da Torino, Roma, Milano, Firenze e Venezia sembrano più lente. Ed è la prima volta che lo scrivo dal 2006.
Quello che sta rapidamente, e felicemente, cambiando è la consapevolezza. Oggi Torino è green, smart, aero spaziale, gourmet, tecnologicamente avanzata e colta. Ma ha anche capito che da queste vocazioni – tutte insieme – può arrivare un robusto rilancio economico. Il recente riconoscimento a “Capitale Europea del l’Innovazione” per il 2024 certifica un passaggio tra la civiltà autocentrica, sostanzialmente dismessa, e un tessuto dove emerge l’alleanza tra imprese giovani (sovente PMI) e istituzioni pubbliche. Uno scenario che rende Torino tra i migliori luoghi dove intraprendere con positivi impatti economici e sociali. Una città sostenibile, ma anche colta: 7 milioni di visitatori per mostre e musei, 270 milioni di euro in investimenti nel settore, 15.000 spettacoli dal vivo fruiti da 3,4 milioni di spettatori.
Ma torniamo a Lidia Poët, la serie Netflix ha ridefinito il volto di Torino: bellissima, immersa in un Ottocento visionario, cinematograficamente lodevole, entrata ufficialmente nell’immaginario collettivo. Per questo Torino Magazine ha scelto di omaggiarla come immagine ideale di una città elegantemente sospesa tra audacia e tradizione.
Gli esseri mitologici costituiscono una fonte inestinguibile per la narrazione strategica di ogni città, e io ne ho scelti tre per la nostra. Il toro significa forza invincibile e altruismo, ma nel nostro emblema è rampante (posizione che non esiste in natura), quindi orgoglio e ostentazione della bellezza. Ma poi aggiungerei la salamandra, che può vivere nel fuoco e resistere a ogni nemico. E chiudo col camaleonte, emblema della trasformazione, della vittoria attraverso il continuo adattamento. Ci siamo, abbiamo trovato i nostri compagni di viaggio, pronti ad accompagnarci in questo 2025. Nuove vocazioni e consapevolezza, ingredienti ideali per chi ha scelto di raccontare la città pagina dopo pagina.
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Matilda De Angelis e Lidia Poët in una Torino mai vista
Esterno giorno. Una coppia trentenne (forse anche più giovane) passeggia in via Cernaia. Zoom. Parlano di fiction e commentano: Ripley, Kaos, Eric, Baby Reindeer, Expats…Capisci che sono sul pezzo. Ancora zoom. Lei quasi si blocca, poi si illumina e stringe sul soggetto: «Ma hai visto la seconda stagione di “La legge di Lidia Poët”? Una storia vera, quella della prima donna avvocato in Italia, un personaggio rivoluzionario. Ma ironico, tagliente, indaga e risolve. Tutto si svolge a Torino, che si vede benissimo». Titoli di coda. Se ne vanno e lui sembra proprio convinto. La vedrà, come stanno facendo 28,2 milioni di telespettatori al mondo (in 55 diverse nazioni), perché La legge di Lidia Poët è la serie italiana universalmente più vista di sempre.
Era nelle previsioni? Certo che no. Ma questo è un mondo che viaggia velocissimo, bada al sodo e premia prodotti di nicchia senza neanche attendere un battito di ciglia. Guardando a posteriori il successo ottenuto si individuano gli ingredienti vincenti. La riscoperta di una storia vera, con una protagonista perfetta per i requisiti, anche politici, dell’oggi. Lidia Poët, donna appartenente a una minoranza religiosa (valdese), osteggiata dal sistema perché protesa a otte nere il suo riconoscimento come avvocato. Fu la prima a farcela in Italia, dopo riconoscimenti internazionali (da San Pietroburgo a Parigi), ma raggiunse il suo scopo solo nel 1920, all’età di 65 anni. Sostanzialmente una rivoluzionaria.
Altro elemento trainante della fiction la ventinovenne Matilda De Angelis: in scena sempre elegantissima, tra le migliori attrici italiane del momento, voce graffiante, piglio deciso e accattivante, di quelli che fanno il vuoto intorno. Un cast dove ogni ruolo ha la faccia giusta, più che attori da telecamera, un’affiatata compagnia teatrale. La musica è ben più che un ingrediente. Fa venire in mente lo storico Twin Peaks, dove i suoni di Angelo Badalamenti recitavano, dipingendo atmosfere emozionali. Ma che, inaspettatamente, qui attingono al rock, con una spruzzata di acid house. La storia lascia da parte le vicende reali mettendo in scena: indagini poliziesche, triangoli amorosi, atmosfere dark, ironia… con un mood che spazia da Castle a Bridgerton, da Enola Holmes a Miss Marple, versione giovane però.
Della Poët “storica” restano le battaglie civili, condotte senza sconti: quella per l’avvocatura e l’altra per il voto alle donne. Abbiamo lasciato per ultima l’altra grande protagonista della fiction: Torino. Che si vede benissimo, come diceva la nostra inconsapevole amica, ma non solo. La città è il teatro perfetto delle vicende, sempre presente, sempre riconoscibile: dalle vie e dall’alto, nei luoghi aulici e nei palazzi magnifici e misteriosi. Tutto reale, tutto riconoscibile, ma anche tutto trasfigurato da sapienti giochi di luci, da inquadrature a tratti spiazzanti, da un ripetersi di nebbioline sfumate che si alzano come fondali, alle spalle dei protagonisti.
Torino recita benissimo la propria parte e – puntata dopo puntata – conquista un’immagine che ne esalta bellezza e peculiarità. Lidia Poët, la fiction Lidia Poët, non sarebbe neppure immaginabile senza questo palcoscenico, il suo palcoscenico. Può essere un messaggio per il futuro? Pensiamo di si, perché il merito per quei 28,2 milioni di telespettatori è anche di “questa Torino”. Come la Londra vittoriana, la Parigi della Belle Époque, la New York di Woody Allen, la nostra città ha individuato un suo tempo privilegiato: ottocentesco, accattivante, fascinoso, classico con venature pop, irresistibilmente sexy, con bellezza elegante che, in un lampo, può rivelare un mondo cupo e misterioso.
Da Lidia Poët non si torna indietro, archiviata la serie, Torino può ambire ad ospitare altre produzioni internazionali, ingolosite da un luogo dell’anima pronto ad essere interpretato. Forse è giunto il tempo di lasciarsi alle spalle la città operaia degli scioperi e del terrorismo, dei cliché depressivi di una location crepuscolare. Ma torniamo alla Lidia Poët, reale personaggio “controvento”, la prima donna avvocato d’Italia, contrapposta a un mondo che non voleva saperne di riconoscere i suoi diritti. Il personaggio della fiction – per fisico, comportamenti, abbigliamenti e posture – si discosta assai dalla verità storica.
Come si pongono i suoi colleghi di oggi di fronte a questa operazione? Con favore oppure attraverso critiche per la verità storica tradita? Abbiamo chiesto a Simona Grabbi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, cosa rappresenta per lei, e per il suo ordine, la figura di Lidia Poët; donna rivoluzionaria per la professione, e recentemente valorizzata con diverse iniziative e con la titolazione del giardino di fronte al tribunale.
Simona, chi è stata Lidia?
«Lidia Poët è stata una donna, una avvocata e una cittadina straordinaria, una di quelle persone che, con le loro battaglie personali, sociali, civili e politiche hanno fatto la storia della nostra civiltà, non solo giuridica. Nei suoi confronti abbiamo un debito di riconoscenza, così come dobbiamo averlo per le pioniere e i pionieri della parità di genere in Italia. Dico anche pionieri della parità di genere, perché non dimentichiamo che l’avvocata Lidia Poët venne iscritta a maggioranza nell’albo forense da otto consiglieri guidati dall’illuminato presidente Saverio Vegezzi – “il più giovane di pensiero fra i suoi colleghi del Consiglio”, come lo lodò in un articolo del 1912 Giovanni Saragat – e che tale delibera venne assunta a seguito di una discussione soffertissima durante una seduta del 9 agosto 1883; sofferta tanto che a tale decisione seguivano le dimissioni di due tra i quattro consiglieri dissenzienti. Se noi donne oggi siamo qui in rappresentanza del Consiglio dell’Ordine e delle Istituzioni, lo dobbiamo a donne come Lidia Poët e a uomini come i componenti dell’Ordine del 1883, esempio di avvocatura illuminata che con largo anticipo rispetto agli assetti culturali, politici e sociali del Paese che, nella delibera di iscrizione, osservava che “a norma delle leggi civili italiane le donne sono cittadini come gli uomini, godono di tutti i diritti civili … e quindi è assolutamente antiquata né di più possibile coesistenza col sentire la legge 2 de Reg.
