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Urbano Cairo

Ricorda Valentino Mazzola

di URBANO CAIRO

Il calcio sa regalare momenti di autentica poesia. Nel giorno in cui il capitano del Grande Torino avrebbe compiuto cento anni, un altro Valentino Mazzola è tornato a correre sul prato del Filadelfia. In quel preciso istante il tempo si è fermato. Ho avuto l’onore e il privilegio, assieme a Paolo Pulici, di accompagnare il pronipote di capitan Valentino nel suo ingresso in campo. Eravamo più di tremila per rendere omaggio alla nostra Storia, un vortice di emozioni ha trasportato nel tempo tutti i presenti: c’è chi ha pianto, orgoglioso e felice di farlo. Chi ha battuto forte forte le mani, e non per ripararsi dal freddo che pure era pungente. Altri sono rimasti in silenzio, che resta sempre una composta manifestazione di rispetto. Poi la magia ha pervaso tutto lo stadio.

Ed è successo quando il capitano della nostra squadra Pulcini – Matias Moretti, figlio di Emiliano, che è simbolo del Toro di oggi – s’è sfilato la fascia di capitano e l’ha cinta al braccio del compagno, casacca granata numero 10 proprio come il bisnonno, che entrava al suo posto. Ed è successo quando il capitano della nostra squadra Pulcini – Matias Moretti, figlio di Emiliano, che è simbolo del Toro di oggi – s’è sfilato la fascia di capitano e l’ha cinta al braccio del compagno, casacca granata numero 10 proprio come il bisnonno, che entrava al suo posto. Lo ha fatto con una tale delicatezza d’animo, con una generosità così sincera da evocare il garbo e la riverenza che i giocatori del Grande Torino nutrivano per il loro capitano Valentino: una stima tanto radicata e condivisa da chiedere anche al Presidente Ferruccio Nova di assegnare a Mazzola il doppio dei premi riservati alla squadra. Lui era un leader naturale, un centrocampista capace come nessun altro di risultare determinante in ogni zona del campo: sapeva fare tutto e bene, difendere e attaccare, recuperare più palloni di un mediano e segnare così tanti gol da vincere la classifica dei cannonieri.

Non tutti sanno che in una partita di campionato, il 13 giugno 1948, a Genova contro il Genoa Valentino fece anche il portiere. Bacigalupo e il genoano Brighenti, dopo un acceso diverbio, vennero espulsi: al tempo il regolamento non consentiva la sostituzione con un altro portiere, come avviene adesso, ma obbligava un altro giocatore di movimento ad andare tra i pali. Di questo si incaricò Mazzola, che prima del triplice fischio finale si rese protagonista di un salvifico intervento a pugni uniti per respingere l’ultimo assalto rossoblù e sancire la vittoria (2-1) del Toro. Secondo alcuni critici, Valentino Mazzola è stato il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Giampiero Boniperti, emblema della Juventus, suo acerrimo rivale in campo, lo celebra così: «Ancora adesso, se devo pensare a un calciatore più utile per una squadra, a quello da ingaggiare assolutamente, non penso a Pelé o a Di Stefano, a Cruijff o a Maradona. Mi spiego meglio: penso anche a loro, ma solo dopo Valentino Mazzola». Pensando a Valentino Mazzola mi torna in mente un verso di Federico Garcia Lorca: tarderà molto a nascere, se mai nascerà, un altro come lui.

Di Cairo Urbano, Presidente del Torino FC