Lyda ha vent’anni ed è gia la diva del momento, applaudita interprete sia a teatro che nel cinema muto. È bella, qui in atteggiamento consapevole di offrire la sua bellezza: gomito mollemente appoggiato, abbigliamento nel pieno dell’epoca edoardiana, tessuti raffinati, corsetto accollato, blusa ispirata alla moda maschile, ampia e lunga gonna fino a terra a campana per facilitare il passeggio.
Guido e Amalia le fanno da corona, sono idealmente i paggi che reggono lo strascico alla diva. I due si conoscono dai tempi del liceo: «Conobbi Guido, e imparai ad apprezzarlo prima, ad amarlo poi», racconta Amalia.
Lo sguardo di Guido lascia trasparire il suo stato d’animo: è l’anno in cui conosce l’insorgere della tisi; trascorrerà la sua breve vita a Torino, per gli studi e la società, e ad Agliè, nella atavica villa “il Meleto”, dove esprimerà la sua vena malinconica e ironica, poesia del ricordo, aulica e popolare insieme, come dice Montale, che trova origine nella sua forma moderna nel sapore profumato di belle bocche intatte di giovani signore.
Per contro Amalia, bella ed elegante, sorride e sfoggia la moda della tarda Belle Époque, cresce donna libera, anticonformista, affascinante e assai corteggiata. Scrive con successo; rievocherà il periodo infelice vissuto, da orfana, tra le quattro mura del monastero nella sua prima raccolta di sonetti Le vergini folli.
Per lei l’amore è passione sospirosa, vissuta tra bianche lenzuola e soffici canapè; infine, la sua devozione di amante la porta ad esclamare: «Folle è lasciarci, tutti accesi ancora di desiderio, ancor pronti a godere di tutto ciò che l’un dell’altro ignora». E ancora, sempre per Gozzano: «Guido, ditemi una parola di tenerezza, mentitela pure se non la sentite, cercatela se non l’avete».
(foto Archivio GBB/ALAMY)