Restiamo sulla parola piano, perché nasconde un doppio fondo che vale la pena aprire. Piano è il progetto, la strategia, la rotta. Ma piano è anche l’abbreviazione di pianoforte. E, osservando il pianoforte nel mio salone, che tra poco mi lascerà, scopro che è la metafora più onesta che esista di una città che prova a costruire il proprio domani.
Su una tastiera ci sono ottantotto tasti: cinquantadue bianchi e trentasei neri. I tasti bianchi sono le idee vincenti di un Piano Strategico. Note chiare, rassicuranti: sappiamo dove premere e che suono ne uscirà. Sono il futuro, quella parte del domani che possiamo progettare con la razionalità, il metodo, il lavoro pianificato. Premi quel tasto, esce quella nota.
Poi ci sono i tasti neri. Più stretti, più scomodi, leggermente rialzati, come se volessero ricordarci che esistono. Sono i rischi, le variabili che nessun piano potrà mai addomesticare: una pandemia, una crisi geopolitica, una tecnologia che nasce in un garage dall’altra parte del mondo e in sei mesi riscrive le regole. Questi tasti non sono il futuro. Sono l’avvenire. Come il pianoforte a casa mia, che se ne va improvvisamente.
Ecco la distinzione che, distratti, abbiamo smesso di fare. Il futuro è ciò che costruiamo: viene da futurus, “ciò che sarà” per nostra volontà. L’avvenire è ciò che ci viene incontro: ad-venire, “ciò che arriva”, che lo vogliamo o no. Il futuro si pianifica; l’avvenire si attende, si intuisce, al massimo si accoglie. Un Piano Strategico sa suonare benissimo i tasti bianchi. Ma una città matura è quella che impara a suonare anche quelli neri.
Perché, chiediamolo a qualunque pianista, la musica vive negli intervalli, nelle alterazioni, in quei diesis e bemolle che trasformano una scala scolastica in Gershwin. Una città che preme solo tasti bianchi produce una nota maggiore eterna: corretta, ordinata… e noiosa. La bellezza, l’imprevisto, il jazz urbano nascono dal coraggio di toccare i tasti scomodi.
E qui Torino ha un orecchio che non ricorda spesso di avere. È una città abituata all’avvenire: ha incassato la fine dell’industria, l’ha trasformata in laboratorio, ha fatto della reinvenzione il suo controtempo. Sa improvvisare meglio di quanto ami ammettere, frenata solo da quella timidezza sabauda che la fa suonare sempre un poco sotto le proprie possibilità.
C’è poi una coincidenza che adoro: Torino è davvero una città di musica. Ospita l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, un Conservatorio storico, l’Auditorium del Lingotto disegnato da Renzo Piano (sì, di nuovo quella parola) dove ha suonato mezza grande musica del pianeta. Una città che custodisce alcuni dei pianoforti più nobili d’Italia non ha alcuna scusa per restare seduta a leggere lo spartito senza mai abbassare le mani sui tasti. Tutti i tasti.
Allora ben venga il nuovo Piano Regolatore Generale: componiamo una sinfonia ambiziosa, piena di tasti bianchi. Ma teniamo le dita pronte e agili sui neri. Non per paura dell’avvenire, ma per desiderio: il futuro lo possiamo comporre, e l’avvenire, quello che non controlleremo mai, è precisamente ciò che rende la partitura imprevedibile e, proprio per questo, viva.
Torino ha lo spartito. Troviamo, adesso, il coraggio di suonare forte. Pardon: di suonare Piano. Accarezzando tutti gli ottantotto tasti.