10 anni fa usciva al cinema Interstellar, gran bel film di Christopher Nolan, con protagonisti Matthew McConaughey, Anne Hathaway e molti altri. Il film, che trattava di viaggi spaziali, futuri distopici… non si può dire fosse un vero e proprio trattato di fisica, ma voci più autorevoli della nostra (decisamente più autorevoli) ne hanno sempre elogiato il tentativo di proporre suggestioni o azzardi magari non veri, ma verosimili, o comunque non così strampalati.
Una sorta di accuratezza, coraggiosa e non banale, a cui ovviamente si aggiungevano il talento inequivocabile degli attori e una bellissima storia. Mescolando tutti questi ingredienti insieme, Nolan ottenne un cult abbastanza istantaneo, che a 10 anni di distanza è stato addirittura riproiettato nelle sale italiane.
Cosa c’è però alla base di Interstellar? Una di quelle cose che umanamente ci terrorizza di più, ovvero il futuro, e quella naturale preoccupazione di non esserci sufficientemente presi cura di ciò che avremmo dovuto curare; un errore fatale che ci ha dunque consegnato a un domani in cui vivere non è affatto né facile né scontato.
Non serve volare nella fantasia di Nolan per comprendere quanto il lavoro oggi sia cambiato o stia cambiando
Un lavoro tra i più “moderni” (e potete osservarne lo sviluppo specie in aziende ad alto tasso di innovazione tecnologica) è dedicato alla ricerca etica nell’ambito dell’intelligenza artificiale. In che senso? Nel senso che stanno nascendo figure professionali incaricate di produrre testi di riferimento, studio e analisi per ciò che concerne lavoro ed etica laddove si fa gran uso di intelligenza artificiale.
Ad alcuni potrebbe fare strano, ma è tutto vero ed è a brevissima distanza da noi. D’altronde Interstellar parlava del 2060, una data “cinematografica” ovvio, ma non così lontana; e non serve volare nella fantasia di Nolan per comprendere quanto il lavoro oggi sia cambiato o stia cambiando. E insieme ad esso (o forse prima di esso?) sono anzitutto le persone a mutare: nei sogni, nelle priorità, nelle aspirazioni. Noi a questo proposito abbiamo chiacchierato con Gianfranco Garrone, socio fondatore insieme a Marco Falcetto di Falgar, società di consulenza assicurativa e assistenziale torinese.
Quanto è cambiato in questi ultimi 25 anni il vostro lavoro?
«Certe cose, specie dal punto di vista umano, empatico, non cambieranno mai, ma dal punto di vista “tecnico”, di ciò che le persone vogliono o chiedono, è cambiato molto».
Un esempio emblematico?
«Il welfare aziendale. Oggigiorno è termine forse fin abusato, mentre vent’anni fa non esisteva quasi. Le aziende sono cambiate, i lavori anche, attualmente è impensabile non avere precise strategie di welfare».
E voi?
«Noi seguiamo le aziende, passo dopo passo, per individuare ad esempio le soluzioni di welfare più funzionali. Da quasi dieci anni eroghiamo i servizi Blue Assistance di Reale Mutua, che ha convenzioni con tantissimi brand d’alto livello».
Quindi basta comprare i servizi e il gioco è fatto?
«Non direi. Questo è proprio il passaggio fondamentale, perché magari un servizio è veramente di ottimo livello, ma può non adattarsi alle reali necessità di un’azienda e dei suoi dipendenti. Come consulenti il nostro dovere è proprio guidare alla scelta delle soluzioni più idonee».
Il futuro sarà quello di Interstellar?
«Non saprei, speriamo di no, ma non credo di poterlo prevedere… Detto ciò alcune strategie oggi portate avanti, ad esempio investire sul benessere dei collaboratori e sulla sostenibilità del lavoro, penso siano mosse operate nella giusta direzione. Non so dire se saranno queste le decisioni che “salveranno” il nostro futuro, ma che alternativa abbiamo se non provare a fare sempre meglio?».
La speranza è ovviamente seminare bene oggi ciò che raccoglieremo domani, per non trovarsi a fare l’impossibile come il buon Jospeh Cooper in Interstellar…