Jiuris che negava alla donna lo esercizio dei diritti civili”. Il Consiglio non poteva arrogarsi la facoltà di introdurre una distinzione tra il diploma di laurea conseguito dal maschio e quello conseguito da una donna, e che “codesta facoltà che il Consiglio non ha dalla legge, non può derivarla da riflessi e convenienza”. Parole scolpite in una delibera che il Consiglio custodisce in una teca all’ingresso dei locali dentro il Palazzo di Giustizia. Prima iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza in Italia, il professore che teneva lezione nell’aula dove per la prima volta entrò, le chiese nello stupore generale degli altri allievi se voleva un tavolino e una sedia a parte. Ringraziò e rispose che non occorreva, sedendosi in prima fila, da dove più non si mosse durante gli anni accademici culminati con una dissertazione sul diritto al suffragio elettorale da parte delle donne. Non accettò mai di sedersi su una sedia a parte, lottando con gli strumenti giuridici che padroneggiava brillantemente per essere riammessa come avvocata nell’albo torinese dopo la sentenza di annullamento della delibera del Consiglio.
E ci piace pensare che se si arrivò alla famosa legge Sacchi del 1919 che liberalizzò l’accesso alle libere professioni, lo dobbiamo soprattutto a lei. Invito tutti i lettori a passare nei giardini antistanti il Palazzo di Giustizia e porgere un pensiero davanti alla sua immagine riprodotta su un cippo commemorativo nell’area giochi dedicata ai bambini. Cippo la cui collocazione è stata fortemente voluta dal Consiglio, realizzata nel luglio del 2021 e collocata fuori dal Palazzo di Giustizia – perché dentro molti di noi conoscono già la sua storia – proprio perché tutti i cittadini siano a conoscenza del valore simbolico della sua battaglia legale, che sia di esempio e monito per combatterne altre laddove qualunque forma di discriminazione impedisca parità di accesso ai diritti da parte di qualsiasi cittadino».
Il fatto che Lidia Poët sia ricordata in una fiction dove, inevitabilmente, prevalgono tratti narrativi lontani dalla realtà, è per lei motivo di valutazioni negative? Oppure la notorietà e la popolarità guadagnate dalla sua figura possono portare elementi positivi e di conoscenza?
«Indubbiamente il personaggio di Lidia Poët nella notissima fiction è “liberamente tratto” dalla “vera” storia dell’avvocata Lidia Poët, come è consentito fare per l’ opera cinematografica. Pensiamo a certi recenti film su personaggi politici di primissimo piano ancora in vita, che non sappiamo se siano stati di gradimento ai personaggi cui erano liberamente ispirati o ai famigliari. La fiction ha avuto un enorme successo classificandosi tra i primi posti delle serie più viste di sempre, un’importante ricaduta sul territorio piemontese in termini di visibilità e lavoro, e ha permesso di far conoscere in tutto il mondo la storia di questa donna straordinaria, che anche se liberamente ispirata al personaggio reale, non mette in secondo piano la sua intima, ostinata e tenace aspirazione a diventare ciò che era, ovvero un’Avvocata».
L’avvocato penalista Alberto de Sanctis, che amo definire “interventista”, ci parla del lascito di Lidia Poët e del suo esempio ancor attualissimo:
«Quando idolatriamo un “eroe borghese” rischiamo talvolta di sentirci appagati per il sol fatto di schierarci dalla parte dei “giusti”, senza però seguirne l’esempio. Ci accontentiamo di rendere onore a chi ha avuto il coraggio di intraprendere una battaglia per l’affermazione di un diritto, come quello oggi indiscusso – di una donna ad esercitare la professione forense, ma poi ci asteniamo da fare analoghe battaglie per il timore di irritare il potere costituito. Per la sua epoca la Poët fu una “matta visionaria” nel pretendere di iscriversi all’albo degli avvocati. Intraprese una battaglia legale contro l’allora Procuratore Generale, senza il timore di ricadute ambientali, malgrado il fratello fosse avvocato.
Allora io dico che bisogna valorizzare gli esempi del passato, individuando nuovi obiettivi che oggi sembrano irraggiungibili. La difesa della terzietà del giudice, la sua indipendenza dal pubblico ministero, la libertà e indipendenza dal potere giudiziario, la parità di genere nel mondo della professione, il diritto di difesa e la funzione rieducativa della pena trovano tanti, troppi ostacoli. Non solo nelle norme di legge, ma anche nei poteri dello Stato, nelle sue concrete articolazioni, nelle sue impersonificazioni.
Gli avvocati sono lì per quello, per difendere i diritti dalle impersonificazioni del potere. Non dobbiamo temere gli ostacoli “umani” e legislativi che si frappongono all’affermazione di questi principi, ma anzi dobbiamo combattere senza temere di essere etichettati come “sognatori” o “ribelli”. Perché questo era la Poët nella sua epoca, e noi avvocati lo dobbiamo essere oggi. Donne e uomini liberi, indipendenti dagli schieramenti politici, pronti a fare battaglie epocali per l’affermazione della Costituzione e del Giusto Processo. Altrimenti tutto si esaurisce in qualche bella cerimonia e in una gradevole serie TV».
La legge di Matilda De Angelis
Da Bologna a Lidia Poët, dalla musica al cinema, da Roma agli Stati Uniti, da Venezia a Sydney Sibilia… proviamo a raccontarvi genesi e percorso della diva non diva Matilda De Angelis.
Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale… Oltre vent’anni fa Tiziano Ferro cantava Non me lo so spiegare, canzone oggi cult che un po’ tutti conosciamo (anche se a volte non lo ammettiamo). Nella storia di Matilda De Angelis c’è tutto questo e molto di più: le case cambiate, i libri divorati, i viaggi e i sogni d’oltremare, le fotografie di un’amica, i film di Miyazaki, la musica, i videoclip, i premi. Parlare oggi di Matilda non è facile, perché in un tempo relativamente breve (dal 1995) ne ha combinate veramente tante. Oggi è un’attrice di fama internazionale, sbanca le piattaforme streaming con serie TV di successo, parla nei podcast più seguiti d’Italia e un italiano su due conosce il suo volto (con o senza abito ottocentesco).
Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Tramite qualche aneddoto, un po’ di storia, alcune locandine e un paio di citazioni, ripercorriamo i passi di Matilda, da Bologna a Torino, nei panni di Lidia Poët; per capire un po’ di più di una diva (da non chiamare diva), ormai stella.
A 16 anni Matilda canta nel gruppo musicale Rumba de Bodas, con cui pubblica un album che porta in tour anche fuori dall’Italia: «In quegli anni ho dormito nei parcheggi degli Autogrill, per strada, a casa di sconosciuti, nei parchi…»; e parallelamente inizia un progetto fotografico insieme alla fotografa e amica Camilla Cattabriga. La voglia di fare arte, di sentire un po’ di più, la nutre e la accompagna, per la verità fin da piccola: «Mio padre, ex fumettista, e quindi un po’ anti-Disney, mi fece scoprire Miyazaki e di conseguenza un’animazione più matura, profonda, animista come sono io. Il primo film è stato “La città incantata”, il preferito “Il mio vicino Totoro”». Idee chiare. Scelte di vita e d’educazione che creano una sensibilità particolarmente ricettiva, patrimonio e responsabilità, che tornerà un po’ ovunque nella carriera di Matilda.
Ecco, come inizia “ufficialmente” questa carriera? Il primo regista a notarla è Mattia Rovere che la scrittura come protagonista femminile per Veloce come il vento (2016) con Stefano Accorsi, film per cui fa incetta di premi e nomination, anche se la ribalta al grande pubblico arriva con la presenza in importanti video musicali (con i Negramaro, con i Thegiornalisti… e in futuro in un duetto con Elisa per il singolo Litoranea). Il primo rilevante successo in una serie TV è in Tutto può succedere (2015-2018), cui fa seguito il ruolo da protagonista nel film Youtopia (2016) di Berardo Carboni. Poi arriveranno il Festival di Venezia, la Rai, lo Zecchino d’Oro… e la chiamata negli States per recitare insieme a Nicole Kidman e Hugh Grant nella serie The Undoing – Le verità non dette. Una sorta di medaglia al valore, seguita sempre nel 2020 da L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, con Elio Germano, che le vale il David di Donatello per la migliore attrice non protagonista.
Tra Festival di Sanremo (co-conduttrice con Amadeus), nuove produzioni cinematografiche internazionali e spot per Maserati, il volto di Matilda è presente su qualsivoglia schermo, e ha sempre successo. La formula? Probabilmente tanta predisposizione, parecchia preparazione, una certa spontaneità che la rende ovunque riconoscibile, non fraintendibile, non mescolabile al contesto, ma integrata e viva in ogni palco.
Nel 2023 e 2024 l’exploit definitivo: la prima stagione de La legge di Lidia Poët (successo immediato ed europeo), poi la seconda di Lidia Poët (plauso della critica, quasi 30 milioni di spettatori), sempre su Netflix, e infine lo spin-off Citadel Diana, su Amazon Prime Video, nei panni dell’agente segreto Diana Cavalieri (altro tassello di crescita e popolarità).
