Primavera 2025 TQ Braille
Primavera 2025
Il primo numero dell’anno 2025 ha in copertina niente meno che James Cameron, uno dei registi più grandi di sempre, che ha cambiato la storia del cinema e che, a Torino, è protagonista della straordinaria mostra The Art of James Cameron al Museo Nazionale del Cinema di Torino (fino al 15 giugno). All’interno quindi troverete una cover story che vi parla di James e della mostra a lui dedicata.
Di seguito vi lasciamo il best off degli articoli più interessanti di questo numero. Ecco quindi il punto di vista del direttore Guido Barosio; la già citata cover story; l’intervista ad Aldo Cazzullo; un reportage di viaggio tra le meraviglie della Spagna; uno speciale food dedicato ai sapori e agli indirizzi della primavera torinese; 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni selezionati dalla nostra Ristoguida; per concludere con l’immancabile scorcio su luoghi e personaggi insoliti di Torino.
LA PAGINA È IN FASE DI AGGIORNAMENTO e sarà completa il giorno dell’uscita del Magazine nelle edicole: il 4 aprile 2025.
Indice
- “Torino internazionale, Piemonte anche” di Guido Barosio
- James Cameron a Torino… e no, non è fantascienza
- Intervista ad Aldo Cazzullo: «Torino oggi? Mai stata così bella»
- Viaggio in Castiglia – La Mancia: grandi sapori tra i mulini a vento di Don Chisciotte
- Speciale Food Primavera 2025: effetti speciali e consigli gastronomici
- La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Torino internazionale, Piemonte anche
Nella mia intervista ad Aldo Cazzullo, lo scrittore italiano – con due milioni di copie vendute – è esplicito: «Torino non è mai stata così bella, ma oggi “conta” molto meno di prima».
Quando si parla di nuove vocazioni sottolinea: «La cultura dell’accoglienza offre prospettive interessanti. La città piace perché offre un patrimonio di eventi ad alto livello. Poi ci sono istituzioni assai ben condotte, come il Museo Egizio». Ciò che manca è la consapevolezza dell’identità: «Dobbiamo rivendicare la nostra storia: coraggiosa, gloriosa e nobile. Del Risorgimento, che è roba nostra, dobbiamo andare fieri».
I progetti rivolti verso il futuro – vitalizzanti e imprescindibili – hanno bisogno di solide radici, perché altrimenti prevale l’effimero, la piacevole ebbrezza di una stagione che potrebbe anche non ripetersi. Le città, creature viventi metropolitane, ci parlano solo se le sappiamo ascoltare. Torino non può essere Torino se non è consapevole di essere risorgimentale, elegante, operosa e operaia, regale. Elementi solo apparentemente inconciliabili, ma in realtà punti di forza autorevoli di una storia magnifica. Allora la nuova Torino li deve inglobare, raccontare, rendere soggetto attivo delle nuove vocazioni: il cinema, il turismo, la tecnologia, i grandi eventi. Invece, troppe volte, lasciamo che queste eccellenze rimangano reperti da museo.
Che Torino sia stata la prima capitale d’Italia (dopo aver fatto l’Italia!) dovrebbe essere parte costitutiva del nostro city brand, se mai l’avremo. Pensate, invece, a come vivono la propria storia Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, persino Polonia… E veniamo agli orizzonti internazionali. Perché la propria identità, i propri valori, non vanno solo raccontati ai vicini di casa, ma al mondo intero. Non certo per autocompiacimento, ma per auspicabile business.
Io vorrei una “Turin Week” a Londra, Parigi, New York, in Cina e negli Emirati. Vorrei che partecipassero i teatri e i musei, gli imprenditori e gli chef, gli artisti e i musicisti. Esponendo, nel racconto, i nostri re che hanno fatto la nazione, insieme ai protagonisti del presente e del futuro. Contaminazioni per coinvolgere ed emozionare. Oggi si fa così. Ma vorrei anche venisse messo a profitto ciò che ci siamo guadagnati. Abbiamo fatto quattro edizioni delle Finals, con una città magnifica e una venue altrettanto, ma non abbiamo invitato, come avremmo dovuto: stakeholder mondiali dell’imprenditoria, sindaci da tutto il mondo, personaggi dello star system… Era possibile pensandoci per tempo e ritenendola una priorità.
Ha fatto così il TFF e il rosso di Sharon Stone lo ha visto il mondo intero; così come il Salone dell’Auto con la Red Bull… Bravi! Ma non ci sono solo le paillettes: Molinette celebra il record italiano dei 10.000 trapianti. Un evento epocale per la medicina nazionale, ma purtroppo sarà solo una celebrazione accademica e poco più. Peccato, perché la sanità di valore può portare a ricadute economiche formidabili. Ce lo ricordano città di media grandezza (come la nostra) – Lione, Cincinnati, Rochester – che hanno scommesso su questo settore ad alta competitività. Ma una nuova Torino internazionale non può lasciare indietro il Piemonte, di cui è capitale.
L’Europa reputazionale ha visto l’affermazione di territori conosciuti, visitati e apprezzati come veri e propri stati: la Provenza, le Fiandre, la Catalogna… Questo è il campionato del Piemonte, dove le eccellenze (tante) vanno individuate, messe a sistema e promosse con investimenti forti e mirati. Ci troveremo tra le mani un antico regno, ricco di bellezza, fulcro della storia di metà Ottocento. Quel regno ha fatto l’Italia e il Risorgimento. E siamo felicemente tornati al punto di partenza: identità, radici e consapevolezza.
La nostra città internazionale la trovate in copertina: James Cameron, come fu l’anno scorso Tim Burton. Averlo da “torinese” (molto torinese, leggetevi la cover…) è una scelta reputazionale, un modo di dire che il mondo è qui. Quel volto – che potrebbe stare sul Time o su The New Yorker – attualizza i paradigmi, irrigando le nostre radici con la voglia di osare che è Torino Magazine.
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James Cameron a Torino… e no, non è fantascienza
Dategli la Stella della Mole, poi dategli un altro Oscar, e perché no anche un Nobel al cinema o alla ricerca nel cinema: che non esiste ma per James “Jim” Cameron lo si potrebbe inventare. D’altronde lo ha detto lui: «Una delle cose che più apprezzo della vita è la possibilità di scoprire cose nuove». Un mantra che il genio, regista, produttore, inventore canadese ha portato avanti in tutta la sua carriera, anzi fin da bambino (quand’è nato l’amore per il cinema), rivoluzionando la settima arte, anzi ridefinendo i canoni della cultura pop per sempre. In che modo? Con “pochi” film, tutti cult.
Ci sono registi che darebbero una mano per creare anche solo una volta nella vita alcune delle pellicole di James Cameron, e non solo perché sono spettacolari, ma pure per il successo incontrastato al botteghino: alcuni dei più grandi box-office di sempre sono suoi e i film che li hanno “battuti” sono nuovamente suoi. Da Terminator a Titanic fino ad Avatar: il pedigree cinematografico di Jim (nomignolo per confidenti) è indubbiamente quello di un’icona, quasi difficile da immaginare se non fosse vera.
E il bello della mostra The Art of James Cameron sbarcata a Torino il 26 febbraio, è proprio questo: toccare con mano le idee di un regista leggendario per scoprire che dietro a un successo così grande alla fine c’è “solamente” un’enorme umanità; o meglio un’equazione di umanissimi sentimenti quali curiosità, passione, abnegazione… Tutte cose che ci riguardano spesso in prima persona e che mischiate nella persona di James Cameron hanno dato vita a un immaginario unico. Un immaginario molto più “tecnico” rispetto a quello visto con Tim Burton, sempre al Museo Nazionale del Cinema, perché animato da una necessità di esplorazione continua, che guarda allo spazio e poi alle profondità degli abissi, che aspira a maneggiare il futuro, ma che allo stesso tempo si prende cura del presente.
