Se entrate nel più classico dei diner americani (sì quello dei film, vedi Pulp Fiction e altri mille), vi accoglierà subito una cameriera sorridente, sicuramente anche parecchio gentile, che ci terrà a presentarsi personalmente e a sottolineare che sarà lei a occuparsi di voi a 360° per tutta la durata del pasto. Vi chiederà subito se volete qualcosa da bere e ve lo porterà ben prima del menù. E alla fine vi servirà il conto al tavolo in modo da lasciarvi totale autonomia nel decidere quando ve ne vorrete andare.
Inoltre, durante l’intera permanenza passerà a domandarvi se va tutto ogni cinque minuti. E noi, a fronte di tutto ciò, le dedicheremo una mancia (non entriamo nel tema della percentuale, anzi non entriamo nel tema mance in generale, se no finiamo come Mister Pink in Le iene). Negli Stati Uniti funziona così, e non perché siano più gentili o perché siamo noi a essere particolarmente simpatici, siete fuori strada.
Funziona così perché è il loro protocollo, e il mestiere del cameriere ha le sue “norme”. Noi ci stupiamo quando le osserviamo, e loro si stupiscono quando vedono che da noi “non si fanno conti separati”. Là si paga in ogni modo: contanti, carta di credito, contanti e carta di credito… Il cliente ha sempre ragione, anche per i metodi di pagamento.
L’edilizia cambierà ancora, e con essa le persone che se ne occupano
Ovviamente il cliente non ha “sempre” ragione, ma quella è la prassi, non un giudizio. E tra le tante cose che abbiamo importato dagli States (jeans, mode, parole, idee…), nel tempo anche noi italiani abbiamo implementato molto il concetto di care, customizzando servizi e prodotti per dare maggiore attenzione al cliente e meno all’oggetto. Una tendenza che spiega per esempio (in parte) l’esplosione del mestiere del consulente. Oggi c’è un consulente quasi per ogni aspetto della vita e del lavoro, da quello che ci conta le finanze a quello che ci consiglia dove mangiare a cena. Sono tutte consulenze. Nate probabilmente anche in risposta a un mondo sempre più complesso (anche se sostiene il contrario), sempre più sovrapposto, stracolmo di informazioni e opportunità, e quindi anche di rischi e zone grigie. Per questo serve un Virgilio che ci dia una mano.

Nel titolo parlavamo di “caso Archingest”, perché? Perché oggi Archingest è una bella azienda torinese, leader nel settore edile ed energetico, ma ieri è stata un’ottima idea. Quale? Unire sotto un unico interlocutore le diverse anime dell’edilizia: l’architettura, l’ingegneria e la gestione del processo. Così, nel 2005, Matteo Mastroviti, Umberto Trabucco e Alberto Sterza hanno creato Archingest.
I primi anni del 2000 sono complessi, sotto tanti punti di vista, ma sono anche anni in cui inizia un percorso di grande cambiamento nel mondo dell’edilizia. Di lì a poco termini come ambiente, emissioni, efficientamento energetico, bonus… diventeranno sempre più fondamentali, al pari del classico lessico edilizio. Ed ecco che Archingest, azienda ormai matura, capace di gestire l’intero processo edile, incluse declinazioni ingegneristiche e architettoniche, diventa un player determinante, proprio perché completo. Una case history che ci riporta al discorso di prima, del cliente al centro e delle sue complessità da affrontare e risolvere, preferibilmente dialogando con un singolo soggetto.
Di fronte al cambiamento climatico, alla grandine e al resto, l’edilizia cambierà ancora, e con essa le persone che se ne occupano. L’importante sarà sempre prendere il treno al momento giusto.