What else verrebbe da dire in Clooneiana salsa, ma la verità è che se in meno di trent’anni di vita Matilda è riuscita a mescolare così tanti colori diversi, sicuramente dobbiamo aspettarci i fuochi d’artificio per i prossimi trenta. Nel frattempo ci godiamo ancora un po’ la seconda stagione di Lidia Poët, un racconto storico e fotografico di Torino che così bello non si è visto mai. D’altronde qui il cinema viene bene: «I milanesi? Sempre arrabbiati. I bolognesi non ti accettano: vanno poco in auto, usano bici e bus, ma comunque non vogliono intralci. Girare a Torino? I torinesi sono cortesi, ti salutano, non si lamentano. Girare qui è un sogno». Parola di Matilda.
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Intervista a Camilla Cattabriga: fotografare Lidia/Matilda
Bolognese (classe 1995) Camilla è una stimata fotografa e direttrice della fotografia. Fin da piccola ama le immagini e il modo di rappresentarle tramite foto o altre arti. Ha studiato a Bologna, per poi trasferirsi a Roma, dove è nato l’amore per la settima arte (che cura dal punto di vista dell’immagine). Due anni fa l’incontro con Netflix e il lavoro sulla fotografia di scena di diverse serie, tra cui la seconda stagione de La legge di Lidia Poët. È cofondatrice di una bella rivista, Eki Magazine, che parla di luce in modo artistico e intelligente, ed è anche l’autrice del nostro scatto di copertina.
Camilla, il tuo rapporto con Matilda De Angelis?
«È la mia migliore amica, ci siamo conosciute al liceo, al Fermi, a quattordici anni, e poi abbiamo vissuto insieme a Roma. È stata uno dei primi soggetti delle mie fotografie».
E invece con Lidia Poët?
«Non ho seguito tutta la serie, per le foto mi sono alternata con Lucia (Iuorio, ndr), ma in ogni caso è stato bellissimo. D’altronde questo è il mondo in cui sogno di lavorare e mi ritrovo a collaborare con la mia migliore amica… Cosa c’è di meglio?».
Cosa pensi di Torino?
«Il mio legame con Torino è complesso. Sento che un po’ la amo e un po’ la “odio”. Mi ricorda tanto la mia Bologna, anche se sono molto diverse… Mi è piaciuta però al primo sguardo, mi ha fatto sentire accolta. Ma che caldo in estate…».
La carta stampata fa ancora cose belle?
«Amo la carta e tutto il suo mondo fin da bambina. Mi trasmette emozioni uniche. E poi dal 2020 c’è anche Eki, una rivista che parla di luce, siamo ormai alla sesta edizione… Ogni volta trattiamo una diversa sfumatura di luce. È un progetto impegnativo, faticoso, nato da un gruppo di amiche e “colleghe”, ma che ci dà tantissimo… Come faccio a non amare la carta?».
Se ti chiedo di pensare a una foto cosa ti viene in mente?
«Sarò “di parte”, perché sono attualmente su un lavoro che parla di fotografia e acqua… E quindi penso a uno scatto di un po’ di anni fa, in Sardegna, con dei ragazzi in mare… Una visione molto particolare».
Un consiglio a Matilda per gestire questo enorme successo?
«Mati è bravissima. È sempre stata in grado di gestire tutto questo, conservando la propria identità; non ho mai temuto che “cambiasse”, che non fosse più la mia Matilda… Se devo proprio consigliarla le dico di continuare così perché è fortissima».
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Intervista a Umberto Gandini «Abbiamo scelto Torino e continueremo a farlo»
A Torino, a febbraio, dal 12 al 16, per il terzo anno consecutivo torna il grande spettacolo del basket italiano, maschile e femminile, con la Frecciarossa Final Eight 2025 in scena all’Inalpi Arena. Il meglio della pallacanestro del nostro Paese dunque sceglie ancora Torino e lavora per tornare qui anche nel 2026. Tra sinergie 84 organizzative, bilanci positivi e qualche anticipazione del futuro, abbiamo intervistato l’uomo che meglio poteva raccontarci questo appuntamento: Umberto Gandini, presidente della Lega Basket Serie A.
La Frecciarossa Final Eight torna a Torino per il terzo anno consecutivo: il legame con questo territorio è ormai abbastanza stretto…
«Assolutamente sì, questo legame è nato anni fa da due suggestioni: la presenza di una struttura splendida come l’Inalpi Arena e l’immediata intesa con le Istituzioni del territorio, Comune e Regione. Si è creata una connessione davvero speciale».
Che si è poi evoluta, e con essa il format della Coppa più in generale…
«La Final Eight è una competizione storica, con una sua importanza, ma da tre anni a questa parte ha totalmente cambiato livello. Portare la Coppa Italia in un impianto così importante, in una città così rilevante, senza peraltro in campo la squadra della città stessa, era oggettivamente una scommessa, una sfida che abbiamo stravinto ponendoci come uno degli spettacoli di basket più attesi del contesto italiano».
Quindi la terza edizione nasce sotto una buonissima stella, a maggior ragione considerando l’ultima, ovvero quella dei record, specie per il dato sull’affluenza: 46mila presenze. Come si gestisce un evento così ampio?
«Si gestisce con relativa facilità in realtà. È un evento consolidato che ha alle spalle una struttura che lavora con competenza e in totale sinergia con un territorio che, sia dal punto di vista istituzionale che di imprese e pubblico, ci ha sempre accolto e accompagnato con determinazione. E il risultato finale non può che essere di livello».
E di successo, anche economicamente. Lo ha ben evidenziato uno studio proprio sulle ricadute dell’edizione 2024 sul territorio italiano, che ha parlato di un indotto da oltre 15 milioni di euro…
«Quello del 2024 è stato sicuramente un risultato sorprendente, soprattutto se comparato agli investimenti messi in campo e all’indotto economico generato da altri eventi simili, ovviamente non parliamo delle ATP Finals che sono un mondo un po’ a parte…».
Ecco, ATP Finals e Frecciarossa Final Eight ci hanno dimostrato che c’è tanta voglia di sport di qualità; la via sembra segnata, come proseguire adesso?
«Noi abbiamo ancora “capienza” per quanto riguarda le opportunità di crescita della Final Eight, anche perché copriamo praticamente una settimana, con il torneo maschile e con quello femminile della LBF. Ovviamente l’idea è continuare a crescere, prendendo ciò che di buono ci può ispirare, per esempio dall’esperienza delle ATP Finals (come magari possono fare loro con noi più in piccolo), e coinvolgendo sempre più il territorio, i giovani, le scuole, le aziende. La Final Eight, così come gli altri grandi eventi, può rappresentare un’importante risorsa per una Torino sempre più riferimento sportivo, e non solo, a livello nazionale».
Si sta già lavorando per portare a Torino l’edizione 2026?
«Da parte nostra l’ambizione è ovviamente tornare qui. Abbiamo già incontrato il presidente della Regione Cirio e il sindaco Lo Russo, e lavoriamo tutti nella stessa direzione. C’è fiducia, dobbiamo dirlo, anche perché trovare impianti come l’Inalpi Arena non è per niente facile, soprattutto con una Milano alle prese con le Olimpiadi invernali del 2026».
Quindi Torino sì?
«La volontà c’è. Anche perché la Coppa si è evoluta e non può più tornare indietro. Oggi rappresentiamo un grande e importante evento per il territorio che ci accoglie, e vogliamo esserlo sempre di più».
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Intervista ad Alessandro Ciro Sciretti «Le Universiadi? Uno spot incredibile»
Si chiamano Torino 2025 FISU World University Games Winter, ma il presidente del Comitato Alessandro Ciro Sciretti continua affettuosamente a chiamarle Universiadi. Sono nate a Torino nel 1959 e a Torino tornano dal 13 al 23 gennaio 2025 con l’edizione più grande di sempre. Ci siamo fatti narrare, proprio da Sciretti, percorso di avvicinamento, idee, ideali, ambizioni di questo attesissimo appuntamento torinese.
Presidente, il 13 gennaio la tanto attesa inaugurazione, ma alle spalle ci sono mesi e mesi di lavoro: che percorso è stato?
«Un percorso sicuramente stimolante e di alto livello. Abbiamo voluto strutturare i Giochi come una grande occasione di incontro, networking, promozione del nostro territorio, prima, durante e dopo l’evento stesso; e così abbiamo fatto».
In che modo?
«Andando oltre il confronto solamente con il mondo universitario o sportivo, allargando la prospettiva, coinvolgendo la struttura diplomatica italiana per formulare un dialogo con paesi come Stati Uniti, Cina, Corea del Sud… Paesi in cui gli sport invernali sono molto diffusi. L’idea era creare una competizione di livello e realmente globale, in ogni aspetto».
Quindi il #ROADTOTORINO ha toccato città a ogni latitudine, portando non solo visibilità, ma veicolando messaggi e valori: quanto è un piacere, quanto una responsabilità?