Ecco, tutto meraviglioso, ma come hanno costruito questa The Art of James Cameron? Partiamo dalle basi. Intanto è aperta dal 26 febbraio e lo sarà fino al 15 giugno, noi all’epoca abbiamo avuto la fortuna di vederla in anteprima e una cosa l’abbiamo detta subito: è veramente uno spettacolo. Ancora prima di immergersi nel pensiero di Cameron, in 40 anni di esperimenti, intuizioni, studi, ricerca, rivoluzioni, successi… l’impatto è mozzafiato, proprio esteticamente. Incanta come Avatar e fa trattenere il fiato come Titanic, sfruttando peraltro l’accoglienza del museo del cinema più bello, importante, evoluto d’Italia, dentro la “nostra” Mole Antonelliana.
In questo senso un plauso sicuramente va fatto a tutto il team del Museo Nazionale del Cinema, in primis al presidente Enzo Ghigo, sicuramente al direttore Carlo Chatrian (alla sua prima vera mostra alla Mole), e a tutti coloro che hanno preso parte a un progetto colossale e ambizioso. Reso possibile grazie alla collaborazione con le Istituzioni, con i partner e soprattutto con l’Avatar Alliance Foundation e la Cinémathèque française, senza dimenticare ovviamente la curatrice della mostra Kim Butts.
Dalla curatrice alla struttura: com’è fatta The Art of James Cameron? Ve la raccontiamo noi, anche se ovviamente l’invito è a viverla di persona. La mostra si sviluppa sulla rampa elicoidale all’interno della Mole ed è poi suddivisa in 5 aree tematiche: Sognare ad occhi aperti, La Macchina umana, Esplorare l’ignoto, Mondi indomiti, Creature. In ogni sezione troviamo bozzetti, dipinti, video, oggetti di scena, fotografie, costumi, storyboards… per un totale di 300 “documenti” più 60 opere aggiuntive. Cosa ci raccontano? Il dietro le quinte dei cult di Cameron, i suoi studi determinati, la voglia di innovare continuamente, con una passione e una forza creativa a tratti incomprensibili. Tutto è dettaglio, tutto è ispirazione, e tutto ci ricorda quanto lavoro esista dietro a queste pellicole.
L’inizio della mostra è già cult: con la dedica a Titanic e alla scena del dipinto che Jack fa a Rose, una delle più iconiche della storia del cinema. Una chicca? La mano che disegna Rose è quella di Cameron, che è mancino, mentre Jack non lo è. E qui vi raccontano come hanno fatto a rendere ugualmente credibile la scena… Sempre a piano terra, nell’Aula del Tempio, si comincia a respirare per davvero Cameron, con uno spazio dedicato al mago degli effetti speciali Stan Winston (fido collaboratore del regista per i due Terminator e non solo), alla creazione della regina aliena di Aliens – Scontro Finale (l’insetto fatale fatto incubo spaziale, un mostro cinematografico leggendario) e poi si comincia a salire…
La rampa elicoidale è una benedizione, oltreché fortunata chiave strutturale di questo Museo, perché accentua la magia degli allestimenti, e in questo caso permette anche di godersi al meglio gli immensi giochi di luce e immagini proiettati in mezzo all’Aula. Sognare ad occhi aperti è la sezione che ci immerge nell’immaginazione di un Cameron bambino per sempre, che non ha mai smesso di immaginare mondi e creature, fin da tenera età. Disegni e bozzetti ci narrano di un Cameron che a scuola riempiva i suoi quaderni di studi di figura, mostri e paesaggi extraterrestri; l’alimentazione pop di cui il piccolo James si ciba fin da subito.
Naturalmente Cameron cresce e con lui la mostra, accompagnandoci lungo gli albori della sua carriera, la collaborazione con il leggendario Roger Corman, i primi design costruiti per pellicole di altri, fino alla seconda declinazione della mostra: La Macchina umana. Un salto senza appello nel mondo di Terminator, e quindi dei cyborg, delle intelligenze artificiali prima che fossero moda, della tecnologia che sa essere progresso e incubo. Tutti temi che torneranno in porzioni diverse sia nella sua filmografia che in questa mostra, così come la spinta a Esplorare l’ignoto, forse una delle prime suggestioni che vengono in mente pensando a Cameron, pioniere e avventuriero di qualsivoglia mondo: nel cosmo, nell’oceano più profondo, su pianeti lontanissimi. Mondi indomiti, spesso abitati da creature fantastiche, ma ancor più spesso in pericolo o che mettono in pericolo.
Lo spettro della distruzione di massa è una costante nei film di Cameron, e la colpa è il più delle volte di provenienza umana, spesso “nucleare”, tema caro ai nati in piena Guerra fredda. La difesa del pianeta, e quindi la critica alla violenza dell’uomo, diventa punto cardinale di tutta la storia di Avatar, forse una delle fatiche cinematografiche più celebri di Cameron e anche una delle partiture più affascinanti della mostra. Cameron per Avatar ha dovuto inventare un mondo, un popolo, una cultura… tutto da zero, scegliendo di generare un ambiente rigoglioso e ampissimo in cui la bio-luminescenza sottolinea la forza della vita che scorre in ogni elemento. È particolarmente toccante, attraverso bozze e lavori preliminari, scoprire il pianeta di Pandora ben prima di Avatar, ovvero l’universo di Avatar prima di come lo abbiamo conosciuto noi. Nello specifico possiamo ammirare, nella sezione Creature, la genesi del popolo dei Na’vi, alieni ma in parte umani, maestosi ma anche fragili di fronte all’incubo esportato dall’umanità.
Ecco, noi vi abbiamo anticipato un po’ di suggestioni, ma ci pare sia complicato e perfino ingiusto rivelare più aspetti di una mostra che va semplicemente vissuta. Parlando di The Art of James Cameron, il direttore Chatrian l’ha definita: «Un degno contrappunto alla visionarietà di James Cameron»; e l’impressione è proprio questa: ci si trova a provare a capire come possa stare tutto nella mente di un solo uomo.
Nota interessante: la mostra è allestita secondo i criteri del Design for All, con 9 pannelli multi-sensoriali, al fine di favorire un’agevole fruizione per tutti i visitatori. Un’iniziativa importante, che apre a una doverosa riflessione, e ci riporta a metà gennaio, ovvero a quando abbiamo assistito, al Cinema Massimo, alla conferenza stampa di presentazione del nuovo anno del Museo Nazionale del Cinema e della sua Fondazione. In quell’occasione il presidente Ghigo, Chatrian e tutto il team ci avevano trasportati all’interno della visione di questo grande organismo. Un’entità oggi molto diversa da ciò che era ieri: comprende 80 risorse attive e una rete di volontari vastissima; racchiude un archivio da più di 3 milioni di opere conservate; in 17 anni ha prodotto più di 800 progetti cinematografici di cui 220 sono diventati film, grazie al TorinoFilmLab (e molti anche di successo). Il tutto accogliendo nel proprio Museo più di 800.000 visitatori all’anno.
Vale la pena fermarsi a riflettere e a guardare un Museo Nazionale del Cinema oggettivamente cambiato, riconoscente, ma consapevole e maturo, che vuole fare le cose in grande e soprattutto che le fa; che richiama a sé Tim Burton e ora perfino James Cameron, con una mostra magnifica e con un messaggio audiovisivo in cui il regista esprime tutta la sua voglia di venire a visitare la nostra città. Sembra fantascienza, ma non lo è. E forse per trasportarci in una Torino del futuro servivano giusto James Cameron e il nuovo Museo del Cinema.
