“I giovani di oggi non sono come eravamo noi”: ecco una frase ripetuta di generazione in generazione, specchio del divario tra giovani e adulti, e spesso fonte di sofferenza, incomprensione e senso di inadeguatezza. Un divario che già ci raccontava Nicholas Ray nel suo Gioventù bruciata (1955), cult che quest’anno compie 70 anni.
Nel film un affascinante James Dean mostrava al mondo il volto di una gioventù alla ricerca di una vita autentica e libera da costrizioni, una gioventù alla ricerca di se stessa, chiamata a dare un senso alla propria vita. La pellicola è certamente ambasciatrice del disagio dei ragazzi di quell’epoca, ma forse anche di oggi, e allo stesso tempo di una società che fatica a comprendere.
Il divario attuale fra giovani e adulti è diventato sconcertante e la comunicazione fra le parti si è fatta quasi nulla. Tutto questo genera un malessere interiore difficile da colmare, e ognuno tenta come può di arginare il problema. Giovani convinti di non aver valore, giudicati per come si vestono, per come parlano, per quanto studiano. Ma qualcuno si prende ancora il tempo di dirgli che il loro essere non si riduce a un brutto voto, a una bocciatura, a un fallimento? Che queste cose sono parte della vita, di tutti e da sempre?
Noi adulti ci prendiamo questo tempo?
Il valore della vita però non ce lo diamo da soli. Lo leggiamo nello sguardo dell’altro. Di un altro che ti guarda, si ferma, ti ascolta. Qualcuno che va oltre le parole, oltre i toni, i gesti o gli sguardi carichi di disprezzo… che spesso celano tanta paura. Paura di non avere capacità, di non essere importante per nessuno, di doversi meritare lo stare al mondo. Qualcuno che ti accoglie perché sei tu, e che ti ama per come sei; che ti dice che hai valore, e che la vita, per quanto complicata, ha un senso. Noi adulti ci prendiamo questo tempo?
Oggi si parla molto, giustamente, della “formula” per costruire un futuro migliore. Innovazione, sostenibilità e inclusione sono parole chiave nei dibattiti; tuttavia, spesso ci si dimentica quanto sia importante prendersi cura di chi quel mondo lo dovrà vivere: i giovani.
Abbiamo la responsabilità di tutelare la gioventù e la crescita dei ragazzi, a partire dalla famiglia, dalla scuola, dai centri ricreativi. Non “parcheggi”, ma luoghi in cui far crescere gli uomini e le donne di domani. Tutelare non significa reprimere lo spirito ribelle o la ricerca di autenticità, ma accompagnare in modo che ci si possa esprimere in maniera costruttiva e armoniosa. La vera ribellione non è autodistruzione, ma la capacità di costruire qualcosa di nuovo.
Casa Benefica lavora da sempre in questa direzione, fornendo supporto a coloro che si trovano in situazioni difficili. È un punto di riferimento positivo, soprattutto per i giovani, e aiuta a sviluppare una visione propositiva del futuro, anche quando si affrontano situazioni familiari decisamente complesse.
Gli educatori affiancano i ragazzi fin dai loro luoghi di ritrovo naturali, come piazze e giardinetti, cercando di creare un rapporto sano, di fiducia, di reale comprensione, passando attraverso esperienze di divertimento e condivisione. E così torna il tema dell’ascolto, di un imprescindibile ponte intergenerazionale che possa essere prima di tutto accogliente e non giudicante: la base per un rapporto di fiducia e di crescita.