«50 e 50 diciamo, sono sentimenti allo stesso livello. Tutte le tematiche portate avanti (inclusione, violenza di genere, salute…) rappresentano una missione che ci riempie d’orgoglio e allo stesso tempo ci responsabilizza. Nel percorso di avvicinamento alle Universiadi siamo stati da Papa Francesco, al Parlamento Europeo… occasioni in cui abbiamo toccato con mano questo profondo senso di buona rappresentanza. Anche perché queste saranno le prime Universiadi totalmente inclusive, con la partecipazione paritaria di atleti con disabilità. Siamo chiamati a dare il buon esempio».
Il legame con questo territorio è sicuramente speciale. Ce lo racconta?
«Prendo in prestito le parole del presidente della FISU, quando dice che se Losanna è la testa dei Giochi, Torino è il cuore. Tutto parte da qui perché le basi sono qui, Torino è custode dei valori intrinsechi delle Universiadi».
Questo genera più pressione?
«Probabilmente sì, ma sono più che altro stimoli che ci ricordano quanto sia importante questa edizione torinese».
Anche dal punto di vista numerico: oltre 2200 studenti-atleti da 55 Paesi del mondo. Come si riesce a gestire tutto questo?
«Fortunatamente gli aspetti quantitativi sono ben gestiti da una struttura solida che nel solo Comitato può contare su 100 risorse dedicate. L’edizione più grande di sempre dunque non ci spaventa. Il tema semmai potrà essere la complessità della situazione geopolitica in cui ci troviamo ad agire, considerando i tanti paesi coinvolti. In questo senso confidiamo nei valori dello sport, nell’unione che riesce a generare. Le Universiadi possono essere anche uno “spot” cosmopolita importantissimo».
Tre flash: un augurio per il futuro dei Giochi, un messaggio ai giovani, un pensiero per Torino.
«L’augurio alle Universiadi è acquisire un peso sempre più rilevante, per dimostrare al mondo che non è “solo” sport universitario, ma un grande evento cruciale per tantissime motivazioni. Ai giovani auguro di capire che lavorare ogni giorno per raggiungere i propri obiettivi (non solo in ambito sportivo) è già una grandissima vittoria e un bel modo di vivere. A Torino auguro di respirare con queste Universiadi l’aria stimolante delle Olimpiadi del 2006».
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Intervista a Pilvi Torsti «Siamo pronti a presentare ETF alla città»
«Accomodiamoci vicino alla vetrata. Da qui la vista è magnifica: il Po, il parco del Valentino, le montagne da sfondo. Adoro Torino!». Inizia così la nostra intervista a Pilvi Torsti, direttrice dell’European Training Foundation (ETF), agenzia dell’Unione Europea con sede a Torino che supporta lo sviluppo del capitale umano nei paesi limitrofi dell’UE. Finlandese, ha coperto negli anni il ruolo di Segretario di Stato nel suo Paese al Ministero dell’Istruzione e della Cultura, al Ministero dell’Occupazione e degli Affari Economici, e al Ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni. Ha vissuto in Bosnia ed Erzegovina, dove ha fondato lo United World College di Mostar, oltre che l’HEI Schools, un’azienda che si occupa di formazione di proprietà congiunta dell’Università di Helsinki, dove è stata professoressa associata.
L’istruzione come filo conduttore della sua vita professionale…
«Direi proprio di sì. Ho sempre creduto nell’istruzione come leva fondamentale per guardare al futuro ed è esattamente quello che fa l’ETF: crea gli strumenti, le condizioni per favorire una formazione di qualità e, parallelamente, lo sviluppo di quelle competenze che il mondo del lavoro richiede. L’aspetto rilevante è che, sebbene il nostro mandato si rivolga ai Paesi limitrofi dell’UE, le ricadute sono positive anche per l’Europa, e per il mondo intero. Perché saranno proprio quelle conoscenze e quelle competenze che supportiamo che potranno essere sfruttate in tutte le nazioni, Italia compresa».
Da un anno e mezzo lei è diventata direttrice dell’agenzia. Al di là della mission principale di questa realtà, ci sono obiettivi specifici che si è prefissata?
«Di certo quello di legare maggiormente ETF con la città. Dalla nostra sede a Villa Gualino, sulla collina di Torino, siamo un po’ nascosti agli occhi dei più, ma stiamo cercando di creare occasioni di scambio reciproco. Abbiamo avuto modo di invitare il sindaco Lo Russo e il presidente Cirio come osservatori al nostro Consiglio di amministrazione, insieme ai rappresentanti dei 27 Stati membri dell’Unione Europea; abbiamo partecipato al Salone del Libro; per la Festa della Repubblica sono stata chiamata a presiedere a fianco delle Istituzioni cittadine. Altri piccoli fatti ma significativi: gli studenti delle scuole superiori che vengono a farci visita, i confronti con gli insegnanti, la collaborazione con il Politecnico. L’istruzione è un modo per aprire nuove prospettive, per innovare, e lo diventa ancor più nel momento in cui si crea una rete».
Quest’anno ricorrono i 30 anni dell’ETF. Perché fu scelta Torino come sede per l’agenzia UE?
«ETF è una realtà unica in Italia. Quando 30 anni fa l’Unione Europea decise di aprire un’agenzia che si dedicasse alla formazione, l’allora sindaco Castellani ebbe grande visione nell’individuare e proporre la candidatura. In un momento di grandi trasformazioni, con la lenta dismissione della Fiat, ci si pose la domanda “qual è il futuro di Torino?”. Partendo dalle competenze che la città aveva acquisito negli anni, ecco che era arrivato il momento di programmare un “dopo”. Un processo di trasformazione che gli stessi Paesi che noi supportiamo possono seguire, prendendo Torino come riferimento. Senza dimenticare che qui nel capoluogo c’era già la sede dell’ITCILO. Insomma, Torino ha in sé l’anima della trasformazione e noi ne facciamo parte. Spero proprio di riuscire a rafforzare questo legame collaborando sempre più con le Istituzioni del territorio».
Cosa le piace di più della città?
«Il sentirmi ogni giorno come a casa. È una città perfetta per i suoi cittadini, ma anche per gli stranieri che riescono comunque a sentirsi benvenuti. Questo è quanto sto sperimentando. Quanto ai luoghi, amo il Teatro Regio, le passeggiate in Vanchiglia (un quartiere dal carattere forte), le piazze che non smettono di sorprendermi anche grazie alla street music. E poi il fiume, dove vado a correre e anche in bicicletta. Mi ricorda un po’ la ciclabile di Helsinki…».
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Messico e Nuvole: sotto un sole giaguaro
Le incredibili avventure di un vulcano dormiente
Imprescindibile. Ecco, per ogni viaggiatore il Messico rappresenta un approdo imprescindibile. Perché non c’è niente come il Messico, nulla che neanche gli assomigli. Questa terra è uno scrigno di storie arroventato dal sole, quello “giaguaro”, quello di Italo Calvino. Vicende bellissime e terribili che ci hanno consegnato un popolo mite e fantasioso, devoto e indolente. Ma il messicano è un vulcano che dorme; quando si desta può stupire con la più rivoluzionaria delle anime e allora il torpore si trasforma in eccesso. È il momento delle fiestas; sono centinaia e punteggiano un calendario in cui ogni santo ha diritto a una processione, ma anche a balli, canti e spari verso il cielo.
La più popolare – ve la racconterò – è il Dia de los muertos, dove si aprono i ponti fioriti verso l’aldilà, come quelli di Coco, che il delizioso film Disney/Pixar ha raccontato al mondo intero. Ma il risveglio del vulcano può anche essere il momento dell’indignazione, della protesta e persino della rivolta, coi suoi formidabili protagonisti: padre Hidalgo, Emiliano Zapata, Pancho Villa, il comandante Marcos… Ma quando le fiamme e le grida si spengono, tutto torna come prima: una tranquillità sovente rassegnata, una ostentata indifferenza che fa sembrare la fiesta lontana e la rivoluzione inutile. Questo stato d’animo ha condizionato cinquecento anni di storia messicana. Fa parte dell’anima di un popolo non facile da comprendere, perché profondamente segnato da illusioni e massacri. Ed è in quest’alternanza di conquiste e sciagure che la gente ha assunto il fatalismo come stile di vita, come quotidiano antidoto da tenersi ben stretto.
Per contro, sotto questo cielo di un blu abbagliante, spazzato da nuvole veloci come Mercurio, sono nate alcune tra le più raffinate civiltà di tutti i tempi: i Maya, signori dell’architettura, dei numeri e dell’astronomia, ma anche gli Aztechi, guerrieri straordinari che vivevano tra giardini pensili e città di ineguagliata bellezza. Popolazioni in grado di creare un universo complesso, dove le divinità regolavano come un cronometro l’esistenza degli uomini, le attività di tutti i giorni e anche la morte, somministrata attraverso rituali cruenti e fantasiosi. Che non erano alternative alla vita, ma lo strumento per rigenerare ogni cosa tramite il sacrificio, l’offerta affinché il sole tornasse a sorgere e dalle nuvole scendesse la pioggia. Queste civiltà scomparvero senza lasciare eredi: gli Aztechi sterminati da un pugno di determinatissimi spagnoli, i Maya – quelli originari, i signori del cielo e della terra – come spariti nel nulla. Fu un colpo di spugna emblematico, la sostituzione di un mondo con un altro. Per i messicani un punto di arrivo e l’inizio di un’altra storia. La fine delle glorie mesoamericane e il debutto dell’America Latina: figlia comune di vittime e carnefici.