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Intervista ad Aldo Cazzullo: «Torino oggi? Mai stata così bella»
L’approccio con Aldo Cazzullo è travolgente. Ti osserva dal suo Everest di due milioni di copie vendute e si lascia esplorare in un territorio apparentemente senza confini, con approdi che spaziano dall’identità nazionale alla storia italiana passata e recente, dalla Bibbia coi suoi miti perpetuamente attuali ai tanti personaggi incontrati, intervistati, indagati, tutti testimoni del nostro tempo, patrimoni di storia e di storie che vien quasi invidia per non essere stati lì con lui, a conoscere la seconda metà del Novecento attraverso la loro voce.
E adesso pronti via, si parte coi libri, i blockbuster recenti e quelli che li hanno preceduti.
Dante, Roma imperiale, la Bibbia: ti stai orientando verso una rotta ben delineata, dove storia e identità procedono allineate. Continuerai così?
«Si tratta di un progetto ad ampio respiro. A questi tre libri ne seguiranno altri quattro, naturalmente non ti dico quali, ma ho già in mente temi, personaggi e contenuti. Riscrivere l’identità italiana è l’obiettivo che mi sono posto. Però per me non si tratta di una novità, ho già affrontato la prima guerra mondiale, Mussolini e la resistenza. Il mio libro più recente – Craxi, l’ultimo vero politico – è dedicato a un personaggio che merita di essere ripensato, rivisto attraverso una prospettiva che non è quella della cronaca. Ma non si tratta di una rivalutazione postuma. Craxi ha commesso errori, e anche reati, per i quali è stato giustamente condannato, ma era un uomo che offriva il petto, coraggioso, fisicamente impattante. Se ti ricordi Vittorio Feltri lo chiamava “Il cinghialone”. Io e Gianni Pennacchi de Il Giornale andammo in Tunisia poco prima della sua morte, ci aspettavamo una farsa ma vivemmo una tragedia. Tutti pensavano che Craxi cercasse di rientrare in Italia per concessione, invece lui non chiedeva favori, il suo desiderio era di farsi operare in Tunisia, però morì prima. Una fine tragica e dignitosa».
L’Italia ha un problema con la propria identità nazionale?
«Contrariamente a quanto si può pensare noi abbiamo il senso della patria, ma non abbiamo quello dello stato. Possiamo criticare l’Italia, senza risparmiarci, ma non sopportiamo che lo facciano gli altri, e in particolare che lo facciano i francesi. Ci manca l’educazione civica, per i funzionari e i servitori dello stato abbiamo coniato nomignoli in serie, come per i poliziotti, che chiamiamo sbirri. Per noi la patria è in assoluto una storia di famiglia, che può anche alterare la realtà dei fatti. Prendi il fascismo. Perché molti italiani non ne danno un giudizio negativo? Perché i propri nonni, i propri genitori, molte volte erano fascisti. Quindi se mio nonno era fascista, ed era una persona buona, anche il fascismo non può essere stato così cattivo».
Gli italiani non sono certo stati clementi con le figure che hanno incarnato il potere…
«Esatto, noi non siamo un popolo tollerante, ma feroce. E faccio qualche esempio: Cesare pugnalato, Mussolini fucilato e appeso a piazzale Loreto, Mattei assassinato in volo, Craxi morto in esilio, Moro giustiziato dalle Brigate Rosse, Andreotti processato e condannato. Vicende italiane che fanno riflettere».
E la nostra memoria storica?
«Siamo poco consapevoli del ruolo che occupiamo nella storia del mondo, che invece è stato straordinario. L’arte, l’architettura e la cultura dell’Italia sono fenomeni eterni, centrali nella storia dell’umanità. Abbiamo lasciato tracce rilevanti ovunque, e ovunque ce lo riconoscono. I più celebri edifici americani sono di ispirazione italiana, come la Casa Bianca e il Campidoglio a Washington. Molte parole inglesi e francesi hanno la radice italiana, come people o peuple, o come religion. Tutto riconduce alla Roma imperiale e al Rinascimento».
Hai reso la Bibbia una grande narrazione alla portata di tutti. È una sfida partita da lontano?
«Dico sempre che ho scritto Il Dio dei nostri padri in sei mesi, ma che in realtà ci ho messo tutta la mia vita a concepirlo, perché ho sempre frequentato questi temi. Forse il momento determinante è stato quando, leggendo la Bibbia, ho vegliato mio padre in fin di vita. Lui ebbe un’esperienza di premorte, lo convinse dell’esistenza di una vita oltre la vita. Me lo raccontò e fu una vicenda che mi segnò per sempre».
Dalle tue pagine si coglie l’universalità della Bibbia. L’hai definita “Il libro da cui discendiamo tutti”…
«Innanzitutto è più corretto dire che la Bibbia non è un libro, ma una vera e propria biblioteca: scritta da mani diverse attraverso oltre un millennio di storia. Se la guardiamo nella prospettiva attuale sarebbe un’opera iniziata prima dell’anno mille, in pieno Medioevo, e terminata ora. Forse l’elemento più straordinario è che la Bibbia parla di te, ed è piena di temi universali come la creazione, la morte, l’amore, la vendetta, la liberazione e la conquista. Era importante rendere l’assoluta modernità di un’opera che parlerà sempre il linguaggio dei contemporanei, in qualsiasi epoca la si legga. Ma la Bibbia è anche un testo nel quale la storia degli antichi si riflette nei conflitti contemporanei. Ci sono i filistei, che erano i palestinesi, in guerra con gli ebrei; e questo accadde 3000 anni fa, negli stessi territori che oggi li vede contrapposti. Poi ci sono gli egiziani, travolti dalle acque, che mi fanno pensare alle armate di Nasser, insabbiate nel deserto durante la guerra del 1967. E anche qui la storia, come preda di una profezia, si è ripetuta con le medesime modalità».
Nelle tue interviste hai raccolto le testimonianze di molte tra le figure più rilevanti dalla seconda metà del Novecento in avanti. Quali gli incontri memorabili?
«L’intervista non è solo memorabile per il personaggio che si incontra, ma per il contesto nel quale viene realizzata. Ho incontrato Vialli e la Murgia durante la loro malattia. Ho intervistato Edgardo Sogno, che mi ha rivelato il suo progetto di golpe. Poi ci sono gli sportivi, come i due miti del tennis: Nadal – che è sempre stato il mio eroe, per la sua forza e la sua tenacia – e Djokovic: un uomo di levatura assoluta, colto, sensibile, che parla un italiano impeccabile. Nole mi ha raccontato della sua tormentata vicenda in Australia, dove venne messo in isolamento per non aver fatto il vaccino. Emozionante, toccante il suo ricordo di ragazzo sotto le bombe di Belgrado, durante la guerra. Lo sport mi ha sempre appassionato e ho avuto la possibilità di seguire sei edizioni dei Giochi olimpici e altrettanti Mondiali di calcio. La musica è un altro tema a me caro, sono legato alle interviste con Paoli, Dalla, che conoscevo benissimo, Battiato, Guccini, Vecchioni… Due figure straordinarie? Inge Feltrinelli e Steven Spielberg. La prima era una vera testimone del nostro tempo, che ha conosciuto, tra i tanti, Hemingway, Fidel Castro e Che Guevara. Spielberg, oltre che un uomo di straordinario talento, è gentile, attento, sa ascoltare e non si limita a esibire se stesso. La più grande delusione? Bill Gates, monocorde, parla solo di soldi».
Ami lo sport, ma qual è la tua squadra del cuore?
«Sono juventino da sempre. Da ragazzo ero un tifoso particolarmente acceso. Dopo, con le vicende di calciopoli, è arrivato il disamore. Più recentemente mi sono riavvicinato ai colori bianconeri».
Come giudichi Torino?
«Torino non è mai stata così bella. Noi, che abbiamo vissuto la città tra l’85 e il ‘99, non possiamo che notare una evidente differenza, per la vitalità e il dinamismo, per la ritrovata bellezza. Ma oggi conta molto meno di prima: politicamente, demograficamente, imprenditorialmente. Torino era la capitale della civiltà industriale, in Italia e non solo, conseguentemente aveva anche più abitanti. L’auto di allora è quello che la tecnologia rappresenta per il mondo di oggi. Poi la politica: questa era la città del PCI, e tutti i suoi leader erano torinesi, di origine o di adozione. Anche il partito liberale, l’ideologia liberale, aveva solide radici torinesi, da Cavour in avanti».
E culturalmente?
«Torino era una capitale, la città dell’Einaudi, e aveva un’università con personaggi di straordinaria levatura. Chi ha studiato con loro ancora oggi è un privilegiato. Però ci resta un grande politecnico, ed è una risorsa rilevante».
Torino ha nuove vocazioni. Cosa ne pensi?
«Quella dell’accoglienza offre prospettive interessanti. La città piace perché offre un patrimonio di eventi ad alto livello, dalle ATP Finals al Salone del Libro, da Terra Madre alla settimana dell’arte. Poi ci sono istituzioni assai ben condotte, come il Museo Egizio. Il cibo è un altro punto di forza. Per me il Cambio è il ristorante più bello al mondo. E il territorio fa la sua parte: io vengo da Alba, dove il connubio tra cibo e vino rappresenta un valore speciale».
Torino è consapevole della propria identità?
«Non completamente. Dobbiamo rivendicare la nostra storia: coraggiosa, gloriosa e nobile. I punti di forza sono tre: il Risorgimento, la resistenza e la FIAT. Torino l’Italia l’ha fatta due volte: quando l’ha unificata e dopo il secondo conflitto mondiale, anni preceduti dal riscatto della guerra partigiana. Il Risorgimento è cosa nostra, ed è una vicenda di cui dobbiamo andare fieri»
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Viaggio in Castiglia – La Mancia: grandi sapori tra i mulini a vento di Don Chisciotte
Quell’hidalgo, triste eroe universale
«Un piatto di qualcosa, più vacca che castrato, brincelli di carne in insalata il più delle sere, frittata di zoccoli e zampetti il sabato, lenticchie il venerdì, un po’ di piccioncino per soprappiù la domenica, esaurivano i tre quarti dei suoi averi». Questo l’abituale menu settimanale di Don Chisciotte della Mancia, l’hidalgo creato da Miguel de Cervantes all’inizio del Seicento: melanconico folle in male arnese, che però, come ha scritto Borges, «possedeva le virtù principali dello spagnolo: il coraggio fisico e l’onestà del galantuomo».
Facile innamorarsi di lui se i libri governano la tua vita, perché Don Chisciotte, reso folle da letture su letture di romanzi cavallereschi, perse il senno creando una propria, eroica, realtà parallela, dominata dalla fantasia. E il mondo che lo circonda si fa beffa di lui, lo inganna e bastona. Finirà male, ci è chiaro fin dal principio, perché gli toccò “morir savio e viver matto”.
Da risoluto bibliofilo Don Chisciotte mi ha sempre intenerito e commosso, per quel suo ingenuo desiderio di imprese e di eroismo. E condivido con piacere il monologo concepito da Corrado D’Elia: «A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento. Ai pazzi d’amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno. Ai reietti, ai respinti, ai reclusi. Ai folli veri o presunti. Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere al sentimento puro. A tutti quelli che ancora si commuovono. Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato. Ai poeti del quotidiano. Ai vincibili dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. Agli eroi dimenticati e ai vagabondi. A chi, dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile. A chi non ha paura di dire quello che pensa. A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà. A chi non vuole distinguere tra realtà e finzione. A tutti i cavalieri erranti».
Un viaggio nella grande comunità autonoma di Castiglia-La Mancia, terza per estensione in Spagna, non può prescindere dal suo eroe, un emblematico compagno di viaggio, reso immortale dallo schizzo di Pablo Picasso (1955) in tre soli elementi: l’hidalgo, hombre vertical, il tondeggiante scudiero Sancho Panza, un sole alto ad arroventare il contesto.
Ma ripartiamo dal menu di Don Chisciotte, per arrivare a una delle ragioni principali della nostra esplorazione: la cucina regionale, coi suoi approdi e i suoi prodotti, con la sua felice progressione dal rurale verso il futuro. Se osserviamo quei piatti barbari, certamente bizzarri, esposti da Cervantes, va subito detto che a noi è andata molto ma molto meglio.
Oggi, tra Toledo e Cuenca, punto di partenza e di arrivo del nostro itinerario, si incontra una ristorazione spagnola meno sofisticata rispetto ad altri scenari (Barcellona, Madrid, Paesi Baschi…), ma più genuina, perché testata all’inizio del proprio processo evolutivo. Qui la distanza tra ricette ancestrali e invenzione si rivela assai ridotta. Anche nei ristoranti d’eccellenza i sapori antichi risultano fieramente riconoscibili: quello che cambia è la forma più che il contenuto, l’innovazione si afferma senza cancellare; il contadino, l’allevatore e il cacciatore governano ancora il gioco, anche dietro le quinte.
E ancora: nei centri di media grandezza che abbiamo visitato, la ristorazione è un elemento culturale qualificante, integrato nella realtà monumentale e paesaggistica delle diverse località. Ci parla della storia e delle tradizioni, come un arazzo e una ceramica, come il palazzo e la cattedrale.
Tre culture per erigere un capolavoro
La prima tappa è Toledo (80 chilometri da Madrid), World Heritage Site dell’UNESCO dal 1986, per tre secoli araba, per quattro la più importante città di Spagna. Definita delle “tre culture”, in quanto storicamente e artisticamente legata alle comunità che la resero grande: cristiana, musulmana ed ebraica. Ieri come oggi, la definizione di Théophile Gautier è perfetta: «Toledo, città unica al mondo, dove il passato e il presente si fondono in un solo blocco di pietra».
Magnifica nella sua urbanistica, si concede a uno sguardo seducente attraversando il Tago nell’ora blu: quando, sul dorsale della sua collina, si accendono le luci dei lampioni che illuminano l’arazzo di vie, torri, mura, palazzi. In alto i due monumenti più emblematici: l’Alcázar e la Cattedrale. Il primo è una fortezza nota per la strenua resistenza delle milizie franchiste durante la guerra civile. La seconda è un gioiello della cristianità, che lascia incantati per dimensioni e pirotecnica bellezza. Capolavoro assoluto dell’arte gotica spagnola, in grado di competere, e superare, le grandi chiese francesi: misura 120 metri di lunghezza, 59 di larghezza, ma dove lo stupore insegue il cielo è nella navata centrale, alta 45 metri.
Capolavoro assoluto di Santa Maria di Toledo, edificata su una preesistente moschea, è il Trasparente: sembra quasi impossibile che l’uomo sia stato in grado di realizzare questo vertiginoso gioco di scultura, pittura e luce naturale.
Completano la meraviglia la Capilla Mayor col suo coro, la Cappella Mozarabe e la Sacrestia, vero e proprio atlante della pittura, con opere di Goya, Velázquez, Tiziano, Caravaggio ed El Greco. El Greco visse a Toledo la seconda parte della sua vita; tra i suoi capolavori, in cattedrale, lo Spoglio di Cristo. Il signore del colore ti lascia assorto in quanto ineguagliabile, con le sue figure esili e trasfigurate: se ne videro di simili solo tre secoli più tardi. Il suo amore per Toledo fu assoluto: «Nessuna altra città mi ha ispirato tanto come questa. Nei suoi cieli, nelle sue strade, trovo l’essenza della luce e dell’ombra».