Perché questa è la terra meticcia, dove i discendenti delle antiche popolazioni hanno convissuto con gli eredi dei coloni mescolandosi a loro. La medesima fede (un cristianesimo sincretico e coloratissimo) ma una razza nuova, anzi decine di razze nuove. Oggi il Messico conta oltre cinquanta tribù. Tutte, a modo loro, hanno per capostipiti Maya e Aztechi, Toltechi, Olmechi e Zapotechi, ma tutte hanno sangue spagnolo nelle vene. Tanto o poco, ma ce l’hanno. E Nostra Signora di Guadalupe si prende cura di loro, con qualche distrazione che non ne intacca minimamente il carisma. La fede popolare ha poco a che spartire con la religione ufficiale, e quasi la scavalca nella ricerca di una felicità terrena prima ancora che divina. Politicamente le richieste sono sempre le medesime: terra ai contadini, libertà per gli oppressi, giustizia per i diseredati.
Dopo qualche secolo di amare disillusioni, il “nuovo” sembra aver invertito la marcia, modernizzando, generando uno stato sociale e combattendo la corruzione. In primis con Andrés Manuel Lopez Obrador (meglio conosciuto con l’acronimo di AMLO), presidente dal 2018 al 2024, che 68 comunità indigene salutarono con un simbolico “testimone”. Da pochi mesi governa la sua erede, Claudia Sheinbaum Pardo, già amatissima come sindaco di Città del Messico, la prima donna presidente della nazione.
Messico, le ragioni di un viaggio speciale
Nel 1929 Mario Appelius, il più grande reporter italiano di quegli anni, scriveva, nel suo L’aquila di Chapultepec, un’esortazione al viaggio messicano che non ha perso di smalto: «Il Messico splende dinanzi ai miei occhi con la sua storia pittoresca, con le sue rivoluzioni romantiche, con la sua vitalità esuberante, coi suoi charros vestiti di pelli ricamate e di sete trapunte, con le sue arti originali, coi suoi politici avventurosi, con le sue rovine millenarie, con le sue mille qualità, coi suoi mille difetti, le sue passioni, i suoi paradossi, le sue ricchezze, le sue ambizioni, le sue audacie, le sue incongruenze: terra di grandi fortune e di grandi miserie, di violente tempeste e di soavi fantasticherie; tragica e grandiosa terra d’America, mezza latina e mezza india, tutta turgida di lieviti e fermenti, vivaio di uomini maschi che amano il pericolo e di donne passionali che cercano i tormenti dell’amore; campo di battaglia di contese imperialiste e di esperimenti sociali, di antagonismi di razza e di lotte religiose, di scontri ideologici e di basse rivalità personali; paese vivo, vivo, vivo; stracolmo di ricchezze materiali e di energie spirituali, benedetto e nello stesso tempo maledetto da Dio; paese straordinario che incanta il poeta, che seduce lo scrittore, che mette in imbarazzo il giornalista, che ora spaventa ed ora innamora, che sempre conquista il viaggiatore e lo incatena al suo fascino…!».
Ecco, se non avete deciso che questo è il vostro prossimo viaggio forse non avete letto bene. Tra le opportunità di un Messico proteso (forse… finalmente) verso il futuro, il turismo è una delle risorse più evidenti, certamente tra le più sviluppate. Merito di un doppio patrimonio – archeologico e ambientale – di eccellenza assoluta. La natura racchiude le suggestioni di un continente: le cime innevate del vulcano Popocatépetl, i deserti del Norte, gli altipiani sconfinati dove sorgono i ruderi di Monte Alban, le spiagge dorate dello Yucatán e quelle più aspre di Baja California, le foreste del Chiapas, e ancora steppe, colline fiorite, gole vertiginose, laghi e scogliere, gli impressionanti cenote, dove l’acqua appare verde smeraldo, in un luogo della terra sprofondata.
A fianco di tutto questo, le rovine enigmatiche delle civiltà precolombiane: solenni, astratte, un paesaggio più fisico che architettonico. Sono vestigia di un passato che non stona col presente, ma lo integra con il ricordo di un mondo lontanissimo, glorioso, forte dei suoi riti e delle sue magie. Ci sono statue antropomorfe, dove si vede un uomo, ma anche un giaguaro. Nessuno sa dire il perché. Forse gli antichi dei si accoppiarono con la più fiera delle belve per dare origine a un popolo diverso da tutti gli altri. Padrone di una terra bellissima, condannato a sublimi delizie e dolorosi tormenti.
Per i viaggiatori il Messico ha sempre avuto un mood agrodolce, una sintonia fatta di tristezze e allegria saldamente intrecciate, un luogo dell’anima che si abbraccia pur restando estraneo. Come cantava, nel 1970, Enzo Jannacci: «Messico e Nuvole, il tempo passa sull’America, il vento suona la sua armonica, che voglia di piangere ho. La faccia triste dell’America, il vento insiste con l’armonica, che voglia di piangere ho… Una chitarra risuonerà per tanto tempo ancor… Queste son situazioni di contrabbando… Il vento insiste con l’America, il vento insiste con l’armonica…».
Yucatán, tra natura, leggende e tradizioni
Un viaggio in Messico che voglia essere anche solo parzialmente esaustivo richiede almeno 20 giorni. Ma si può scegliere una formula efficace che isoli un’area di particolare interesse. In questo caso non ci sono dubbi: puntate sullo Yucatán, uno dei 31 stati della repubblica federale, quello che meglio propone il connubio tra patrimonio archeologico e natura, con un litorale caraibico di celestiale bellezza. Il nostro viaggio è una Special Edition “Dia de los muertos” del tour “Yucatán Tra Storia e Natura”, proposto tutto l’anno – in combinata con il soggiorno mare sulla Riviera Maya – da Alpitour, Francorosso, Bravo e Presstour.
Il reportage è stato realizzato in collaborazione con Francorosso, che ha scelto per noi Seaclub Catalonia Playa Maroma, magnifica location fronte mare. Durata del viaggio otto giorni, programmati in due fasi distinte: itinerario di quattro giorni dedicato alla cultura, alla storia e alle tradizioni; a seguire una tappa di altri quattro giorni sulla Riviera Maya, per relax ed esplorazione dei dintorni. Competenza e professionalità dei nostri referenti ci hanno permesso – in poco più di una settimana – una conoscenza ravvicinata con: l’area archeologica di Chichén Itzá, i riti e le cerimonie del Dia de los muertos, l’immersione nei cenote e la navigazione in laguna, l’incontro con la comunità maya, la visita allo spettacolare sito di Tulum, l’immersione con le tartarughe marine e qualche defaticante giornata al mare, all’ombra delle palme piegate dal vento. Un viaggio dove ogni minuto è stato capitalizzato al massimo, ad altissimo concentrato di ricordi, tra storia antichissima, umanità sincera e bellezza senza tempo.
Ma torniamo alla Yucatan, e alle sue origini in ere lontanissime. Perché sotto questa terra è sepolto il cratere Chicxulub, formatosi 65 milioni di anni fa, con la caduta del meteorite che avrebbe portato all’estinzione dell’80% della megafauna mesozoica, tra cui i dinosauri. Quello che gli spagnoli hanno trovato al loro arrivo era una civiltà altamente teatrale – templi, edifici religiosi, palazzi e monumenti, tutti misteriosi – che nulla aveva a che spartire con una quieta comunità agricola, residente in capanne senza pretese. I Maya ebbero l’apogeo della propria civiltà a partire dal 500 a. C. e concepirono conoscenze astronomiche e architettoniche straordinarie, codificarono una religione raffinata e crudele (per i nostri standard) basata sul culto del sangue e del sacrificio umano, furono forse dediti all’antropofagia (come fa intendere Calvino nel suo Sotto il sole giaguaro), ma nulla valse a salvarli dall’implosione, probabilmente dovuta a guerre intestine e a un progressivo ridursi delle risorse.
Gli storici calcolano che le vittime furono due milioni, conteggiabili nell’arco di tre generazioni massimo. Il loro patrimonio monumentale ancora oggi genera più domande che risposte. Venerati dagli esoteristi e da autori in cerca di misteri – da leggere il sempre godibile Non è terrestre di Peter Kolosimo – si è immaginato un rapporto (forse un’alleanza) con gli extraterrestri. Mentre Hugo Pratt, nel suo visionario Mu, vedeva le città maya al centro di grotte alchemiche, collegate ai continenti scomparsi. Di certo l’impressione di una civiltà “altra” e altera coglie il visitatore, che osserva qualcosa di mai visto, inesplicabile e radioso.
Chichén Iztá, l’imponenza dell’altrove
Catalogata come una delle “sette meraviglie del mondo moderno” questa antica città perduta è stretta intorno alla piramide di Kukulkan, universalmente nota come El Castillo. Coi suoi 30 metri di altezza è un concentrato di ingegneria, precisione matematica e astronomia; una prua tagliente che punta verso il cielo. Ogni equinozio il gioco di luci e ombre sulle sue scalinate dà vita al “serpente piumato”, simbolo sacro dei Maya. Altrettanto noto è il grande campo per il gioco della palla, delimitato da alte murature, sopra la quale prendevano posto gli spettatori.
Delle regole sappiamo poco e immaginiamo molto. Quello che è certo e che i match si concludevano con un sacrificio umano; dei vinti, dei vincitori, oppure di entrambe? La risposta non cambierebbe la natura del gioco, sicuramente più rituale che agonistica. Se per un momento ci si astrae dalla folla dei turisti (tanti ma non ancora troppi, in assoluto ben gestiti) la nostra mente può percepire echi di tamburi e canti guerrieri, aggrappati al silenzio delle stelle, testimoni di un popolo che parlava al cosmo, tracciando nella pietra la mappa dell’universo.
Chichén Itzá, custode di sogni infranti e gloria, sei la voce di una civiltà mai perduta, un ponte tra l’uomo e l’infinito. Che il sito abbia il fascino dell’inspiegabile, lo testimoniano le tante teorie che lo vogliono concepito nell’altrove. Ancora una volta interroghiamo Mario Appelius: «C’è chi, riferendosi a Platone, fa discendere i Maya dalla romantica Atlantide. V’è certo una strana analogia fra il Chac Mool dei Maya e la Sfinge dei faraoni, tra il culto di Osiris e il culto di Quetzalcoatl, tra certi idoli indios e certi idoli quasi identici dell’Egitto e della Frigia, fra certe leggende Maya e le leggende di Creta, di Troia e di Micene. V’è infine un gruppo di giovani archeologi che fa venire i Maya dalla Libia e dall’Etiopia!».
Dia de los muertos, il volto sorridente dell’aldilà
Le celebrazioni durano tre giorni – dal 31 ottobre (dedicata ai bimbi defunti, gli angelitos) al 2 novembre – ma in realtà si protraggono, attraverso ricorrenze familiari e cerimonie, per tutto il mese.
Questa è una festa sincretica, dove le antiche usanze precolombiane si intrecciano con il cattolicesimo. Niente di più diverso dal nostro giorno dei morti, qui si celebra l’occasione gioiosa per onorare i cari scomparsi, accogliendoli (non solo simbolicamente) tra i vivi, con musica, cibo, fiori e preghiere. Sostanzialmente si apre una porta con l’aldilà e i muertos vengono a visitare amici e parenti, gustando i piatti preparati in loro onore (che restano intatti ma privi di sapore, noi però non abbiamo provato…) e visitando le offrendas (altari commemorativi pensati per loro), dove – secondo un rituale preciso – vengono posizionate fotografie, le bevande preferite del defunto, candele, fiori e oggetti; ogni casa ne ha uno. Altro luogo iconico di questi giorni è il cimitero, che riprende vita con coreografie allegre e colorate, illuminate da mille fiammelle votive.
Nei villaggi è in uso una tradizione da noi impensabile: le ossa dei defunti, sistemate in cassette di legno (procedura che avviene due anni dopo l’inumazione), vengono portate a casa dai familiari, accuratamente ripulite, e accolte con la cura che si riserva agli ospiti più graditi. Trascorsi i giorni della festa, saranno riportate al camposanto, dove riposeranno in pace sino all’anno seguente. Noi, affidati alle cure preziose della guida scelta da Francorosso, vero mediatore culturale, abbiamo visitato i cimiteri di alcuni piccoli centri, per partecipare alla devozione più intima e sentita. Ma abbiamo anche assistito alla parata di Valladolid, dove una folla, vestita di bianco, reggendo candide candele, ha raggiunto il cimitero per la cerimonia serale, tra canti e preghiere. I “Dias” de los muertos, dove anche i teschi sorridono, appartengono al patrimonio culturale immateriale dell’umanità stabilito dall’UNESCO.
Lagune, foreste e antichi cerimoniali
La natura dello Yucatán non è sistema dal quale l’uomo è assente, ma respira in simbiosi con antiche popolazioni che, da sempre, hanno vissuto nel rispetto dell’Oceano, della fauna autoctona, dei cenote (che per i Maya erano i portali per il mondo degli spiriti), della grande foresta tropicale. Oggi gli eredi dei Maya vivono ancora e sanno prendersene cura. Nel nostro viaggio abbiamo visitato, a Punta Laguna, l’area di protezione della fauna e flora Otoch Ma’ax Yetel Kooh.
Ci si addentra a piedi nella foresta per raggiungere la laguna vera e propria, uno specchio di acque blu profondo, circondato da un ininterrotto scenario verde smeraldo, popolato da scimmie vocianti (le abbiamo viste da vicino) e da una numerosa colonia di giaguari, fortunatamente dal lato opposto della foresta rispetto al nostro. Numerose le attività a disposizione: zip line per sorvolare il paesaggio, discesa a doppia corda su un cenote (impegnativa), nuoto nella laguna, esperienza indimenticabile che ti connette con un mondo primordiale, che non è cambiato in nulla negli ultimi trentamila anni. Ma la visita che maggiormente mi è rimasta nel cuore è stata alla comunità Hidalgo, microscopico villaggio maya dove il tempo sembra essersi fermato.
Siamo stati accolti nella grande casa familiare – tutta la comunità vive insieme, donne, uomini e bimbi, in totale condivisione – per gustare il loro cibo (buonissimo, il migliore del viaggio), preparato di fronte ai nostri occhi. A seguire siamo stati benedetti dallo sciamano secondo un rito ancestrale. Niente di turistico, niente di commerciale, solo tanta naturalezza e desiderio di offrirci i doni più semplici, quelli che non hanno prezzo. Ultimo approdo del percorso naturalistico la laguna di Bacalar, detta “dei sette colori” per le sfumature di azzurro che si alternano nelle acque di uno scenario paradisiaco. Bagno garantito, e indimenticabile.
Il nostro resort, un viaggio nel viaggio
La scelta di Francorosso per il nostro resort mare si è rivelata felice per molti aspetti: posizione strategica sulla Rivera Maya, immersione nella natura tropicale, spiaggia candida dove il riparo dal sole è garantito dalle palme e non dagli ombrelloni, gastronomia piacevole e di grande varietà (con ristoranti specifici di cucina internazionale, spagnola, giapponese e messicana), realizzazione architettonica perfettamente mascherata nella giungla, grandi e comode stanze affacciate sugli alberi o verso l’Oceano (le suite con piscina), cocktail all inclusive con l’infinita varietà di frutta locale.
Quello che più sorprende del Seaclub Catalonia Playa Maroma, va sottolineato, è la collocazione della struttura in una grande foresta tropicale, dove i complessi abitativi (mai impattanti) sono affogati nel verde e raggiungibili da incantati sentieri. Convive con gli ospiti una allegra e numerosa comunità di coati, simpatici procionidi onnipresenti nella vita del resort. Dalla base siamo partiti per una escursione fondamentale: obiettivo Tulum e la riserva delle tartarughe marine di Akumal.
Nella prima sosta si ammirano le candide rovine di una smagliante città portuale, l’unica della civiltà maya. Lo straordinario contrasto, in un unico frame, dove si colgono gli antichi edifici – tra cui El Castillo e il Tempio del Dios de Viento – contrapposti al blu cobalto dell’Oceano lascia un ricordo indelebile. Reso ancora più prezioso dalla brezza marina e dal rumore delle onde. Akumal è probabilmente l’unico luogo al mondo dove si può nuotare liberamente con le tartarughe marine, tante tartarughe marine, accompagnate dall’eleganza di qualche bella razza. Se avete una decorsa acquaticità la magia è davvero perfetta, sembra di danzare con loro, mentre nuotano con voi o emergono per respirare. Adesso è però il momento di lasciar sedimentare i ricordi.
Lasciamo l’incanto di questi otto giorni speciali con le parole di Carlo Fuentes: «Lo Yucatán non è solo un luogo: è un enigma. È il passato che ti guarda attraverso gli occhi delle sue piramidi. Un mistero inciso nella pietra e nel vento» e con quelle di Diego Rivera: «Nello Yucatán, ogni foglia della giungla racconta una leggenda, ogni pietra ha memoria, e ogni cielo è un orizzonte infinito».