Altra tappa d’obbligo è una visita alla Artesanía Morales, dove si può ammirare (e acquistare) il prezioso acciaio di Toledo. Ve lo proporranno anche altrove, ma questo è il migliore, ottenuto con una lavorazione che risale al 500 a.C., ancora oggi forgiato con procedimenti antichissimi, che garantiscono la durezza e l’elasticità ideale. Per una spada medievale si spendono circa 500 euro, 300 per una daga romana. Io ho scelto l’elegante falcata, la più antica arma mai prodotta nella penisola iberica, usata dai nativi per combattere i legionari. Gustave Doré scriveva: «A Toledo le spade non sono solo armi, sono storia, sono arte, sono leggenda».
Gastronomicamente, Toledo riflette un passato regale, rinvigorito dalle eccellenze di una cucina contadina, ricca quanto autorevole. I capisaldi della produzione manchega, che ritroveremo ad ogni tappa, sono: l’olio di oliva (aceite in spagnolo), lo zafferano (“oncia di zafferano, oncia d’oro“, recita un proverbio regionale), il riso di Calasparra, l’agnello manchego, l’aglio Morado di Las Pedroneras, il Pan de Cruz di Ciudad Real (dall’incisione a forma di croce sulla superficie), il queso manchego (varietà unica di pecorino a pasta dura, con diversi livelli di stagionatura), il gustoso cerdo (maiale), l’imprescindibile baccalà, amatissimo dai sovrani che lo importavano attraverso viaggi impervi, entrato nelle ricette locali ai tempi del Siglo de Oro per non uscirne mai più.
Il ristorante che consigliamo a Toledo è Clandestina. Alla corte di José Manuel Gallego, lo chef, ci si siede per condividere tapas (definite divertimientos), antipasti e portate principali. Ci sono i prodotti del territorio, merluzzo e baccalà, ma ci resta impressa, come una fotografia, l’acciuga con pesto e arancia: neanche in costa ne abbiamo mangiata una così buona. José espone con fierezza la sua lista di riconoscimenti, davvero tanti, tutti meritati.
La prima notte la passiamo in uno di quei posti che in ogni viaggio vorresti trovare: Casa del Medico ad Alcázar de San Juan. Un boutique hotel dove tutto è perfetto: gli arredi di una magione padronale, le librerie, l’eleganza sobria di ogni ambiente, l’ampio patio con la piccola piscina, la golosa prima colazione, la discrezione di un personale che vedi solo quando serve.
E se invece di mulini fossero giganti?
«Guarda amico Sancho, quei trenta o poco più smisurati giganti, con i quali intendo combattere e togliere loro la vita». È forse la frase più celebre del capolavoro di Cervantes, simbolo ideale del conflitto tra illusione e realtà. Ma, come sempre, quando ci si confronta con un mito, si teme la delusione: coi celebri mulini a vento prigionieri di negozietti tutti uguali, pullman affollati di turisti, ristorantini pacchiani e quant’altro. Ma non è così: il fascino è ancora intatto, o quasi. E l’overtourism, grazie a Dio, è distante.
Noi abbiamo incontrato questi edifici emblematici dell’agricoltura manchega in due siti: Campo de Criptana – un sonnolento villaggio candido, fuori dal tempo – e a Cerro de San Antón, in piena campagna. Si alzano – bianchi, sormontati dall’aguzzo copricapo scuro – in un contesto pianeggiante che li esalta: emblematici, vagamente misteriosi, isolati, perfetti per essere ammirati e fotografati.
Forse la lettura di Cervantes mi ha suggestionato, ma ho avuto il pensiero che possano essere, adesso come quattro secoli orsono, una porta privilegiata per le fantasie, e magari anche la follia. Li guardi fisso, avvicinandoti e… potresti scambiarli per giganti? Sì, per merito loro – silenti, enigmatici – ma anche per il contesto ambientale: luci contrastate, vento, aria di battaglia.
Insomma, questo non è un luogo come tutti gli altri. A partire dal singolare approdo gourmet che avevamo in programma: Las Musas, a Campo de Criptana, l’unico ristorante che abbia mai provato privo della porta di accesso. Ci siamo arrivati a tarda sera, intorno buio e mulini a vento, solenni come fantasmi. In alto si vedevano tavoli e clienti, tutto regolare. Ma dopo due giri intorno all’edificio ci siamo rassegnati: l’ingresso proprio non c’è. Al terzo giro vedo una porta di metallo, senza alcuna indicazione. La spingo… e ci troviamo in cucina. Come se niente fosse, ci accolgono e ci portano al tavolo. Di far domande non abbiamo voglia, e ci dedichiamo a una degustazione felicissima: il lomo iberico (prezioso prosciutto locale), il migliore di tutto il viaggio, un solomillo (controfiletto) da manuale, un baccalà con olio e pesto, davvero radioso e, per finire, un riso con latte cremoso, di alta scuola. Tutto orchestrato dallo chef Carlos Ortega, tra pareti imbiancate e irregolari, dall’impatto fiabesco. Naturalmente, come se niente fosse, siamo usciti dalla cucina.
Giusto per la cronaca: il giorno dopo ci siamo ripassati… e dell’ingresso, neanche l’ombra.
Teresa Gutiérrez, la regina che ha scelto la quiete
Avete presente il mondo degli chef, competitivo e frenetico? Talent in TV, rincorse alla Michelin e ai 50 Best, palcoscenici dove tutti sono vittime di un cardiofitness che mette a repentaglio ogni momento di serenità, anche quello necessario per riflettere sul proprio lavoro? Ecco, nella cittadina di Villarrobledo, Teresa Gutiérrez, una stella Michelin alla guida di un team completamente femminile, ha chiuso fuori dalla porta tutto questo. Il suo Azafrán è un faro nella regione, perché il 90% dei clienti arriva da fuori, attratti dagli irresistibili prodotti locali, dove le ricette tradizionali incontrano il futuro con misura, attenzione ai dettagli, creatività calibrata e geniale.
I suoi highlights sono: il pane fatto in casa, interpretato con originalità, l’agnello manchego, il lombo di maiale conservato con salmorejo (zuppa fredda), la selvaggina di stagione, il pecorino locale e il mitico zafferano, che dà il nome al ristorante. Semplicità apparente, risultati trascendenti. «Ogni giorno mi piace di più tutto ciò che proviene dalla Mancia – ci spiega Teresa – La scelta di vivere e cucinare dove sono nata è frutto di una volontà precisa: voglia di crescere in un contesto che conosco, rassicurante, ideale per esprimermi. Non mi trasferirei mai a Madrid, dove i ritmi sono frenetici e conta solo il lavoro».
Difficile per una donna essere chef stellata in Spagna? «Sì, anche se meno che in passato. Nella cultura tradizionale l’uomo non deve badare alla famiglia, ai figli, così ha più tempo da dedicare alla professione. E questo è un mestiere altamente impegnativo. La mia risposta a tutto ciò è stata esistenziale: a Villarrobledo ho ogni cosa sotto controllo, faccio le mie scelte in armonia coi miei spazi. E sono convinta che, attraverso i risultati, la strada venga percepita dagli ospiti. Questa è casa mia».
Prima di puntare verso Cuenca, ancora due tappe: una gourmet e una monumentale. Il castello medievale di Belmonte – sulla ruta di Don Chisciotte – domina la pianura con le sue torri cilindriche e le mura possenti, offrendo un colpo d’occhio che soggioga: un emblematico viaggio nel tempo, in questi luoghi a lungo contesi tra mori e cristiani. La cantina Pago De La Jaraba è invece un modello di cura e professionalità. Oltre alle proposte vinicole – che rappresentano una modernizzazione sapiente ed efficace delle referenze regionali – viene prodotto un olio eccellente e un formaggio pecorino eccezionale, realizzato con i tremila capi della tenuta.
Cuenca, la città incantata
Roccia, case e palazzi composti in un unicum che potrebbe sembrare impossibile, tanto è azzardato. Cuenca – patrimonio universale dell’UNESCO – è una città costruita a picco sul suo baratro, dove le mura degli edifici sono aggrappate alla pietra e si affacciano verso il vuoto. Edificata nel Medioevo, è stata, anche a causa della propria topografia, più volte rimaneggiata. Come la sua cattedrale, dove la facciata non coincide con l’interno e si rivolge verso il cielo, mentre l’interno propone vetrate astratte, cubiste e surrealiste.
“Città astratta e urlo visivo” – come venne definita da Camilo José Cela e Julián Marías – Cuenca conserva piccoli musei di valore assoluto. Il più emozionante è quello di Arte Astratta, allestito in quella che è forse la più bella casa colgada (casa sospesa) del centro storico. Tra le pareti di un candido abbagliante si contempla la collezione allestita nel 1966 dai fondatori del movimento: Gustavo Torner e Fernando Zóbel. Una corrente artistica che conquistò New York ed ebbe notevole libertà di espressione, nonostante fossimo in epoca franchista.
Oggi a Cuenca si producono ceramiche di qualità, ammirabili e acquistabili negli atelier di Rubén Navarro e Fernando Moya. Per respirare appieno le atmosfere del casco histórico (la città vecchia), consigliamo di soggiornare tra le mura dell’Hotel Convento del Giraldo, antico edificio religioso, dove modernità e storia si accordano attraverso la cultura dell’accoglienza.
Cuenca è circondata da un mondo ancestrale – la Serranía – nel quale la natura governa il paesaggio: il meno abitato dall’uomo di tutta la Spagna (2 abitanti per km², meno che in Scandinavia). Il punto di maggiore suggestione si trova alle sorgenti del fiume Cuervo, dove le acque scendono tra rocce e vegetazione: una cascata barocca tra muschi e infiniti balzi di acqua cristallina. Una fiaba verdeazzurra in continuo movimento, un arabesco che muta in continuazione facendoti smarrire il senso del tempo.
Antichi sapori chiamati a rivivere
Il genius loci non ignora mai la tavola. E se il contesto – come a Cuenca – propone epoche diverse in serrato confronto, anche la cucina si accorda su questo sentiment accattivante.
Al Figón del Huécar prevale la cucina del forno a legna, con sapori vigorosi e autorevoli, ma eleganti impiattamenti. Lo spezzatino di cervo (da queste parti cacciagione di prossimità), con fichi e frutti di bosco, è il piatto iconico di un ristorante che vanta uno spettacolare affaccio sulla vallata.
Il Raff de San Pedro ci è piaciuto molto per la volontà dello chef – José Ignacio Herraiz, allievo di El Bulli – di raccontare che cosa è Cuenca: ovvero la piccola capitale di un mondo contadino e silvano, dove, tra campi e foreste, si affaccia costantemente la meraviglia. Quindi: terrina di caccia, cervo (anche qui una costante), trota marinata e una sorpresa… Varianti vegane per numerose ricette in menu: rispetto quindi per il mood dei piatti, ma anche per le inclinazioni dei clienti.
Il top lo abbiamo toccato dallo stellato Jesús Segura a Casas Colgadas, ristorante inaugurato tre anni fa in una delle più ammalianti abitazioni di Cuenca. Dominano la carta (ce ne sono due versioni, una più ampia e l’altra “ristretta”, ma non si sceglie nulla) sapori di montagna e selvaggina: intransigenti, per nulla edulcorati dalla modernità, originalissimi nelle idee e negli accostamenti. Eloquente il titolo del menù: volver, ovvero tornare. Dentro riappaiono cervo, trota, lepre, piccione: gusti antichi riaffacciati verso un mondo nuovo. Segura sarà il Redzepi manchego? Forse sì.
Circondati dal verde che avvolge le sorgenti del Cuervo, il ristorante Sierra Alta di Vega del Codorno ci accoglie invece in un luogo dove il tempo sembra immobile: grande camino per la cucina alla brace, rustiche tavolate in legno, vino generoso, piatti semplici e antichissimi, allegra cordialità, prezzi più che ragionevoli. È il regno della carne (buonissima), per un mondo di sapori incontaminato. Bravi. Chiudiamo il nostro percorso gourmet nella parte moderna di Cuenca (assai meno attrattiva del casco viejo), affacciandoci nel locale più contemporaneo della città: Olea Comedor. Qui la tradizione è poco più che uno sputo.
Vincono le contaminazioni (in genere orientali), e la formula prevede il compartir (condividere), con portate concepite per essere gustate da uno o più commensali: tra i must della cucina spagnola contemporanea. Il gioco può sembrare azzardato, ma i risultati sono assai convincenti. Si esce con la consapevolezza che queste materie prime hanno una versatilità sorprendente, ideale per varcare ogni confine, con quei gusti forti e identitari che abbiamo imparato a conoscere.
Castiglia-La Mancia confina con Madrid, ma è proprio un altro mondo. Dove un hidalgo continua a cacciare giganti, la cucina non spezza mai i suoi legami con la storia, e i monumenti hanno cercato la meraviglia alzando gli occhi su, in alto, verso il cielo.
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Speciale Food Primavera 2025: effetti speciali e consigli gastronomici
Con James Cameron in copertina non potevamo non dedicare una parte di questo Speciale Food Primavera 2025 proprio agli “effetti speciali” dell’ecosistema gastronomico torinese (qui l’articolo completo), seguiti poi dai consueti consigli food stagionali. In alcuni casi approfondimenti, in altri grandi classici e perfino inaspettati ritorni di fiamma (letteralmente). Quindi, tra formaggi dallo Shropshire, sua maestà l’asparago, cacao sul ragù, tovaglie come bandiere, cotture lente e molto altro, ecco tutte le frecce all’arco di questo nuovo Speciale Food Primavera 2025.
Borgiattino
Si comincia da un consiglio nuovo, sia internazionale che fortemente territoriale, un luogo interessante perché qui si mangia dalle 8 e mezza del mattino fino alle nove e mezza di sera. Borgiattino (corso Vinzaglio, 29) è uno dei grandi riferimenti per acquistare formaggi di ogni genere in città (oltre 130 le referenze), ma di recente si è rifatto il look ospitando uno sfizioso ristorante che vive connesso alla propria gastronomia. Da segnare.
La Taverna Frà Fiusch
TerminUgo Fontanone dà forse il meglio quando può dialogare con le sue materie prime del cuore… E in primavera è tempo di asparago. Ca va sans dire dunque: ecco a voi il risotto con asparago e raschera, o la ricciola con asparago, menta, zucchine e burrata. E ovviamente molto altro. La Taverna di Frà Fiusch (via Beria 32 a Moncalieri) è uno di quei luoghi speciali e finisce di diritto nello Speciale.
Ca’ Mia – Casa Albano
Shabby-chic e guancia con sedano rapa in due consistenze: basterebbe questo a farci dire un deciso “sì”. E invece c’è molto altro. Siamo tornati a Moncalieri da Marco Albano, Davide Tedesco e tutta la banda, e come al solito andiamo via felici. Dopo la suddetta guancia, abbiamo assaggiato un pacchero con ragù di cinghiale, arancia e cacao, e un uovo cotto a 63 gradi con carciofo e fondente di patata. Da Ca’ Mia (strada Revigliasco, 138) si mangia bene, si spende il giusto e ci si diverte. Micro fuoriporta da avere in repertorio.