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Speciale Food Inverno 2024: gusto e rivoluzione
La legge di Lidia Poët, sia la prima che la seconda stagione, ci è piaciuta perché gli attori sono bravi, perché Torino è bellissima, perché ogni gesto di Lidia è una sfida all’ordine costituito, una piccola ma grande rivoluzione. Dunque, inizia così questo Speciale Food Inverno 2024, con un pezzo dedicato a Gusto & Rivoluzione, con dei match di gusto tra passato e futuro, tradizione e rivisitazione. Plin contro gyoza, bollito classico contro quello evoluto… e così via.
Felicin alla Consolata
Siamo tornati da Felicin per fare i conti a circa un anno dall’apertura. E stavolta ci siamo dedicati più al lato colazioni-merende-aperitivi. Questo boutique-bistrot (di cui già vi avevamo raccontato per bene l’offerta pranzo/cena) ci convince sempre di più proprio grazie a questa sua anima viva tutto il giorno. Dalle brioches della colazione alla cioccolata per merenda, fino al tè delle cinque o all’aperitivo con gli sfizi salati. Un anno è passato e quella prima impressione è confermata: Felicin è nuovo cult cittadino.
La Taverna di Frà Fiusch
Uno dei nostri pleasure preferiti… Un luogo sulle colline di Torino che è a due passi dalla città, ma lo stesso un locus amoenus che conduce già in vacanza. Stavolta abbiamo parlato di Shrek, di cipolle, di come si può disegnare la cucina e del modo più opportuno di muoversi in questo ecosistema complesso. Ugo Fontanone, con naturalezza, ha sempre per noi una risposta buona, a parole e in tavola, ed è per questo che anche in questo Inverno ve lo ritrovate tra i suggerimenti.
Felice a Testaccio
Un anno fa Felice a Testaccio è sbarcato a Torino. Che è un po’ come quando ti capita il Real Madrid nel girone di Champions. Parliamo infatti in questo caso di una leggenda della cucina romana, un locale che da cento anni promuove, esplica e insegna l’autentica cucina romana, non quella “modaiola”. E lo fa con i suoi cavalli di battaglia: abbacchio, tonnarelli cacio e pepe, polpette di bollito e tutti gli altri. Felice a Testaccio, anzi a Torino, ci ha ampiamente soddisfatto.
Ca’ Mia
E a proposito di rivoluzioni: Marco Albano, Davide Tedesco e tutta la squadra la loro rivoluzione l’hanno egregiamente portata a termine un po’ di tempo fa. Consegnandoci un ristorante appagante sia per l’estetica (affascinante questo simil-shabby chic) che per il gusto (la tradizione: sua maestà il gran bollito; l’innovazione: tartare di tonno su cialda di mais con spuma di bufala ed erba cipollina). Il risultato? Un ottimo suggerimento per ogni gourmand.
La Piola di Via Piol
Una pancia di maialino Beck, cotta a bassa temperatura, con senape e miele da leccarsi i baffi. Un risotto all’amatriciana con gamberi crudi e crema di burrata da fuochi d’artificio. Basterebbero questi due piatti a raccontare l’elemento forse più importante di questo ristorante. Quale? L’amore per la cucina. Mimmo Girioli e tutta la banda amano creare. Amano strabuzzare gli occhi di fronte alle nuove materie prime. Amano stupire. Con tecnica, tenacia e amore in poco tempo questa “piola” si è guadagnata il suo posto in quel di Rivoli.
Torricelli
Nell’epoca degli influencer e dell’algoritmo che decide ogni cosa, Torricelli segue un ritmo diverso, il suo ritmo. Un bel ristorante in Crocetta che propone una cucina semplice ma attentissima al dettaglio, e che nel tempo ha creato una folta schiera di aficionados per cui ormai Torricelli è un po’ una seconda casa. Insomma, una case history classica ma fuori dagli schemi che chi ama questo mood deve avere in agenda.
Bistrot del Castello
Abbiamo un castello meraviglioso e ce lo dimentichiamo spesso. Dunque dove siamo? Ancora a Rivoli. Obiettivo della missione? Provare il nuovo Bistrot del Castello, rinnovato questa estate, con una coppia, Marco e Franca, che ha portato vent’anni di esperienza in questo nuovo ristorante. E con l’esperienza hanno portato a Rivoli la loro amata cucina di mare e quella delle radici, ovvero il Piemonte. Dall’insalata russa all’antipasto di mare, questa svolta del Bistrot ci ha sorpreso!
QR – Quadrilatero Romano
Altro giro, altro ristorante romano. Qui parliamo di uno però nato a Torino, fiero ambasciatore della cucina romana in città, affacciato su una delle piazze più belle di Torino. Oltre a una carbonara fatta a regola d’arte, qui potete trovare anche eventi, presentazioni di libri, serate culinarie speciali… in un ambiente vivo e vibrante. Perché al Quadrilatero chi sa solo di cucina romana, non sa nulla di cucina romana.
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La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Al Cacimperio
in via Lamarmora 17
Ottimo posto per mangiare carne su griglia a Torino. Al Cacimperio è un grande classico, con tagli di carne pregiata italiani e dal mondo, e la griglia a centrotavola.
Andirivieni
in via Edoardo Rubino 43
Socialità, inclusione, buona cucina. Questo ristorante all’interno di Cascina Roccafranca è un’ottima osteria etica in cui mangiare ricette contemporanee e ben fatte.
Antonio Chiodi Latini
in via Bertola 20
Uno dei migliori ristoranti in città per degustare cucina vegetale d’alto livello. Complice la mano di chef Antonio Chiodi Latini, il cuoco della terra. Prezzi un po’ elevati, ma vale l’esperienza.
Azotea
in via Maria Vittoria, 49
Il miglior abbinamento cocktail-piatti d’Italia. Lo dice il Gambero Rosso. La cucina nikkei, ovvero giapponese-peruviana di chef Robles è già un cult torinese.
Barbagusto
in via Belfiore 36
In San Salvario una piola gestita da giovani, un luogo di risate e belle accoglienze, di cucina semplice e spontanea. Una trattoria urbana di cucina piemontese, con il giusto mood.
Bifrò
in via Mazzini 23
Tra le 21 migliori steakhouse d’Italia una è a Torino, ed è Bifrò. Prezzi medio-alti, ma qualità della carne veramente spaziale.
Caciucco
in via Amedeo di Castellamonte 2 a Venaria Reale
Il ristorante Caciucco si è spostato a Venaria, ma la formula vincente è sempre la stessa. Menù degustazione originale, divertente, con tanto pesce e soprattutto tante idee.
Caffè dell’Orologio
in via Morgari 16
Altra piola in San Salvario, un luogo da vivere tutto il giorno, con una cucina schietta e per certi versi d’altri tempi. Prezzi e cucina onestissimi: un’ottima idea per una trattoria semplice in cui mangiare bene.
Cannavacciuolo Bistrot
in via Umberto Cosmo 6
Antonino Cannavacciuolo non ha bisogno di presentazioni. Questo è il suo bistrot torinese. Emanazione della leggenda che ormai avvolge lo chef campano. Ha una stella Michelin, e quindi merita l’esperienza.
Carignano
in via Carlo Alberto 35
Una stella Michelin per il ristorante Carignano e quel geniale chef che è Davide Scabin. Uno dei più talentuosi chef italiani di sempre. Fiore all’occhiello di Torino.
Coco’s
in via Bernardino Galliari 28
Una delle ultime piole vere e veraci di Torino. Affianco al mercato di piazza Madama. Una trattoria urbana capace di attraversare le epoche e affascinare con la propria poetica semplicità. E con il gusto.
Condividere
in via Bologna 20
Condividere è stato sicuramente per un po’ di tempo uno dei più interessanti ristoranti in città. Un format nuovo, di condivisione appunto, curato dall’estro di chef Zanasi. Una meritata stella Michelin.
Contesto Alimentare
in via Accademia Albertina, 21
Ristorante piccolo, intimo, in centro città, che Francesca e Matteo hanno portato nel tempo a essere uno dei più amati dai torinesi. Piatti semplici ma curatissimi, e tanto gusto. Un cult? La panna cotta alla lavanda.
Cucina cinese
in via Madama Cristina 113
Cucina cinese di nome e di fatto. Vera, verace, a prezzi onestissimi. Niente a che vedere con la cucina cinese commerciale che si trova solitamente in giro. Per gli amanti del genere è un posto top.
Da Gino Pizzeria
in via Monginevro 46
Dovevamo scegliere una regina delle pizze al padellino di Torino. Non è facile. Ci sono Cecchi in via Nicola Fabrizi. C’è Da Michi in via San Donato. Il Cavaliere in corso Vercelli. E tanti altri. Ma per noi la pizza al tegamino, gloria e vanto di Torino, è da Gino in via Monginevro. Dove anche la farinata è spettacolare.
Del Cambio
in piazza Carignano 2
Forse una delle location più belle della città. Qui veniva a mangiare Cavour. E qui oggi cucina Matteo Baronetto, chef con una stella Michelin, e fiero alfiere della cucina piemontese d’alta classe.