Ceccarelli
Mestiere, professionalità, estro al servizio del benessere del cliente. La cucina del ristorante Ceccarelli (via Santorre di Santarosa, 7) gira come un orologio, con Walter ed Enrico a fare da garanti. Certi posti li inquadri subito dalla clientela: serena, felice, affezionata. Entrare qui è un tuffo dove l’acqua è alla temperatura giusta e ti vedi i piedi (altro che più blu). Noi abbiamo mangiato insalata di polpo e puntarelle con emulsione di acciuga, risotto certosino e maialino con friarielli. Tutto “girato”, a proposito di Cameron, a regola d’arte.
Establo
Nome argentino, cuore piemontesissimo, per un locale che da oltre quarant’anni racconta, tratta, cucina la carne veramente di lusso. Nel senso che qui padroneggiano l’arte della griglia, espressa in 10 bocche di fuoco finemente regolate, attorno a cui si muove Marco, mattatore e gran cerimoniere, di queste carni. Per noi? Ottimi i tomini e le polentine con fonduta… Però quella tagliata finale di certo non si batte. Un fuoriporta, in strada del Passatempo 3 a Chieri, davvero sorprendente.
Trattoria della Posta
Giungiamo infine in strada Mongreno 16 e al riferimento delle “tovaglie come bandiere”. Tovaglie a quadri che significano identità, tradizione, capacità di portare avanti il lessico delle nostre ricette generazione dopo generazione. La Trattoria della Posta è stata ed è la trattoria dei formaggi, e poi della finanziera, del coniglio, degli agnolotti, della panna cotta fatta come si dovrebbe. La Posta è il consiglio di un amico sincero che ti invita all’approfondimento delle meraviglie gastronomiche del nostro Piemonte. Come fai a dirgli di no?
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La Ristoguida in breve: 50 tra i migliori ristoranti di Torino e dintorni
Al Cacimperio
in via Lamarmora 17
Ottimo posto per mangiare carne su griglia a Torino. Al Cacimperio è un grande classico, con tagli di carne pregiata italiani e dal mondo, e la griglia a centrotavola.
Andirivieni
in via Edoardo Rubino 43
Socialità, inclusione, buona cucina. Questo ristorante all’interno di Cascina Roccafranca è un’ottima osteria etica in cui mangiare ricette contemporanee e ben fatte.
Antonio Chiodi Latini
in via Bertola 20
Uno dei migliori ristoranti in città per degustare cucina vegetale d’alto livello. Complice la mano di chef Antonio Chiodi Latini, il cuoco della terra. Prezzi un po’ elevati, ma vale l’esperienza.
Azotea
in via Maria Vittoria, 49
Il miglior abbinamento cocktail-piatti d’Italia. Lo dice il Gambero Rosso. La cucina nikkei, ovvero giapponese-peruviana di chef Robles è già un cult torinese.
Barbagusto
in via Belfiore 36
In San Salvario una piola gestita da giovani, un luogo di risate e belle accoglienze, di cucina semplice e spontanea. Una trattoria urbana di cucina piemontese, con il giusto mood.
Bifrò
in via Mazzini 23
Tra le 21 migliori steakhouse d’Italia una è a Torino, ed è Bifrò. Prezzi medio-alti, ma qualità della carne veramente spaziale.
Caciucco
in via Amedeo di Castellamonte 2 a Venaria Reale
Il ristorante Caciucco si è spostato a Venaria, ma la formula vincente è sempre la stessa. Menù degustazione originale, divertente, con tanto pesce e soprattutto tante idee.
Caffè dell’Orologio
in via Morgari 16
Altra piola in San Salvario, un luogo da vivere tutto il giorno, con una cucina schietta e per certi versi d’altri tempi. Prezzi e cucina onestissimi: un’ottima idea per una trattoria semplice in cui mangiare bene.
Cannavacciuolo Bistrot
in via Umberto Cosmo 6
Antonino Cannavacciuolo non ha bisogno di presentazioni. Questo è il suo bistrot torinese. Emanazione della leggenda che ormai avvolge lo chef campano. Ha una stella Michelin, e quindi merita l’esperienza.
Carignano
in via Carlo Alberto 35
Una stella Michelin per il ristorante Carignano e quel geniale chef che è Davide Scabin. Uno dei più talentuosi chef italiani di sempre. Fiore all’occhiello di Torino.
Coco’s
in via Bernardino Galliari 28
Una delle ultime piole vere e veraci di Torino. Affianco al mercato di piazza Madama. Una trattoria urbana capace di attraversare le epoche e affascinare con la propria poetica semplicità. E con il gusto.
Condividere
in via Bologna 20
Condividere è stato sicuramente per un po’ di tempo uno dei più interessanti ristoranti in città. Un format nuovo, di condivisione appunto, curato dall’estro di chef Zanasi. Una meritata stella Michelin.
Contesto Alimentare
in via Accademia Albertina, 21
Ristorante piccolo, intimo, in centro città, che Francesca e Matteo hanno portato nel tempo a essere uno dei più amati dai torinesi. Piatti semplici ma curatissimi, e tanto gusto. Un cult? La panna cotta alla lavanda.
Cucina cinese
in via Madama Cristina 113
Cucina cinese di nome e di fatto. Vera, verace, a prezzi onestissimi. Niente a che vedere con la cucina cinese commerciale che si trova solitamente in giro. Per gli amanti del genere è un posto top.
Da Gino Pizzeria
in via Monginevro 46
Dovevamo scegliere una regina delle pizze al padellino di Torino. Non è facile. Ci sono Cecchi in via Nicola Fabrizi. C’è Da Michi in via San Donato. Il Cavaliere in corso Vercelli. E tanti altri. Ma per noi la pizza al tegamino, gloria e vanto di Torino, è da Gino in via Monginevro. Dove anche la farinata è spettacolare.
Del Cambio
in piazza Carignano 2
Forse una delle location più belle della città. Qui veniva a mangiare Cavour. E qui oggi cucina Matteo Baronetto, chef con una stella Michelin, e fiero alfiere della cucina piemontese d’alta classe.
Dolce Stil Novo
in piazza della Repubblica 4 a Venaria Reale
Dal 1994 chef Alfredo Russo è stellato Michelin, e dentro la Reggia di Venaria da trent’anni propone una cucina d’alta gamma, curata, intelligente e innovatrice quanto basta.
Felicin alla Consolata
in piazza della Consolata 5
Affianco al caffè del Bicerin. Venite qui per mangiare a pranzo i tajarin al ragù. Oppure per un aperitivo con calice di vino e crostini piemontesi. Felicin a Torino è la Langa in formato bistrot.
Gardenia
in corso Torino 9
Mariangela Susigan è una chef geniale. Con grande attenzione alla cucina green, e soprattutto con notevole talento, che le è valso una stella verde Michelin. Vale l’esperienza, specie per il menù degustazione.
Griglio
in via Lanzo 57
Capostipite del format delle macellerie con cucina. Per gli amanti della buona carne cotta su griglia (spiedini, costine, bistecche…) questo posto è praticamente il paradiso.
Il Barbabuc
in via Principe Tommaso 16
Ristorantino intimo di cucina piemontese, con qualche incursione da altre culture gastronomiche. In cucina chef Alberto, giovane, bravo e giramondo. Un posticino dai gusti molto interessanti.
Kadeh Meze Wine Bar
in via della Basilica 1
Meze e wine significa tipo mangia e bevi. Ecco quindi un tapas-bar turco nato dall’estro e della determinazione del giovane chef Stefan Kostandof, che ha consegnato a Torino un locale nuovo, fresco e intrigante.