Dolce Stil Novo
in piazza della Repubblica 4 a Venaria Reale
Dal 1994 chef Alfredo Russo è stellato Michelin, e dentro la Reggia di Venaria da trent’anni propone una cucina d’alta gamma, curata, intelligente e innovatrice quanto basta.
Felicin alla Consolata
in piazza della Consolata 5
Affianco al caffè del Bicerin. Venite qui per mangiare a pranzo i tajarin al ragù. Oppure per un aperitivo con calice di vino e crostini piemontesi. Felicin a Torino è la Langa in formato bistrot.
Gardenia
in corso Torino 9
Mariangela Susigan è una chef geniale. Con grande attenzione alla cucina green, e soprattutto con notevole talento, che le è valso una stella verde Michelin. Vale l’esperienza, specie per il menù degustazione.
Griglio
in via Lanzo 57
Capostipite del format delle macellerie con cucina. Per gli amanti della buona carne cotta su griglia (spiedini, costine, bistecche…) questo posto è praticamente il paradiso.
Il Barbabuc
in via Principe Tommaso 16
Ristorantino intimo di cucina piemontese, con qualche incursione da altre culture gastronomiche. In cucina chef Alberto, giovane, bravo e giramondo. Un posticino dai gusti molto interessanti.
Kadeh Meze Wine Bar
in via della Basilica 1
Meze e wine significa tipo mangia e bevi. Ecco quindi un tapas-bar turco nato dall’estro e della determinazione del giovane chef Stefan Kostandof, che ha consegnato a Torino un locale nuovo, fresco e intrigante.
Kenshō
in via dei Mercanti 16
Secondo noi il miglior ristorante giapponese di Torino. Prezzi un po’ alti ma nel complesso giusti per una cena che diventa non solo un’occasione di gusto, ma una vera esperienza di sensazioni che una volta almeno bisogna provare.
Kirkuk Kaffe
in via Carlo Alberto 16
Approdo sicuro per chi volesse gustarsi un po’ di sana cucina curda. Un bel viaggio tra sapori e soprattutto profumi del Medio Oriente. Tra spezie, tante verdure, ottimo tè e dolci sfiziosi.
L’Ancora
in via della Rocca 22
Andate qui per la buona cucina di pesce. Specie se crudo. Ma anche per gli ottimi primi o le spadellate di gamberi e piatti simili. Prezzi medio-alti, ma L’Ancora non si discute. Sempre un ottimo consiglio.
La Credenza
in via Cavour 22 a San Maurizio Canavese
Una stella Michelin per uno dei ristoranti stellati più famosi e storici della città. Un breve fuoriporta vi porterà in un vero tempio dell’alta cucina del territorio.
La Ferramenta del Gusto Emiliano
in via Giacosa 10
Il miglior posto in città in cui mangiare cucina emiliana. Quindi lasagne, tagliatelle, salumi… Un nome, una garanzia, che nel tempo si è ritagliato parecchio spazio a Torino.
La Taverna di Frà Fiusch
in via Beria 32 a Moncalieri
In realtà questa taverna è a Revigliasco. Ed è un bel ristorante, con una mentalità da trattoria. Quindi piatti curatissimi, ma autentici, e quasi tutti della tradizione di campagna piemontese.
Le Ramine
in via Isonzo 64
La definiremmo una bella trattoria torinese di classe e di quartiere. Che esalta al meglio dimensione “popolare” e allo stesso tempo una naturale eleganza. Il tutto non propriamente in centro città.
Madama Piola
in via Ormea 6
Piola di lusso in San Salvario. E non perché sia cara, anzi il rapporto qualità-prezzo è eccellente. Ma perché porta le ricette delle piole torinesi in una veste e con una cura un po’ più alta. Un ottimo esperimento ben riuscito. E non era scontato.
Magorabin
in corso San Maurizio 61
Marcello Trentini, una stella Michelin, è stato per tanti anni lo chef più punk della città. E nonostante il tempo passi è sempre lì, tra nuove idee, ottima cucina e ambiziosi progetti.
Mollica
in piazza Madama Cristina 2
Questi panini sono stati nominati miglior street food del Piemonte nel 2022. e probabilmente quelli di Mollica Piccoli Produttori sono tra i panini oggettivamente più buoni della città. Componeteli da soli, o lasciatevi guidare da loro.
Opera
in via Sant’Antonio da Padova 3
Stefano Sforza è uno chef di quelli bravi. Che cucina con estro ed eleganza. In questo ristorante d’alta classe che strizza l’occhio alla stella Michelin.
Osteria Antiche Sere
in via Cenischia 9
Obbligatoria la prenotazione per quella che è una delle migliori trattorie della città. Premiatissima e con merito. I prezzi si sono un po’ alzati, ma tutt’ora sono in pochi a riuscire a raccontare il Piemonte così bene attraverso dei piatti.
Osteria Rabezzana
in via San Francesco d’Assisi 23
Luogo di vino (perché è anche enoteca), buona cucina e musica. Tanti concerti all’Osteria ed eventi interessanti, ma soprattutto l’ottima cucina del territorio di chef Giuseppe Zizzo, ormai piemontese d’adozione.
Pescheria Gallina
in piazza della Repubblica 14
Trovate Gallina anche in San Salvario, ma noi vi consigliamo il luogo in cui tutto è iniziato. A Porta Palazzo, per comprare o degustare pesce freschissimo. Beppe Gallina è oggi un vero cult cittadino.
Piola Da Celso
in via Verzuolo 40
Piola autentica in zona Cenisia. Popolare nei piatti e nei prezzi, ma sempre curata. Un successo da sempre, e infatti la folla ne è chiara dimostrazione. Necessario il giro di antipasti.
Ristorante Consorzio
in via Monte di Pietà 23
Storico Tre Forchette della guida del Gambero Rosso. Questo è il classico posto in cui mandi qualcuno se vuoi raccontargli la cucina piemontese fatta per bene. Consigliata la prenotazione.
Ristorante La Pista
al quarto piano del Lingotto
Si tratta del ristorante sul tetto del Lingotto. La cucina di chef Alessandro Scardina strizza l’occhio alla stella Michelin con menù degustazione da fuochi d’artificio. Lui è bravo, giovane e consigliato.
Ristorante Larossa
Via Sabaudia 4
Chef Alessandro Larossa è giunto a Torino portandosi la stella Michelin. Uno dei re dei risotti del Piemonte si è piazzato a in città dunque, con tanta voglia di fare bene.
Scannabue
in largo Saluzzo 25
Sicuramente nella top 5 dei ristoranti in cui mangiare il buon Piemonte a Torino. Laurea ad honorem per la guancia brasata, la battuta di fassona e il bunet.
Sestogusto
in via Mazzini 31
Non la solita pizza, non le solite farine o le solite offerte. Ecco una delle poche pizze che possiamo orgogliosamente definire gourmand. Per una pizza speciale Sestogusto è un’ottima idea.
Suki
in via Amendola 8
In realtà ha due sedi: quella più da ristorante è in via Ormea. Ma noi segnaliamo la formula pranzo in stile bento del Suki di via Amendola; perché è divertente, sa stupire e ha un prezzo onestissimo.
Sushi del Maslè
in via Mazzini 37
Il sushi di carne a Torino ha un nome: Sushi del Maslè. Qui è nata questa moda, che poi si è espansa (vedi il Sushi del Manzò di via Gramsci), ma il Maslè resta un solido punto di riferimento.
Taverna Greca
in via Monginevro 29
Nota di merito per Greek Food Lab in via Berthollet, ma per noi la cucina greca a Torino è la Taverna Greca in via Monginevro. Piatti ricchi, clima rustico, prezzi giustissimi. Proprio come in Grecia.
Trattoria della Posta
in strada Mongreno 16
Una delle trattorie più antiche di Torino, con la famiglia Monticone che dagli anni ’50 se ne prende cura. Cult il giro di antipasti, imprescindibili gli agnolotti, speciali i formaggi.
Trattoria Lauro
in via Airasca 13
Chi l’ha detto che la piola a Torino deve proporre solamente insalata russa, vitello tonnato e battuta al coltello? Lauro è la piola torinese in formato cucina di pesce. Dagli spaghetti alle fritture. Meglio prenotare.
Unforgettable
in via Lorenzo Valerio 5
La tavola del talentuoso Christian Mandura vale la stella Michelin. Al centro c’è la cucina vegetale, ma soprattutto l’estro di un giovane chef prodigio diventato ormai grande. Unforgettable è un’esperienza sensoriale a tutto tondo.
Vale un Perù
in via San Paolo 52
La cucina peruviana a Torino si mangia in molti luoghi meritevoli di nota. Ma se dobbiamo sceglierne uno, diciamo il papà di tutti gli altri. Per noi il top del top: Vale un Perù. Ceviche, pisco e maracuja al massimo della forma.
Vintage 1997
in piazza Solferino 16
La stella Michelin più longeva di Torino, da oltre vent’anni. A volte è uno snobbato, ma se il Vintage si riconferma ogni anno è perché se lo merita. Un grande classico della cucina torinese.
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