Kenshō
in via dei Mercanti 16
Secondo noi il miglior ristorante giapponese di Torino. Prezzi un po’ alti ma nel complesso giusti per una cena che diventa non solo un’occasione di gusto, ma una vera esperienza di sensazioni che una volta almeno bisogna provare.
Kirkuk Kaffe
in via Carlo Alberto 16
Approdo sicuro per chi volesse gustarsi un po’ di sana cucina curda. Un bel viaggio tra sapori e soprattutto profumi del Medio Oriente. Tra spezie, tante verdure, ottimo tè e dolci sfiziosi.
L’Ancora
in via della Rocca 22
Andate qui per la buona cucina di pesce. Specie se crudo. Ma anche per gli ottimi primi o le spadellate di gamberi e piatti simili. Prezzi medio-alti, ma L’Ancora non si discute. Sempre un ottimo consiglio.
La Credenza
in via Cavour 22 a San Maurizio Canavese
Una stella Michelin per uno dei ristoranti stellati più famosi e storici della città. Un breve fuoriporta vi porterà in un vero tempio dell’alta cucina del territorio.
La Ferramenta del Gusto Emiliano
in via Giacosa 10
Il miglior posto in città in cui mangiare cucina emiliana. Quindi lasagne, tagliatelle, salumi… Un nome, una garanzia, che nel tempo si è ritagliato parecchio spazio a Torino.
La Taverna di Frà Fiusch
in via Beria 32 a Moncalieri
In realtà questa taverna è a Revigliasco. Ed è un bel ristorante, con una mentalità da trattoria. Quindi piatti curatissimi, ma autentici, e quasi tutti della tradizione di campagna piemontese.
Le Ramine
in via Isonzo 64
La definiremmo una bella trattoria torinese di classe e di quartiere. Che esalta al meglio dimensione “popolare” e allo stesso tempo una naturale eleganza. Il tutto non propriamente in centro città.
Madama Piola
in via Ormea 6
Piola di lusso in San Salvario. E non perché sia cara, anzi il rapporto qualità-prezzo è eccellente. Ma perché porta le ricette delle piole torinesi in una veste e con una cura un po’ più alta. Un ottimo esperimento ben riuscito. E non era scontato.
Magorabin
in corso San Maurizio 61
Marcello Trentini, una stella Michelin, è stato per tanti anni lo chef più punk della città. E nonostante il tempo passi è sempre lì, tra nuove idee, ottima cucina e ambiziosi progetti.
Mollica
in piazza Madama Cristina 2
Questi panini sono stati nominati miglior street food del Piemonte nel 2022. e probabilmente quelli di Mollica Piccoli Produttori sono tra i panini oggettivamente più buoni della città. Componeteli da soli, o lasciatevi guidare da loro.
Opera
in via Sant’Antonio da Padova 3
Stefano Sforza è uno chef di quelli bravi. Che cucina con estro ed eleganza. In questo ristorante d’alta classe che strizza l’occhio alla stella Michelin.
Osteria Antiche Sere
in via Cenischia 9
Obbligatoria la prenotazione per quella che è una delle migliori trattorie della città. Premiatissima e con merito. I prezzi si sono un po’ alzati, ma tutt’ora sono in pochi a riuscire a raccontare il Piemonte così bene attraverso dei piatti.
Osteria Rabezzana
in via San Francesco d’Assisi 23
Luogo di vino (perché è anche enoteca), buona cucina e musica. Tanti concerti all’Osteria ed eventi interessanti, ma soprattutto l’ottima cucina del territorio di chef Giuseppe Zizzo, ormai piemontese d’adozione.
Pescheria Gallina
in piazza della Repubblica 14
Trovate Gallina anche in San Salvario, ma noi vi consigliamo il luogo in cui tutto è iniziato. A Porta Palazzo, per comprare o degustare pesce freschissimo. Beppe Gallina è oggi un vero cult cittadino.
Piola Da Celso
in via Verzuolo 40
Piola autentica in zona Cenisia. Popolare nei piatti e nei prezzi, ma sempre curata. Un successo da sempre, e infatti la folla ne è chiara dimostrazione. Necessario il giro di antipasti.
Ristorante Consorzio
in via Monte di Pietà 23
Storico Tre Forchette della guida del Gambero Rosso. Questo è il classico posto in cui mandi qualcuno se vuoi raccontargli la cucina piemontese fatta per bene. Consigliata la prenotazione.
Ristorante La Pista
al quarto piano del Lingotto
Si tratta del ristorante sul tetto del Lingotto. La cucina di chef Alessandro Scardina strizza l’occhio alla stella Michelin con menù degustazione da fuochi d’artificio. Lui è bravo, giovane e consigliato.
Ristorante Larossa
Via Sabaudia 4
Chef Alessandro Larossa è giunto a Torino portandosi la stella Michelin. Uno dei re dei risotti del Piemonte si è piazzato a in città dunque, con tanta voglia di fare bene.
Scannabue
in largo Saluzzo 25
Sicuramente nella top 5 dei ristoranti in cui mangiare il buon Piemonte a Torino. Laurea ad honorem per la guancia brasata, la battuta di fassona e il bunet.
Sestogusto
in via Mazzini 31
Non la solita pizza, non le solite farine o le solite offerte. Ecco una delle poche pizze che possiamo orgogliosamente definire gourmand. Per una pizza speciale Sestogusto è un’ottima idea.
Suki
in via Amendola 8
In realtà ha due sedi: quella più da ristorante è in via Ormea. Ma noi segnaliamo la formula pranzo in stile bento del Suki di via Amendola; perché è divertente, sa stupire e ha un prezzo onestissimo.
Sushi del Maslè
in via Mazzini 37
Il sushi di carne a Torino ha un nome: Sushi del Maslè. Qui è nata questa moda, che poi si è espansa (vedi il Sushi del Manzò di via Gramsci), ma il Maslè resta un solido punto di riferimento.
Taverna Greca
in via Monginevro 29
Nota di merito per Greek Food Lab in via Berthollet, ma per noi la cucina greca a Torino è la Taverna Greca in via Monginevro. Piatti ricchi, clima rustico, prezzi giustissimi. Proprio come in Grecia.
Trattoria della Posta
in strada Mongreno 16
Una delle trattorie più antiche di Torino, con la famiglia Monticone che dagli anni ’50 se ne prende cura. Cult il giro di antipasti, imprescindibili gli agnolotti, speciali i formaggi.
Trattoria Lauro
in via Airasca 13
Chi l’ha detto che la piola a Torino deve proporre solamente insalata russa, vitello tonnato e battuta al coltello? Lauro è la piola torinese in formato cucina di pesce. Dagli spaghetti alle fritture. Meglio prenotare.
Unforgettable
in via Lorenzo Valerio 5
La tavola del talentuoso Christian Mandura vale la stella Michelin. Al centro c’è la cucina vegetale, ma soprattutto l’estro di un giovane chef prodigio diventato ormai grande. Unforgettable è un’esperienza sensoriale a tutto tondo.
Vale un Perù
in via San Paolo 52
La cucina peruviana a Torino si mangia in molti luoghi meritevoli di nota. Ma se dobbiamo sceglierne uno, diciamo il papà di tutti gli altri. Per noi il top del top: Vale un Perù. Ceviche, pisco e maracuja al massimo della forma.
Vintage 1997
in piazza Solferino 16
La stella Michelin più longeva di Torino, da oltre vent’anni. A volte è uno snobbato, ma se il Vintage si riconferma ogni anno è perché se lo merita. Un grande classico della cucina torinese.
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